Normalità e anormalità, due concetti da ripensare

dialogo e pensieri
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Ogni uomo è fatto in un modo diverso, nella sua struttura fisica, fatto anche in un modo diverso nella sua combinazione spirituale. Tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura. E questo sin dal primo momento: l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.

Nel lontano 1963, intervistato da Pasolini durante le riprese del documentario “Comizi d’amore”, Ungaretti rispose in questo modo alla domanda concernente l’esistenza di una normalità e anormalità sessuale. Esistenza presunta, aggiungerei, che i più bigotti continuano ad affermare senza individuarne l’origine. Il problema posto a quel tempo da Pasolini si scontrava, essenzialmente, con i pregiudizi, la morale comune e una visione ancora retrograda della società e delle sue strutture. A tutto questo, faceva addirittura seguito un’idea, sancita anche giuridicamente, patriarcale della famiglia, che prevedeva non solo un vincolo, inteso come naturale, tra uomo e donna, ma anche la netta prevalenza della figura maschile su quella femminile. Figuriamoci se, a quel tempo, l’omosessualità potesse divenire questione di dibattitto, potesse insomma anch’essa essere naturalizzata. L’Italia, ma forse il mondo, di quegli anni, era impegnata nella ripresa economica, nella stabilizzazione politica e nell’affermazione internazionale. Un Paese, politicamente, legato a impostazioni cattoliche. Dunque l’omosessualità era considerata altro: anormale appunto. Discorso chiuso. Ma se, a distanza di oltre cinquant’anni, le parole di Ungaretti diventano nuovamente attuali e, in quanto tali, meritevoli di approfondimento e riflessione, è perché, evidentemente, la questione resta irrisolta.

