Oltre il capitalismo. Intervista a Giacomo Corneo

Condividi

La ricerca di Giacomo Corneo si concentra da qualche anno sui modi concreti con cui è possibile superare le storture ormai aberranti del capitalismo finanziario contemporaneo.

Giacomo Corneo
Giacomo Corneo

Giacomo Corneo è professore di finanza pubblica presso la Freie Universitaet di Berlino. Ha studiato economia politica presso l’Università Bocconi di Milano, ha conseguito un Ph.D. dall’European Doctoral Program in Quantitative Economics e ha ottenuto l’abilitazione all’Università di Bonn. Ha insegnato all’ENPC di Parigi, all’Università di Bonn e all’Università di Osnabrück. È stato consulente senior presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze a Parigi. È ascoltato presso i ministeri delle finanze di diversi paesi sia in Europa che nel resto del mondo.

Cogliamo l’occasione della pubblicazione in Italia di Oltre il capitalismo, precedentemente pubblicata in Tedesco, Inglese, Francese e Giapponese, per una conversazione sul libro e sul suo pensiero.

Oltre il capitalismo, un viaggio attraverso i sistemi economici alternativi” è uscito il mese scorso in Italia, edito da Roserberg & Sellier. Il volume affronta in maniera discorsiva i vari sistemi economici, i loro pregi, i loro difetti. Pur essendo scritto da un economista, fa poco ricorso alla teoria economica e nessun ricorso a numeri. Si può dire che vuole svelare i meccanismi che governano i sistemi economici e i comportamenti economici delle persone?
Sì, ogni sistema economico ha una sua logica che il mio libro cerca di svelare. Da anni, il dibattito internazionale su questi temi tende a esaurirsi nella contrapposizione di due atteggiamenti: da una parte i critici apocalittici del capitalismo, con delle proposte alternative molto vaghe e solitamente prive di un’analisi seria a loro sostegno; dall’altra gli economisti che non ammettono l’esistenza di alcuna alternativa al capitalismo e per i quali l’unico dibattito legittimo è quello sulle politiche che risultano compatibili con esso. Il mio volume non rientra in nessuna di queste due posizioni. Usa i risultati della ricerca in economia per rispondere alla questione: è possibile un sistema economico più equo e più fautore di libertà del capitalismo attuale, che sia in grado di generare un benessere materiale comparabile a quello odierno?

Non hai sentito la mancanza degli strumenti formali di indagine e prova? Delle statistiche economiche, dei modelli matematici o quant’altro?
I modelli matematici e l’econometria stanno a monte di quello che ho scritto. La sfida era di scrivere in modo rigoroso senza entrare nei tecnicismi. Mentre la questione dei sistemi economici alternativi interessa a molte persone, poche sono quelle che hanno dimestichezza con i modelli e le regressioni.

Leggere il libro un po’ mi ha sorpreso. L’approccio generale è molto laico, con una disponibilità a vedere le contraddizioni che è tipica del pensiero laico e del razionalismo critico. Allo stesso tempo la passione critica verso il funzionamento del sistema capitalista, non solo nei suoi eccessi, ma nella sua struttura portante, risulta evidente. In questo senso il volume sfugge un po’ alle facili classificazioni. Se dovessi iscriverlo in un filone, quale sarebbe? Ma soprattutto, quale è il motore più importante di questo filo di indagine e discussione?
Ho cercato di effettuare una sintesi delle parti della teoria economica contemporanea che mi sembrano più utili ai fini di studiare i sistemi economici alternativi. Nel volume confluiscono lezioni tratte dalla political economics, la teoria istituzionalista, la teoria dell’equilibrio generale, la teoria degli incentivi, la teoria dei giochi, la behavioral economics e la scienza delle finanze. Nel mio “viaggio” uso questo vasto patrimonio di conoscenze scientifiche per mettere in luce i tratti salienti del funzionamento effettivo di ciascun sistema economico.
La disamina delle alternative che propongo non è però un mero esercizio accademico: intende contribuire al cambiamento del mondo. Quindi mette anche in evidenza le potenzialità dell’esistente, perché da questo si deve partire se si vuole cambiare. Il capitalismo finanziario, per quanto aberrante, ha fatto emergere degli elementi che possono contribuire a superare il capitalismo stesso. Si tratta allora di identificarli e di spiegare come possano venire messi al servizio di un progetto di trasformazione del sistema economico. A ciò è dedicata la parte finale del volume.

