Off Campus a piazzale Selinunte esplora le periferie

Milano piazza Selinunte

Ancora una volta la vita mi sorprende. È da mesi che sto lavorando nel tentativo di descrivere il quadrilatero, quartiere periferico di che ha il suo epicentro in piazzale Selinunte, che ha la maggior densità di Edilizia Residenziale Popolare (ERP) in città.

Il mio interesse e quello di Pasquale per il quadrilatero derivano dal fatto che si tratta di un quartiere estremamente vivace, culturalmente attivo, ma multiproblematico. Infatti, come emerge da una ricerca del Dipartimento di Sociologia dell'Università Bicocca, portata avanti da Nuvolati Terenzi, il 44% dei nuclei residenti ha un reddito ISEE/ERP inferiore o uguale a 7.319,00 euro/anno. E comunque il 74% delle famiglie vive in una condizione di enorme difficoltà a causa di lavoro precario, salari bassissimi, disoccupazione e pensioni sociali. Con il risultato che il 49% dei residenti è moroso.

Un bel giorno Pasquale mi chiama e mi dice che avrebbe voluto incontrare Giuseppina Forte, docente al Williams College negli Stati Uniti (Massachusetts). Avrebbe approfittato della sua presenza a Milano dove avrebbe presentato il libro che ha curato, Embodying Peripheries [1]. L'evento si sarebbe svolto in via Gigante all'interno di un seminario dell'Off Campus San Siro, un laboratorio di ricerca-azione del Politecnico di Milano.

La presentazione avrebbe fatto parte di una giornata di lavoro all'interno di Arch Week, che La Triennale dedica all'architettura e che quest'anno affronta il tema delle . Ho accolto la notizia con una sonora risata: Via Gigante è una traversa di piazzale Selinunte, a due passi da casa mia.

Seguendo le indicazioni di Pasquale, ci siamo trovati all'Off Campus. Ad accoglierci la responsabile dello spazio, Francesca Cognetti, urbanista e professore associato in tecnica e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano, che coordina – con il supporto di Liliana Padovani dell'Università di Venezia – il progetto Mapping San Sironato nel 2013, di ricerca interdisciplinare, didattica e azione locale del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) del Politecnico.

Maria Elena Ponno e Francesca Cognetti
Maria Elena Ponno e Francesca Cognetti a Off Campus, Milano
Foto Francesco Lorusso 2023

È stata la stessa Francesca Cognetti a spiegare che cosa è Off Campus.
«È un progetto di responsabilità sociale del Politecnico, che ha deciso di aprire quattro spazi nella città con l'idea di interrogarsi sul ruolo dell'università all'interno di contesti complessi […] abitando all'interno degli spazi e quindi collocandosi a livello della strada».

Esaurite le presentazioni del folto gruppo che partecipava al seminario, siamo entrati nei locali di Off Campus, il cui ingresso è fronte strada. In bella mostra erano esposti pannelli che spiegavano la storia del quartiere, con riferimenti storici e architettonici, e illustravano la tipologia di edifici, abitazioni e spazi pubblici del quartiere.
È stata Maria Elena Ponno, ricercatrice del politecnico di Milano, a presentare i dati esposti. Spiegando che le unità immobiliari sono prevalentemente dei bilocali, parlandoci di una storia del quadrilatero lunga trent'anni, di un'edilizia popolare che è anche stata oggetto di sperimentazione, cosa che non è più così oramai da tempo. La ricerca di Off Campus si è arricchita anche di qualche storia familiare e personale degli abitanti del quartiere.

Le ultime stime sul quadrilatero raccontano che abbiamo di fronte una popolazione totale di 11.720 abitanti e che l'area del quadrilatero copre una superficie di 3,4 km² con una popolazione così distribuita: 6.018 italiani pari al 51% della popolazione totale e 5.709 stranieri pari al 49%. Se invece guardiamo allo stato del patrimonio ERP scopriamo che i dati che fanno riferimento al 2022 ci dicono che:
dei 5.996 alloggi del patrimonio immobiliare pubblico, 4.285 sono gestiti in ERP.
dei 4.285 alloggi gestiti in ERP, 3.991 sono in regime SAP (Servizi Abitativi Permanenti)
dei 3.991 alloggi in regime SAP, 2.521 sono assegnati.
12 sono in vendita, 572 sono in manutenzione, 101 sono sfitti e 785 sono occupati abusivamente.