Improvvisamente (forse per una necessità di apparire anche noi moderni agli occhi dell’Europa?) il tema dell’omosessualità è diventato centro di dibattito politico e ideologico, al punto da risultarne urgente anche una tutela giuridica. Ma forse, ancor prima che giuridicamente, un aspetto andrebbe assimilato moralmente, condiviso da una pluralità di persone, non solo accettato, ma totalmente rispettato da tutti, al punto da poterlo comprendere nella presunta cerchia della normalità. Ma da questo, evidentemente, siamo ancora lontani. E allora abbiamo scelto il processo inverso: prima una legge, poi, semmai, un ripensamento etico e sociale generale. In ogni caso, ciò che emerge dalle parole di Ungaretti è proprio il tema della normalità. Del resto, è intorno a tale concetto che ruota tutto il dibattito, non solo fra i vari partiti politici, ma anche tra la maggior parte dell’opinione pubblica, poiché a esso si connette l’idea di naturalità. “La normalità è stabilita direttamente dalla natura”, sentenziano coloro che si battono per la famiglia tradizionale. Eppure, secondo Ungaretti, non è esattamente così.
Il pensiero del grande poeta dell’Ermetismo parte da un’osservazione, da un dato empirico oggettivo e, come tale, impossibile da negare: tutti gli uomini sono diversi tra loro, fisicamente e spiritualmente, nel corpo e nell’animo, insomma. Gli uomini possono al massimo somigliarsi, ma non potranno mai coincidere del tutto: ogni persona è unica e irripetibile e questo lo afferma anche la biologia. Nella fisionomia, nei lineamenti, nelle inclinazioni individuali, nelle apprensioni e nella personalità: ognuno conserva la sua autenticità e tende a difenderla e a riconoscerne il primato. Ma se tutti gli uomini sono diversi, allora in cosa consiste la normalità? La normalità è un concetto assoluto, totalizzante, ideologico in un certo senso: non ammette repliche, possibili diverse accezioni ed eccezioni. Comprende – e accetta – solo i suoi simili, condannando tutti gli altri alla anormalità, tenendoli fuori dalle sue costrizioni ed estranei ai suoi rigori. La normalità è dunque un concetto dogmatico e gretto, incapace di modificarsi ed evolversi, preferendo la conservazione allo sviluppo.
Ungaretti, invece, relativizza tale concetto, perlomeno lo ridimensiona e lo mette in discussione: chi ha sancito la normalità, chi ha provveduto a fissarne i principi? La natura, si potrebbe rispondere. Quella stessa natura, però, che ha creato una molteplicità di individui, tutti ugualmente unici, e non, si badi bene, unicamente uguali: figurine di un immenso mosaico universale che non conosce tasselli identici. Togliendo fondamento logico-concettuale all’idea di normalità, tutto il muro di pregiudizi, convinzioni, credenze comuni, inevitabilmente crolla, si frantuma. Tutti gli esseri umani, non solo nascendo e forgiandosi gli uni diversi dagli altri, ma vivendo, costruendo, edificando, imponendo il loro potere su quello della natura, hanno compresso l’ordine naturale delle cose, lo hanno prima indebolito e poi demolito, prefiggendosi loro come dominatori del mondo. Perciò, la normalità non esiste o, quanto meno, non esiste più, poiché sono stati gli uomini stessi a privarsene, a rinunciarvici, optando a dirigere il mondo a loro piacimento, piuttosto che accontentarsi della natura e dei suoi benefici. E’ possibile pretendere la normalità se siamo stati noi stessi a rinnegarla? Sta in questo, forse, la chiave degli odierni dissidi ideologici.
Tutto questo pensiero non intende assumere nessuna posizione specifica, ma soltanto dimostrare come l’idea di normalità, nonostante non possa avere un effettivo riscontro naturale, appunto, si sia radicata nella mente e nel cuore degli uomini, condizionando e veicolando le loro scelte. Ma la normalità, è ovvio, è soggettiva e dunque molteplice: mutevole e non immutabile. Eppure, è stato lo stesso Pasolini, in una sua poesia, a fare un importante riferimento a queste tematiche:
la diversità che mi fece stupendo / e colorò di tinte disperate / una vita non mia, mi fa ancora / sordo ai comuni istinti, fuori dalla / funzione che rende gli uomini servi / e liberi.
Non è ben chiaro a cosa alludesse il poeta, se alla sua omosessualità o alla sua visione del mondo (e dell’Italia), così moderna da poter essere battezzata come diversa. Ciò che è doveroso sottolineare, tuttavia, è come assuma una funziona fondamentale il primo verso del componimento. Pasolini ammette che sia stata la diversità a renderlo stupendo; ma la diversità presuppone, anche in questo caso, una normalità con cui confrontarsi, a cui fare riferimento, con cui, pertanto, divergere e competere.  La diversità cos’è, in fondo, se non un deragliamento dai canoni tradizionali, dai paletti imposti, dalle consapevolezze note? Ciò che esula dai confini della normalità o di ciò che come tale è ritenuto, merita di essere battezzato come diverso: un qualcosa in cui è impossibile riconoscersi. Tuttavia, egli afferma come, probabilmente, sia stata proprio tale diversità a renderlo “stupendo”, permettendogli di rimanere estraneo al sentimento comune, alla morale povera, a quella omologazione che lo stesso Pasolini ha più volte individuato come uno dei limiti della società moderna. Un’omologazione che spinge tutti ad un idem sentire, a uno spirito condiviso, a un atteggiamento che finisce per riconoscersi solo in se stesso, accogliendo i suoi simili ed escludendo i diversi.
Se davvero fosse possibile, a rigor di logica, distinguere tra normalità e diversità, sarebbe allora effettivamente preferibile la prima, con la consapevolezza, però, che essa conduce nel vicolo cieco dell’anonimato? Certamente, in un mondo sempre più evoluto, globalizzato e che pretende di essere definito moderno, tali distinzioni risultano sempre più fuori luogo. Ha senso lottare per ottenere diritti, giustizia e libertà, se poi restiamo ancorati a pensieri, visioni, punti di vista e ideologie che tendono a separare la sfera della normalità da quella della diversità?
Il cammino verso l’uguaglianza definitiva resta ancora lungo e appare, in questo momento, difficile da intraprendere, senza che muti lo spirito e la consapevolezza degli uomini.
Lorenzo Di Anselmo

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