Fai convergere la discussione dei vari sistemi economici all’idea di socialismo azionario, presentata in connessione al socialismo di mercato. In sostanza, e semplificando molto, ipotizzi un sistema di proprietà pubblica di imprese, poco dissimili da quelle attuali, che operano in regime di concorrenza e creano profitti e proponi che esista un sistema regolato di proprietà pubblica che eviti meccanismi di conflitto di interessi e distribuisca i dividendi per fini sociali. Il che ridurrebbe anche l’esigenza di prelievo fiscale. Si tratta di un sistema e di un equilibrio complesso. Come pensi si possa attuare e garantire?
Innanzitutto vorrei precisare che il modello di governance delle grandi imprese a cui pervengo si discosta da quello attuale in due modi. Primo, propongo una partecipazione decisionale dei lavoratori sul modello della co-determinazione tedesca. Secondo, propongo una rappresentanza della società civile con diritti di informazione e monitoraggio all’interno delle grandi imprese.
Più in generale, la mia è una proposta di tipo evolutivo, mirante a verificare nella prassi se i capitalisti sono superflui e il controllo del capitale può essere democraticizzato – con tutto quello che ciò implica per il rapporto economia- politica e economia-ambiente – senza perdite di benessere materiale.
Il primo passo sarebbe la creazione di un fondo sovrano etico che finanzia un dividendo sociale. Con ciò la proprietà pubblica sarebbe chiamata a gestire il capitale in modo “passivo”, senza entrare nelle stanze dei bottoni ma limitandosi a controllare il “portafoglio collettivo”. Se tale gestione avesse successo, tale esperienza porrebbe le basi per un secondo passo, ovvero la sfida ai capitalisti per il controllo delle grandi imprese. A tale scopo verrebbe creato un “azionista federale”, un’agenzia autonoma che controllerebbe alcune imprese attraverso una governance democratica e competerebbe ad armi pari con le imprese private. Come descritto nel libro, per sfruttare al meglio le potenzialità di questa nuova istituzione è necessario predisporre una specifica struttura degli incentivi. L’esito della competizione fra imprese capitaliste e imprese dell’azionista federale non sarebbe determinato a priori ma dipenderebbe dai meriti relativi della governance pubblico-democratica quali si dimostrano alla prova dei fatti.

In sostanza la proposta assume un andamento della distribuzione di ricchezza per cui i redditi da capitale aumentano mentre quelli da lavoro diminuiscono. Nella tua proposta non entri in questa dinamica, discuti su come far sì che non polarizzi l’umanità a svantaggio dei più deboli. Non pensi possibile lavorare a un sistema economico che riequilibri quella distribuzione e premi maggiormente il lavoro?
La tradizionale politica socialdemocratica di tassare il capitale per investire in istruzione e salute va benissimo – ma i suoi limiti sono palesi. È da oltre trent’anni che le aliquote delle imposte sui profitti diminuiscono, i redditi finanziari vengono esentati ed evasi, le imposte sul patrimonio vengono abolite. Tutto ciò continua ad accadere nonostante innumerevoli tentativi di coordinazione internazionale per impedire la concorrenza fiscale iniqua e combattere i paradisi fiscali. Le difficoltà che incontra la politica socialdemocratica tradizionale hanno radici strutturali, connesse a sviluppi tecnologici, demografici e geo-politici di lungo termine. Tali difficoltà sono diventate il pretesto tipico dei governi di centro-sinistra per non fare nulla di serio per riequilibrare la distribuzione fra capitale e lavoro. La mia proposta invece non necessita di una coordinazione internazionale, è immune alle critiche che vengono mosse alla tassazione del capitale e riduce in maniera durevole la diseguaglianza rendendo più egualitaria la distribuzione primaria dei redditi da capitale.