I dati forniti da Maria Elena ci hanno fatto entrare ancora di più nella realtà del quadrilatero che subito dopo abbiamo visitato con una passeggiata per le vie del quartiere.

Moreno Castelli e murales di Vesod
Moreno Castelli davanti al murales di Vesod in piazza Selinunte, Milano.
Foto Francesco Lorusso 2023

Con noi, tra gli altri, c'era Giuseppina Forte, di lei ci ha colpito la vitalità. Era piena di energia nonostante il jet lag per il viaggio che in mattinata l'ha vista sbarcare in città proveniente da San Paolo.
Moreno Castelli, fa il volontario da dodici anni in quartiere, segue la scuola di italiano per stranieri Alfabeti, e progetti di arte pubblica che hanno portato alla realizzazione del Murales di Vesos che si può ammirare in piazza Selinunte, e di quello di Vim in via Albertinelli, vie del quadrilatero.

Poi c'era anche Valentina, attivista trentenne che lavora con il gruppo di Scomodo, che vuole realizzare una fanzine e coagulare le energie giovanili del quartiere. C'erano Mohamed Zaghloul, di origini egiziane, che vive in quartiere ed è dottorando in fisica al Politecnico di Milano e Francesco Pasta, ricercatore del DAStU. Ci accompagnavano Rossella Ferro, assegnista di ricerca del Politecnico di Milano, che ha abitato anche il quartiere; Giulio Giovannoni associato dell'Università di Firenze, che ha lavorato per molti anni sul campo, soprattutto sulla periferia in Toscana. Sabina Uberti Bona, attivista, Elena, dottoranda in antropologia all'Università Statale di Milano e attivista di SMS (Spazio Mutuo Soccorso) spazio occupato che abita e che vive quotidianamente. SMS è il risultato di anni di lotte e di progetti che si sono sviluppati a partire dal centro sociale Cantiere e dal Comitato Abitanti di San Siro. C'era una molteplicità di voci in questa passeggiata per il quadrilatero, che si apriva ai nostri occhi nella sua multi razzialità e vita quotidiana.

Cortile interno Off Campus
Off Campus, Milano. Cortile interno.
Foto Francesco Lorusso 2023

Off Campus ci ha accolti nuovamente, ed è lì che Giuseppina Forte ha presentato il libro di cui è una delle curatrici.

Giuseppina Forte nel suo intervento ha introdotto alcuni concetti chiave. Spiegando come il libro Embodying Peripheries «abbia cercato di essere un dialogo con i residenti delle periferie. Si tratta di stabilire un'alleanza tra voci di periferia e voci dell'accademia, che occupano una posizione più centrale di potere culturale. Direi anche con altre voci, per esempio quella dei giornalisti. Tra queste narrazioni, la principale deve venire sicuramente dalle persone del luogo». Questo passaggio per la studiosa è necessario anche per «contrastare narrative con cui alcuni media o rappresentazioni egemoniche ritrarrebbero la periferia come luogo dello stigma, come quella che non è un centro, come un centro che non è ancora sviluppato. Ritengo invece fondamentale analizzare la co-costituzione tra centro e periferie come storica».
Nel volume ci si chiede che cosa implichi usare le periferie – termine spesso generico e privo di contenuti storici – come lente per analizzare identità e processi urbani. Per ovviare a questi inconvenienti teorici, Giuseppina Forte ha tenuto a specificare quali siano state le strategie utilizzate nella stesura del libro.
«La prima strategia è stata un approccio etnografico alla ricerca, un metodo per cui il ricercatore si avvicina alle persone, ai luoghi, alle storie. […] La seconda strategia per raccontare le periferie in maniera non egemonica è stata quella di connettere i fenomeni locali con una dimensione globale. La distinzione tra locale e globale non esiste, perché nel momento in cui operiamo a livello locale stiamo costruendo il globale, e viceversa».

Proprio perché non esiste una sola tipologia di periferia, Giuseppina Forte ha tenuto a precisare che «abbiamo provato a tracciare delle genealogie delle periferie, cioè capire come il concetto sia stato usato diversamente dagli studiosi in varie parti del mondo. E abbiamo voluto mostrare come in realtà il concetto sia eterogeneo e instabile».

