Omaggio alla Centrale Montemartini (in una sorta di racconto)

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L’archeologia classica e l’archeologia industriale s’incontrano in questo Museo dalle molteplici suggestioni.
Non vi esponiamo un luogo e le sue bellezze: ci affidiamo alla voglia di scoprire e raccontiamo con umiltà il nostro cammino.
Una camminata, una visita: la Centrale Montemartini ci aiuta con le sue sorprese a riflettere sul tempo che passa, le epoche storiche che si credono definitive e il bisogno di guardare al futuro senza erigere muri e sbarramenti reali e mentali.

Statua nel Museo Centrale Montemartini
Roma. Museo Centrale Montemartini. Foto Mimmo Frassineti

Premessa in forma di racconto: andando verso la Centrale Montemartini

Stavamo camminando: questo lo ricordo con nettezza.
Stavamo camminando con quella piccola fortuna che hanno in certi momenti della vita gli amanti.
Stavamo camminando senza il peso del raccontarci qualcosa; bastava, di tanto in tanto, uno sguardo o un leggero sfiorarci, per concederci un sorriso.
E’ quella magia dello stare presso qualcuno che a un tempo ti prende del tutto e ti lascia, però, libero di vagare con la mente nel mondo.
Stavamo camminando in una città semideserta perché le vacanze, il caldo e la ritualità estiva la svuotano e la rendono degna di essere amata e ammirata.
Stavamo camminando verso la Centrale Montemartini, un Museo in cui non eravamo stati ancora e avevamo scelto – poteva essere altrimenti per le nostre manie? – di lasciare il treno a Ostiense e poi procedere a piedi.

Stavamo camminando in un’area che non conosce l’assalto dei turisti, dei venditori di tutto e dei venditori di cibo. E’ un’area che porta, con lunghi stradoni, ad attraversarla più che viverla e così andavamo anche noi in un piccolo deserto urbano interrotto da visi, voci, negozi e gruppi di uomini venuti da tanti angoli del mondo.
Gli unici aperti, gli unici al lavoro, gli unici a sperare che qualcosa si potesse piazzare anche in un giorno come quello.
In effetti, a sfamarci avrebbe provveduto, poche ore dopo, un egiziano capace di sorrisi senza tempo, antichi, moderni e futuri, si spera.

Stavamo camminando e si poteva osservare la regolarità dei semafori e il passaggio di tanti cinesi vestiti a festa con improbabili giochi cromatici; erano tantissimi ed erano trafelati.
A volte penso che non si rilassino mai – siamo sicuri che siano poi davvero cinesi? – e che anche nel giorno di festa s’impegnano, si affannano.
Donne avvolte in abiti rosa e uomini che indossavano con evidente difficoltà abiti troppo stretti o troppo larghi o troppo odiati. Andavano di fretta per poi scomparire, uno dietro l’altro, in un grande ristorante quasi mimetizzato lungo la strada. Doveva essere grande davvero quel locale, perché, mentre ci avvicinavamo al nostro obiettivo, ebbe modo di risucchiare più di cento cinesi. Una festa, un matrimonio: non ebbi il coraggio di chiedere o informarmi.

Stavamo camminando e la città si offriva nella sua lentezza inedita.
Il mondo era cambiato e doveva ancora cambiare tanto, e l’eterno e il presente si davano la mano in questa grande confusione di tratti somatici e lingue.
Tutto sarebbe cambiato ancora una volta e nessuno poteva avere la presunzione di conservare ciò che sarebbe divenuto vecchio e superato in pochi anni.
Stavamo camminando e mi ritrovavo, grazie al tuo sorriso, a pensare che ho sempre amato le contaminazioni, le intersezioni, il meticcio, il borderline: insomma tutto quello che, mentre definisce, apre però ad altro e non si chiude nella definizione di un confine, di un muro, di una dialettica fra inclusione ed esclusione.
Lo so che mi capivi mentre pensavo queste cose; sono anche il tuo patrimonio e lo abbiamo condiviso tante volte.

Stavamo camminando e, sembra incredibile pensarlo a volte, mi gustavo il piacere di aver fatto degli studi classici e di viverli come un’apertura al futuro e non come la difesa di qualcosa di vetusto, antico, andato, passato.
Stavamo camminando e il secolo breve mi sembrava davvero breve e pensavo che fosse “classica” anche tutta la cultura operaia, della fabbrica, del lavoro nelle fabbriche e che anche quello era un orizzonte che si era sentito eterno, vincente, definitivo.
Una cultura che aveva generato una grande interpretazione del reale e che del reale aveva anche preteso di farsi motore rivoluzionario.

Poi? Poi era tutto cambiato e ancora una volta l’eterno – che appartiene solo agli dei e per il resto è solo presunzione degli umani – si era fatto storia, divenire, crollo, disfatta e insieme novità possibilità, andare, sognare.

Banale sarà la frase che costringe a considerare la storia come un susseguirsi di fasi e di crisi. Ed è lì, in quella sorta d’interstizio, di cesura, di frattura, di faglia che si generano le cose più interessanti, le commistioni che non erano lecite fino al giorno prima, i sommovimenti che mettono in contatto elementi che erano separati: il divenire è, allora, una pozione magica e la vita mirabilmente continua.

Profeti di sventura, pessimisti della rinuncia, piagnoni di ogni genere lasciano intendere che si possa bloccare il tempo o che non ci sarà più tempo.
Non è così: la vita continua oltre l’amara insipienza di una generazione o due; il mondo trova nuovi equilibri e gli uomini cambiano: i colori si mescolano; gli idiomi si fondono e la vita è nuova e la vita è classica e la vita è novità. Uomini sempre uguali e sempre diversi.

