Omaggio a Bernardo Bertolucci

proiettore Prevost cinema
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Se mi sedessi in un cinema e mi venisse offerta la possibilità di rivedere alcune sequenze del cinema di Bernardo Bertolucci, probabilmente sceglierei: Olmo ragazzino che cammina sopra il tavolo nell’atto primo di Novecento, calpestando coi piedi sporchi il cibo, si muove solennemente verso suo padre, si toglie il cappello e scandisce il suo nome, del quale non si vergogna nè si vergognerà mai. La luce arancio di Vittorio Storaro che lo bagna, Morricone che lo incalza in sottofondo, Bertolucci che lo fa volare.

i piedi di Olmo su una tavola imbandita
Novecento di Bernardo Bertolucci

Eva Green e Michael Pitt che organizzano un appuntamento romantico a Parigi, e vanno prima al ristorante, poi al cinema, poi corrono a casa sotto la pioggia, con il sottofondo di “Tous les garçons et les filles” di Francoise Hardy.

Il prologo de “La Luna” che ne racchiude il senso. La spiaggia del Circeo, una madre che balla insieme ad un uomo, un bambino piccolo che piange disperato perché quell’amore è suo e qualcuno glielo sta rubando.

I due fratelli ritrovati di “Io e te”, che ballano David Bowie nella cantina del loro palazzo, che non è mai stretta ma che anzi contiene universi e sembra allargarsi in un abbraccio e farsi casa. Ragazzo solo, ragazza sola.

i due fratelli abbracciati mentre ballano in Io e te di Bertolucci
Io e te di Bernardo Bertolucci

La macchina da presa che scende verso il viso di Marlon Brando sotto il ponte di Bir Hakeim, lui si tappa le orecchie per non sentire il rumore, grida e piange. Ha un cappotto largo color cammello, i capelli lunghi, è un uomo al crepuscolo che non è mai stato così bello.

Primo piano di Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi
Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci

Potrei andare avanti in eterno, perché ad ogni parola affiora un’immagine che chiede di essere raccontata, anzi di essere mostrata.
Bernardo Bertolucci ci lascia un repertorio di meraviglie e di grandezza che farebbe impallidire qualunque persona abbia fatto il suo stesso mestiere.
È stato l’ultimo Maestro del nostro cinema, il solo a ricordarci della gloria e della grandezza passate, quando il mondo intero ci guardava, ci ascoltava, ci imitava.
Ci ha insegnato, ai noi spettatori nel buio, che non è sbagliato pensare in grande, ma che anzi è un dovere allargare lo sguardo, allungare i campi.
Che le bandiere rosse non sono mai troppo grandi, che i carrelli non sono mai troppo lunghi, e che li puoi montare anche in pochi metri quadrati, perché lo spazio è tutto una questione di sentimento.
Che le grida e la rabbia, le polemiche e le contestazioni sono pane quotidiano della vita e del cinema, e che non bisogna dimenticarselo mai, perché ci rendono vivi e ci rendono umani.
Che tacere è un peccato.
Che invecchiare è un delitto, come diceva Maria Schneider in “Ultimo Tango a Parigi”.

Ho sperato fino ad oggi che sarebbe ritornato dietro la macchina da presa, che quella sedia a rotelle (che aveva soprannominato sedia elettrica) non gli avrebbe impedito di raccontare altre storie, di pensare ancora in grande, di volare di nuovo in alto, di aggiungere altre immagini a quella meravigliosa galleria che è la sua filmografia.

Ripenso all’ultimo fotogramma, quello con cui si chiude “Io e te”.
Il viso di Jacopo Olmo Antinori che guarda in camera ed accenna timidamente ad un sorriso, poi il fermo immagine e lo zoom come nel finale de “i 400 colpi”.
L’ultima inquadratura della filmografia di Bernardo Bertolucci è un omaggio, una citazione.
Il cinema è una ruota che gira, in fondo.

Lorenzo Tardella

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