Cortile interno, Off Campus
Off Campus, Milano. Cortile interno.
Foto Francesco Lorusso 2023

Per avvalorare questa posizione, sono stati riportate diverse tipologie di periferia. Per esempio nel Sud globale, il modo prevalente di costruzione delle città è l'autocostruzione: «gli abitanti costruiscono le loro case e quartieri. Una volta che lo fanno, si mobilitano per spingere il municipio a fornire infrastrutture e servizi – questo era un trend a San Paolo, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, che è attualmente variato. […] Ci sono periferie storicamente costruite come regioni all'interno della nazione. Per esempio in Nigeria, dove persone sfollate internamente al Paese sono costrette a vivere in campi profughi, come il Durumi Camp analizzato da Stephen Àjàdí nel libro. Sempre a livello nazionale, ci sono terre indigene alla periferia degli ex imperi coloniali. Il deserto del Mojave in California, dopo il genocidio degli Indiani d'America, è stato immaginato come luogo per una città moderna, che non è mai stata costruita […], come racconta Noritaka Minami nel suo essay fotografico. Esistono periferie all'interno delle periferie. Questo è più evidente nel Sud globale, dove i residenti delle periferie, quando migliorano le lor condizioni socio-economiche, tendono a emarginare altre parti della periferia. Come per esempio nei casi delle città brasiliane studiate da Matthew Aaron Richmond e Moisés Kopper. Quindi non c'è solo una divisione tra centri e periferie, ma anche una divisione all'interno delle periferie. Stiamo parlando di tensioni che si generano, ma anche di opportunità. L'ultima strategia del libro è stata quella di concentrarci sull'embodiment, sulle identità “incorporate” delle periferie. Il corpo, come diceva Michel Foucault, è luogo di oppressione per eccellenza, ma anche di liberazione. Nel libro, attribuiamo alle identità “incorporate” un ruolo centrale nel contrastare i regimi imposti al movimento, l'uso neoliberista dello spazio urbano e la normatività binaria di genere».

Hong Kong Diego Caro, February 2019
Access and interior of Hidden Agenda: This Town Needs at Ocean One in Yau Tong during a concert of the Japanese band Envy, Foto Diego Caro, February 2019

Diego Caro (dottore di ricerca presso l'Università di , laureato in Architettura presso l'Università di Navarra) ha presentato il suo lavoro sulle scene musicali nascoste di Hong Kong. Il suo progetto è una mappa delle periferie musicali che coesistono con il ritmo caotico di Hong Kong. Una mappa elaborata dall'interno: visitando e studiando spazi dedicati alla musica, disegnando e fotografando questi luoghi spesso effimeri, analizzandoli in relazione alle dinamiche immobiliari e al contesto sociopolitico della città, intervistando i principali attori e leggendo le storie dietro la musica con l'obiettivo di decifrare il ruolo della produzione artistica nel contesto attuale di Hong Kong. Tracciando percorsi attorno alle scene musicali nascoste, Diego Caro ha offerto una comprensione alternativa delle diverse lotte per gli spazi urbani attraverso la lente della cultura emergente, mettendo in mostra le “tattiche” degli artisti contro la mercificazione della creatività al fine di ottenere opportunità diverse in una società burocratica rigidamente controllata.
Tra i suoi casi di studio, possiamo trovare esempi come Ho King Commercial Centre, costruito negli anni Ottanta e situato nell'area di Yau Ma Tei a Hong Kong. Questo edificio era originariamente conosciuto per essere il luogo di vendita illegale di VCD pornografici da parte delle triadi di Hong Kong e attualmente ospita una miscela casuale di attività commerciali e di svago, ostelli e appartamenti. A pochi isolati più a nord, circondati da una griglia di strade disordinate e affollate, gli edifici compositi decadenti di Mong Kok costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel cortile interno di Sincere House, vecchi manifesti di concerti passati si disintegrano fuori dalle stanze della musica, conquistati da scarafaggi e muffa. Diego Caro ha anche presentato diversi casi di fabbriche obsolete a Kwun Tong condannate a una demolizione costantemente rinviata a causa della speculazione edilizia, la cui precaria attesa per il rinnovamento urbano ha offerto un'opportunità per i giovani musicisti di stabilire studi di registrazione e aule in cui la musica si mescola al rumore ripetitivo di argani e macchinari.