Un fondo sovrano, o una agenzia indipendente che agisca sul mercato dei capitali, accrescerebbe la finanziarizzazione dell’economia. Il che può avere effetti di compressione dell’imprenditoria dal basso, quella della piccola impresa con pochi capitali, a meno di non destinare un filone esattamente a quella economia, un po’ come fa il microcredito. Non vedi comunque i rischi anche qui di una polarizzazione e di una sorta di rafforzamento delle distorsioni della meritocrazia?
Un fondo sovrano etico italiano o, meglio ancora, europeo, agirebbe da contropotere democratico al potere più o meno occulto di gigantesche società d’investimento quali BlackRock, che sono in grado di coordinare tutti i big players di molti settori per colludere ai danni di consumatori, dipendenti e agenzie di regolamentazione. Per gli USA esistono diversi studi empirici che dimostrano l’importanza delle rendite di posizione generate da questa collusione veicolata dalle quote proprietarie delle maggiori società d’investimento. Un fondo sovrano etico di grosse dimensioni potrebbe contrastare questi sviluppi e le distorsioni ad essi connesse. In particolare, evitando il dominio dei big players, renderebbe i mercati più aperti, favorendo così l’entrata da parte di piccole imprese, cooperative e altre aziende del terzo settore.

Sono molti i movimenti al mondo che guardano alla necessità di cambiare un equilibrio e rompere una ideologia e un assetto che comprime gli spazi del lavoro, sacrificandolo. Non si tratta di una questione soltanto distributiva, ma di dignità della persona e di costruzioni di ruoli sociali. Grossomodo questa è anche la posizione di un altro economista italiano, Giulio Sapelli, che ha pubblicato un libro dallo stesso titolo, “Oltre il capitalismo” due anni fa. In che modo ritieni che la presenza di un fondo sovrano etico potrebbe non accentuare le dinamiche di compressione, economica e sociale, del lavoro?
Al contrario: un fondo sovrano etico favorirebbe l’emergere di condizioni di lavoro più rispettose della dignità umana. Un esempio concreto è l’operato del fondo sovrano etico della Norvegia nei confronti della grande multinazionale americana Walmart. Una quindicina d’anni fa, il fondo pubblicizzò il fatto che Walmart usava lavoro minorile, non pagava gli straordinari, sabotava il sindacato e praticava una discriminazione di genere nei confronti dei dipendenti. Per tali ragioni, nel 2006 il fondo uscì completamente da Walmart, provocando una diminuzione della sua quotazione in borsa. In seguito, anche altri investitori con vincoli etici uscirono dalla multinazionale, appesantendone ulteriormente il costo del capitale. Solamente dopo che Walmart ha proceduto a migliorare in maniera significativa le condizioni di lavoro, il fondo norvegese l’ha tolta dalla sua lista nera ed ha ripreso ad investire in questa impresa.