La lava fuoriesce dal fianco ferito del vulcano e taglia il mondo con la sua scia di luce e fumi. Giunge, infine, al mare e invade quell’elemento e la lotta si fa sinfonia e costruzione: bagliori di vapore urlano nel cielo consolidato e la materia rinasce e trova nuova forma. L’essere e il divenire si fanno gemelli e il tempo scorre oltre ogni parola, oltre ogni presunzione, oltre ogni potere e, felici sorridono solo quelli che davvero hanno saputo amare la vita, il sorriso, il volto, il sospiro di che vuole vivere.

Roma. Museo Centrale Montemartini. Foto Mimmo Frassineti

Andando dentro la Centrale Montemartini

Non abbiamo scelto di offrirvi un articolo informativo sulle mille cose che potrete vedere nei locali dell’ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini.
Il sito del Museo è sufficientemente ricco per fornirvi tutte le informazioni che possono essere utili per una visita consapevole.
Abbiamo preferito raccontarvi un’esperienza di visita e d’incontro con questo spazio che sa fondere, in maniera quasi inattesa, due forme di archeologia: quella classica e quella industriale.
Le parole ci aiutano a plasmare il mondo e narrarlo dando una forma alle cose: che cosa raccontarvi di questo Museo?
Parole come statua, mosaico, drappeggio, marmo, calco e così via guiderebbero la vostra fantasia verso uno stile e un modo d’essere quasi codificato per un Museo che accoglie opere legate alla classicità romana.
Luoghi, siti, testi, poesia, memoria e storia vi preparerebbero a una visita sicuramente piacevole, ma, in qualche modo, simile a tante altre possibili.

E se le nostre parole virassero improvvisamente? Se vi parlassimo di turbina, energia, bombole, motori diesel, potenza erogata, pilastri? Un altro scenario andrebbe a costruirsi nella vostra mente e le vostre attese muterebbero.
La centrale fu inaugurata nel 1912 e intitolata già dall’anno successivo alla memoria dell’Assessore al Tecnologico, Giovanni Montemartini.
La Centrale ospita oggi un’esposizione permanente di sculture provenienti dalla collezione dei Musei Capitolini.
Lo spazio museale, concepito in origine come temporaneo, è stato confermato come sede permanente delle collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini.
Nel dialogo fra antico e moderno, si impongono anche, come una stazione, le sale in cui è conservato il treno del Papa, realizzato nel 1858 per iniziativa delle società ferroviarie “Pio Centrale” e “Pio Latina”.
Il Papa Pio IX ha viaggiato in quelle vetture.
Dopo il 1870 e la presa di Roma il treno finì a Roma Termini. Nel 1911, fu restaurato dalle Ferrovie dello Stato ed esposto a Castel Sant’Angelo in occasione del cinquantenario del Regno d’Italia. Entrato nel patrimonio del Comune di Roma si può oggi ammirare in queste speciali sale.
Un tempo molto lontano, eppure mai tramontato e detto quindi classico, e un tempo più vicino, che sembrava il più futuribile di tutti, s’incontrano nella visita che potrete vivere nella Centrale Montemartini.

Roma. Museo Centrale Montemartini. 

La storia è così, a tratti iniqua e spietata, veloce e lenta a un tempo. Irride, ammicca e gioca con le mode e le trasforma.
Le strutture della modernità, le ampie capriate capaci di sostenere il mondo come novello Atlante si sposano con i volti riemersi dal passato che non era mai stato davvero cancellato.
E se il mito della velocità e della macchina, aveva spinto alcuni futuristi a decretare la morte dei musei e della bellezza statutaria, la storia si prende la sua piacevole rivincita, fondendo insieme ciò che fu il trionfo della modernità industriale e di una poetica del movimento con il peso ben bilanciato e ponderato di quelle statue che sanno stare nel tempo da millenni.
Mille allora le suggestioni che la Centrale Montemartini sa offrire al visitatore che sappia legare insieme la bellezza degli incredibili strumenti di un’umanità votata al futuro e al lavoro con i volti e gli occhi di chi sembra guardarci e guidarci da un’altra epoca del mondo.
Immense chiavi per immensi bulloni fanno pensare a giganti che potrebbero uscire anch’essi dal mito e le moderne fucine alludono forse agli stratagemmi di Vulcano: in fondo tutto si fonda sul lavoro, sull’alacre lavoro di chi trasforma la materia in statua o la materia in energia.
A ogni epoca la sua fatica e a ogni epoca il suo trionfo.

Ed eccola, è qui, tutta per noi la Centrale Montemartini; inattesa apparizione una volta abbandonato il viale principale; inatteso luogo d’incontro e fusione non appena varcato l’ingresso.

Statue romane e macchine un tempo all’avanguardia; profili di bellezza e produttrici di energia stanno insieme in modo nobile, piacevole, attraente.
Si guardano, le statue e le macchine, e si sorridono con curiosità, sopresi di essere le une accanto alle altre in una maniera che non sospettavano e non conoscevano. Hanno imparato a farsi compagnia e oggi di certo non vorrebbero più cambiare posto.

Roma. Museo Centrale Montemartini.

Una visita che è anche un’esperienza; una visita che è anche un’occasione per riflettere sul divenire della storia, senza presunzioni, senza limitazioni, senza preclusioni.
Antonio Fresa

Per saperne di più
http://www.centralemontemartini.org

 

 

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