Stevens_ Resistance José Bonifacio Occupation
Resistance José Bonifacio Occupation, April 2016. Foto di Jeroen Stevens (KU Leuven)

Sempre riguardo a San Paolo, abbiamo ascoltato in collegamento l'intervento dell'architetto e urbanista Jeroen Stevens della KU Leuven e Mackenzie University di San Paolo, intitolato Central Occupations: stills from a city in movement. Stevens ha ampliato lo sguardo su San Paolo raccontando la lotta condotta sul centro storico della città coinvolto dai contemporanei movimenti di occupazione urbana. «La serie di fotografie effettuate durante un lungo periodo di lavoro etnografico sul campo (2014-2019) cercano di gettare luce sull'incontro tra migliaia di famiglie di senza tetto impegnate nei movimenti urbani da un lato e l'architettura abbandonata della città dall'altro».
Lo scopo di questo lavoro, come spiegato dall'architetto urbanista, è comprendere come «i movimenti urbani prefigurino una più giusta e sostenibile via di riabitare, rifare e ripensare la città […] Sem teto è un concetto brasiliano ambivalente che identifica milioni di cittadini sulla base della condivisa deprivazione di una casa decente». Questo nonostante le case vuote in alcuni distretti centrali di San Paolo corrispondano a un terzo dell'intero patrimonio immobiliare. È da questo paradosso, caratterizzato dalla concentrazione di case sfitte e dall'enorme presenza di senza tetto, che emergono nei tardi anni Novanta i movimenti di occupazione del centro. «Le occupazioni realizzano una creativa distruzione dei confini materiali che abitualmente separano le famiglie di senzatetto indigenti dalle opportunità spaziali rappresentate dalla architettura abbandonata. L'occupazione di proprietà inutilizzate costituisce il principale strumento tattico dei movimenti per la casa a San Paolo, che operano per l'appropriazione di spazi abitativi per le masse urbane escluse». Come riporta Jeroen Stevens nel suo intervento “‘Insorgi e reclama la tua casa!' gridato da Carmen Silva, leader del MSTC – Movimento dei Senzatetto del Centro, durante le occupazioni notturne dell'aprile del 2016, «quando una dozzina di edifici vuoti furono occupati simultaneamente a mezzanotte da multipli movimenti di homeless impegnati nel centro della città». L'architetto urbanista ha continuato il suo intervento utilizzando evocativi termini portoghesi. Mutirão, o mutuo aiuto, è il principale modus operandi attraverso il quale i movimenti urbani operano per trasformare gli spazi abbandonati dei luoghi occupati – ed eventualmente inabitabili – in dimore. È da questo lavoro di pulitura collettiva e sistemazione che inizia un graduale processo di riparazione. Una laboriosa coreografia di persone e architetture ingaggiata in un collettivo rite of passage (Turner 1974) di mutua purificazione.

Francesco Pasta April 2017 Fikirtepe Istanbul
Fikirtepe, . An emptied-out neighborhood, slated for demolition, stands beside a construction site in early 2017. Mosques and some schools are the only buildings spared from demolition in redevelopment areas (and not always). Foto Francesco Pasta, April 2017

Francesco Pasta invece ci ha raccontato della sua esperienza a Istanbul, precisamene riguardo al quartiere di Fikiterpe con l'intervento Istanbul. Fikirtepe nel limbo: trasformazioni urbane, migrazioni e il ritorno alla periferia.