In ogni caso, un fondo sovrano etico Europeo sarebbe decisamente un big player e un polo di potere indubbio, il che richiederebbe in ogni caso una governance forte. Il suo carattere democratico dovrebbe conciliarsi con aspetti tecnici rilevanti, in qualche modo richiedendo una tecnostruttura soggetta a pressioni e con il rischio di una deriva autoreferenziale. Questo, comunque, si incrocia con l’attuale stato dell’Unione e con una governance fortemente incentrata sulla commissione, mentre sono in molti a desiderare un maggior ruolo del parlamento. Una siile prospettiva potrebbe essere quindi anche un’occasione per rivedere gli equilibri dell’istituzione Europea, o questa sarebbe più verosimilmente una precondizione?
Penso che un fondo europeo come da me descritto contribuirebbe in maniera decisiva a democraticizzare le istituzioni europee. Come quello norvegese, il fondo avrebbe bisogno di un codice etico che dichiara quali sono i comportamenti delle imprese che riteniamo inaccettabili, ad es. l’impiego di lavoro minorile, la produzione di ordigni nucleari, il ricorso alla corruzione (https://etikkradet.no/en/). Occorrerebbe dunque stipulare le norme di un tale codice etico. È chiaro che ciò dovrebbe avvenire a seguito di un grande dibattito europeo mirante a identificare e precisare i nostri valori comuni. Tale dibattito non si esaurirebbe nella redazione una volta per tutte del codice etico: le continue trasformazioni del mondo richiederebbero una ricorrente modificazione delle norme in esso contenute. La stipulazione del codice etico del fondo sovrano europeo produrrebbe pertanto due effetti: la consapevolezza nei popoli d’Europa di un’identità collettiva e un discorso partecipativo pan-europeo permanente. Questi due elementi – oggi fortemente carenti – costituiscono la pre-condizione necessaria di una democrazia europea degna di questo nome.

Oltre il capitalismo esce in Italia nel 2020, 6 anni dopo la versione tedesca e tre anni dopo la versione Inglese. A cosa attribuisci questo ritardo, che sembra una disattenzione del pubblico e dell’editoria Italiana?
Conosco troppo poco il mondo dell’editoria per rispondere a questa domanda.

Tra il 2014 e il 2020 sono successe diverse cose nel mondo. Quali pensi che siano i fatti che entrano maggiormente in relazione con quel che scrivi?
Un fatto rilevante per la mia proposta di un fondo sovrano europeo è la decisione dell’UE di emettere debito per finanziare prestiti molto ingenti che dovranno essere restituiti negli anni a venire. Tali ripagamenti, invece che per riportare a zero il debito, potrebbero essere devoluti per finanziare un fondo sovrano etico tipo quello di cui ho scritto nel libro e che a sua volta finanzierebbe un dividendo sociale a livello europeo. Il periodo di tempo che intercorrerà fino all’avvio dei ripagamenti dovrebbe allora essere usato per disegnare e costituire l’istituzione a cui affidare la gestione di tale fondo.

La pandemia da Covid ha convinto molte persone che il nostro modello di sviluppo è troppo pericoloso ed essenzialmente distruttivo. Il movimento “fridays for future” ne esce oggettivamente rafforzato, anche se i colpi di coda delle concentrazioni che vengono dette élite ci sono e ci saranno. L’esigenza di spingere verso produzioni “verdi”, una riduzione dell’esasperato consumismo, anche un contenimento della “sovracrescita” emerge come non rinviabile. In che modo un modello di proprietà pubblica può spingere in questa direzione?
Entrambe le istituzioni che propongo gestiscano la proprietà pubblica – il fondo sovrano etico e l’azionista federale – spingerebbero in quella direzione.
Il fondo sovrano avrebbe un codice etico, probabilmente non troppo diverso da quello del fondo norvegese. Questo contiene in particolare delle norme che vietano l’investimento in imprese che danneggiano in modo serio l’ambiente, ad esempio a causa delle loro emissioni di gas serra. Norme di questo tipo rafforzerebbero l’incentivo a produrre in modo ecologicamente sostenibile.
L’istituzione cardine della “fase due”, l’azionista federale, controllerebbe la maggioranza del capitale di alcune grandi imprese. Per queste imprese vi sarebbe una presenza istituzionale al loro interno della società civile: sindacati, associazioni dei consumatori, associazioni ecologiste. Questi gruppi avrebbero dei diritti di informazione sostanziali per verificare che tutte quelle leggi meravigliose che già abbiamo – a difesa dei lavoratori, degli utenti e dell’ambiente – siano rispettate dalle imprese nella pratica di ogni giorno.

Bruno Coppola

Giacomo Corneo
Oltre il capitalismo. Un viaggio attraverso i sistemi economici alternativi
2020, Rosenberg & Sellier – Bisogni & risorse
pagg. 304.

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piacuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

In questo articolo