Fikiterpe nasceva negli anni Cinquanta come un quartiere informale messo su di notte con il favore delle tenebre, spesso su terreni pubblici, ai margini della città. Fikiterpe, ci spiega Francesco, da più di quindici anni sta attraversando un mega progetto di rigenerazione urbana, di ricostruzione da zero, con cui il governo sta cercando di capitalizzare, cioè di appropriarsi di queste aree.
«L'idea era che il tessuto urbano frammentato e eterogeneo del quartiere sarebbe stato assemblato in 61 mega blocchi. Parliamo di un quartiere dove abitano almeno 60.000 persone, quindi una città. Per questi 61 mega blocchi i costruttori […] si erano accordati con i proprietari delle case esistenti per avere in cambio denaro o i nuovi locali». Il sindaco di Istanbul dell'epoca diceva che Fikiterpe in un paio di anni sarebbe diventata Manhattan. Ma le cose andarono diversamente perché «Ci sono stati conflitti all'interno della comunità, conflitti anche fra i costruttori e tra loro e gli abitanti, mancanza di fiducia nelle istituzioni, rallentando molto il processo». Nel mentre il Governo provò a fare di tutto per mandare avanti il progetto «cambiando le leggi, dichiarando fittizie aree a rischio sismico e quindi facilitando la demolizione. Poi tutto questo rallentamento si è scontrato anche con il crollo dell'economia, la bolla immobiliare dal 2016. Per cui molti di questi costruttori sono falliti e quindi Fikiterpe si è trasformato in una specie di paesaggio urbano molto ibrido dove convivono grattacieli completati con aree più o meno abitate, cantieri rimasti fermi per anni, enormi spazi vuoti dove, ad esempio, dovevano costruire dei parcheggi multipiano. Contemporaneamente migliaia di persone hanno perso la casa. Dovevano avere una nuova unità, i costruttori dovevano pagare un aiuto per l'affitto ma fallirono. In questa situazione la realtà urbana del quartiere è degradata, decaduta. Una condizione che favorì, in un breve lasso di tempo, la strategia di  metterla a valore […] Quelli che potevano, o avevano un'altra scelta se ne sono andati e hanno spesso affittato o hanno lasciato degli spazi vuoti, abbandonati. E Fikiterpe è diventata anche un'area dove si sono insediati molte persone migranti per esempio dal Turkmenistan, da l'Uzbekistan, dall'Afghanistan dal Pakistan che spesso sono senza documenti, all'inizio anche molti siriani. Ma è diventato anche uno spazio, all'inizio, in cui si sono aperte delle finestre di opportunità per alcuni settori della popolazione. […] che hanno avuto un avanzamento dello status socioeconomico e politico collegato anche alle fortune politiche di Erdogan.  Poi ha subito una nuova riperiferizzazione con il capitale che cerca di espellere gli abitanti dal quartiere». Francesco vi ha potuto leggere e constatare una «periferia geopolitica, dove le dinamiche locali sono il riflesso del posizionamento della Turchia, di Istanbul, ai margini di quella linea dell'equatore politico che divide Nord e Sud. Quindi vediamo anche molti migranti di transito che lo usano come spazio temporaneo ma poi sono bloccati dal regime delle frontiere, dalla esternalizzazione dei confini dell'Unione europea, mentre i capitali internazionali sono capaci di piombare nel quartiere, di trasformarlo e anche di ritirarsi nel momento a loro favorevole. Nel frattempo le persone, gli abitanti trovano dei modi per aggirare o perlomeno resistere alle dinamiche negative innescate da questi processi». Questo accade anche con pratiche riappropriative degli spazi come ha fatto «un gruppo di ragazzi afgani  che vivevano in una vecchia fabbrica abbandonata quando la demolizione sembrava imminente. Però la demolizione non è mai arrivata e  lo spazio è stato riconvertito in maniera più o meno informale in un centro di raccolta e riciclo dei rifiuti».

Sabina Uberti Bona, abitante e attivista del quartiere, ha ricordato la necessità di una «coscienza degli interventi collettivi sul tema del diritto alla casa come un possibile motore di rivalsa o comunque di dialettica politica. È importante ricordare che in Italia, ma sicuramente a Milano, negli anni tra il Settanta e l'Ottanta, ma anche dopo, ci sono stati grandi movimenti di occupazioni mossi dal tema della casa come diritto». Sabina Uberti Bona ha puntualizzato questo elemento all'interno del seminario, per recuperare «la memoria storica di quel passaggio, di quel pezzo di storia, che resta un periodo importante della storia del diritto alla casa. Sembra che manchi la memoria nei giovani operatori. Anche per ricordarci che non si parte sempre da zero. E che questa cosa esiste ancora sottotraccia. Perché il comitato di quartiere fa delle occupazioni, supporta delle occupazioni di necessità. In secondo luogo, c'è una consapevolezza, una dialettica da ripensare che metta di nuovo al centro il conflitto. Perché gli ultimi 15 anni ci hanno insegnato che la partecipazione o il lobbying alla fine rischiano di essere strumenti un po' spuntati».

Elena, attivista di SMS, nell'indicare quali sono i corpi in cui si incarnano le città e le periferie, ha commentato che «sono corpi certamente di vario tipo. Sono corpi, ma anche vulnerabilità differenti. Sono corpi che subiscono diversi tipi e forme di discriminazione, oppressione, anche a partire da quello che è l'impianto urbanistico, da quella che è la possibilità reale di accesso a una casa. Sono corpi spesso razzializzati, corpi che vengono anche espulsi». E successivamente  ha specificato che «la gentrification è una prosecuzione anche della mentalità e della gestione dello spazio di tipo coloniale, perché la gentrificazione lavora anche sulle linee del colore. […] Quindi abbiamo il centro vetrina, tendenzialmente bianco e ricco. Se andiamo nelle periferie e se parliamo delle difficoltà per esempio di avere una casa o un affitto ci accorgiamo che spesso la periferia si incarna in corpi che sono razzializzati. L'espulsione funziona anche attraverso retoriche razziste. Provate a affittare una casa se avete un cognome palesemente non italiano. Sono corpi sicuramente anche femminilizzati, sia che siano corpi di donne, sia che siano corpi di persone queer, donne trans, ma anche non binarie. Sono corpi di persone che vengono espulse di solito dalla città vetrina. Quando vengono ammessi nella città vetrina è per giocare dei ruoli. Pensiamo per esempio alle donne, soprattutto se ricche, che vengono spesso usate per giustificare una logica securitaria. Vediamo un aumento della violenza contro le donne molto forte, anche della violenza omo tran lesbo transfobica molto forte. Non si fa assolutamente niente per fare una seria opera di prevenzione nello spazio urbano, anche a partire per esempio da più case per le persone che soffrono situazioni di violenza domestica in Italia. Non si lavora su quartieri più popolati di notte, su più servizi, più consultori. Però poi quando c'è uno stupro si usa per mettere più militari, più polizia, per espellere ulteriormente le persone dal centro».

L'incontro a Off Campus è sicuramente stato ricco di stimoli, ha offerto la possibilità di incontrare il mondo accademico al di fuori delle aule universitarie, e di farlo nei luoghi della periferia. Comunque nel seguire i lavori di venerdì in alcuni momenti ho avuto la sensazione che gli accademici presenti, antropologi, urbanisti, architetti, nelle loro analisi non sempre riuscissero a staccarsi da un immaginario piccolo borghese, e che questo inevitabilmente falsasse il loro sguardo sulle periferie.
Pasquale mi invitava a riflettere sul fatto che intanto quelli di Off Campus in quartiere ci lavorano, studiano e vivono. Invece di chiedere alle periferie di andare da loro sono loro ad esserci andati con una struttura aperta sulla strada e che dall'interno entra nel giardino condominiale della struttura abitativa di gente comune.

Ascolto sempre con piacere Pasquale. Questa volta gli ho ribattuto che comunque mi sembrava che durante i lavori gli accademici non sempre fossero riusciti a cogliere appieno la vitalità del quartiere, che nonostante tutto è il centro di un'intensa attività culturale, avendo dato vita, ad esempio, a una schiera di trapper che hanno firmato importanti contratti con le major partendo proprio dal quadrilatero. C'è una vitalità che ha fatto sì che migranti di prima e seconda generazione siano riusciti a superare quella linea simbolica e materiale rappresentata dalle rotaie del tram che ha sempre storicamente separato l'area borghese del quartiere da quella operaia. Hanno impiantato i loro commerci anche nelle vie che per decenni sono state loro precluse. Non solo, nelle sere più tiepide come succede in molti Sud del mondo, gli abitanti del quadrilatero vivono prati e panchine, le strade risuonano dei loro incontri e degli schiamazzi dei bambini. In molti casi protestare e ribellarsi è semplicemente riuscire a vivere e sopravvivere. Considerato come abbiamo detto all'inizio che il 74% delle famiglie del quadrilatero vive in condizioni di enorme difficoltà.

Gianfranco Falcone e Pasquale Esposito

[1] La pubblicazione in inglese si può scaricare gratuitamente qui

 

 

 

 

 

 

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