Onza onza, da L’Aia a Spongano: scortato all’arrivo

Spongano
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La pausa di due giorni a Vieste, in attesa che il cielo si schiarisse, è stata una scusa per una breve e pigra vacanza. Una situazione del tutto insolita per me: normalmente vivo il turismo fagocitando luoghi e monumenti, ma nello specifico ho semplicemente aspettato che passassero le ore, mettendo a dura prova la pazienza di cui tanto ho parlato finora… Volevo ripartire e portare a compimento l’intero viaggio quanto prima. Ma tra passeggiate nel centro, visite al mare, paposce (una sorta di focaccia tipica dell’entroterra garganico ormai popolare anche sulla costa), pesce e vini locali, mi sono trattato benone, direi.

Gargano, nei dintorni di Mattinata.
foto Luca Alfonso Rizzello 2020

Sono ripartito il 26 Settembre: 29 giorni dalla partenza, 2.200 km già percorsi, 400 km davanti a me. Dopo una serie di curve, salite e discese, attraversando la vegetazione tipica, tra agrumeti, oliveti e tratti di Foresta Umbra, sempre con il mare azzurro a vista, sono giunto a Mattinata per trascorrere la notte. Mattinata è un paesino molto pittoresco: sulle pendici della collina, con una vista amplissima sul mare, le stradine pedonali del centro e i gradoni tra i vicoli a diversi livelli. Una piccola bomboniera. Individuato un ristorante gestito da una azienda agricola del posto, avrei volentieri mangiato tutto quello che avevano. La cucina in Puglia può essere un rito dionisiaco!

Ancora satollo, all’indomani mi sono incamminato lungo la costa del Gargano aspettandomi vagamente lo stesso paesaggio goduto nella parte precedente della litoranea. Ed invece, ad ogni curva e ad ogni salita, la veduta si è fatta sempre più fulgida e selvaggia: le rocce bianche a strapiombo sull’azzurro del mare, l’assenza di centri abitati, la vegetazione intensa e variegata, la pietra nuda e verace, fanno della parte sud del promontorio il mio preferito. Lo annovero tra i luoghi più sorprendenti visti durante il viaggio, uno di quei posti in cui la forza della natura diventa bellezza che avvolge totalmente. Ho vissuto quella mattinata con lo stesso stupore del raggiungimento della vetta del Gottardo, senza dubbio. Stupenda la baia di San Felice, con lo scoglio a forma di arco magicamente piantato nell’acqua. Ancor più stupenda la Baia delle Zagare, che sognavo di vedere da vicino, ma che, secondo una di quelle raccapriccianti cattive abitudini della politica italiana, è interdetta alla vista perché di fatto murata da alberghi che ne occludono l’unico accesso da terra. È una vergogna commercializzare il demanio pubblico in quel modo così meschino. Il fatto stesso che ci sia una briciola di cemento nel raggio di dieci chilometri fa accapponare la pelle. Vero è che si può accedere alla spiaggia tramite un ascensore (gestito dai suddetti alberghi) ma solo dopo essersi muniti di un pass comunale per il quale occorre presentarsi di persona in Municipio a Mattinata, a svariati chilometri di distanza e a qualche centinaio di metri di dislivello: un incentivo al cicloturismo, sicuramente… Mi son dovuto accontentare di qualche minuto di contemplazione della spiaggia e dei suoi faraglioni da molto, molto lontano, appoggiato al guard rail della litoranea, frustrato dal desiderio insoddisfatto di essere avvolto da quel tesoro lasciato in pasto ai palazzinari più spietati.

Basilica di Siponto
foto Luca Alfonso Rizzello 2020

Dovevo ormai procedere, ed anche alla svelta, se volevo tenere fede alla mia tabella di marcia. Dopo gli ultimi splendori garganici mi sono addentrato verso sud attraversando rapidamente Manfredonia, visitando l’antica Basilica di Siponto e il completamento moderno di Tresoldi (tappa consigliatissima) per poi imbattermi in un intero pomeriggio di strade provinciali un po’ inquietanti, lunghe, strette, battute da sparuti camion in velocità, un po’ desolate, costeggiate da villaggi turistici e campeggi ormai chiusi. Ho così raggiunto ed attraversato le Saline di Margherita di Savoia. Sarà stata la fretta di chiudere la giornata, il vento, le strade un po’ tristi e monotone, o il confronto impari con i paesaggi garganici, ma non mi sono granché goduto le Saline. La vera sorpresa del giorno è stata Barletta, città in cui ho pernottato, che non conoscevo per niente, e che mi ha accolto con un vivacissimo ed intricato centro storico, fatto di vicoletti e monumenti in ogni angolo.

Il conto alla rovescia giungeva agli sgoccioli quando mi sono incamminato alla volta di Bari, la mattina successiva. Attraversando i paesi della costa (Trani, Molfetta, Giovinazzo, Santo Spirito), fermandomi qui e lì per qualche scatto fotografico, o per una breve pausa per riprendere fiato, o per rivedere alcuni scorci già noti (conosco Molfetta e ci torno sempre volentieri; la foto di rito presso la Cattedrale di Trani, in prossimità del mare, non poteva mancare), mi sono avvicinato al capoluogo pugliese per scoprire che entrare in città in bicicletta è tecnicamente impossibile. Non che prima avessi incontrato molti tratti ciclabili (in alcuni paesi ci sono, come già visto altrove in Italia, ma non sono collegati tra loro), ma l’arrivo a Bari è stata un’avventura alla Indiana Jones. Una delle mappe che seguivo mi portava lungo un sentiero costiero che man mano si restringeva fino a diventare una pietraia di fatto crollata sulla spiaggia. Senza demordere mi sono spinto fino a ritrovarmi bloccato da un canale completamente ricoperto di alga posidonia con un muretto all’altro lato del canale. D’accordo, sarà stato un mio errore, mi son detto. Ho fatto dietrofront e grazie alle informazioni racimolate qua e là dalle persone del posto, stupite al vedere un ciclista da quelle parti, ho raggiunto il lato ovest della Statale 16, seguendo di fatto l’altra delle due mappe in mio possesso. Eccomi di nuovo al paradosso: l’unica stradina si interrompeva davanti ad un altro canale, stavolta asciutto, ma accidentato e fatto di pietre di ogni tipo, vegetazione selvatica e spazzatura (quella, poi, non ce la facciamo mai mancare in Puglia…), con un guard rail dalla parte opposta a chiudermi il passaggio, semmai mi fossi avventurato al guado di quello scempio.
Non c’era anima viva in giro, era chiaramente una strada-non-strada. Sono riuscito però ad imbattermi in un contadino che, gentilissimo, mi ha incoraggiato: non c’era alternativa, s’aveva da attraversare quel postaccio e sollevare la bicicletta per scavalcare il guard rail. Facile a dirsi, se non si viaggia con una bici stracarica di bagagli… Beh, così è stato. Ancora incredulo, ho raggiunto Bari e nello specifico Bari Vecchia, dove ho trovato amici ad attendermi, insieme a caffè, dolci, aperitivi, tutto ciò che mi aspettavo da una città vivissima che amo e conosco bene da tanti anni. Ho trovato poi anche la pioggia, per fortuna quando ero già al riparo, e i familiari che mi hanno ospitato per la notte a Japigia, dopo svariate bottiglie di vino e non so più neanche quante memorabili pietanze casalinghe. Il Sud è bello (anche) per questo!

Arrivando a Bari sul sentiero non più percorribile
foto Luca Alfonso Rizzello 2020

Una nota, proprio a proposito del Mezzogiorno: mancano le infrastrutture, mancano i servizi, molto spesso l’organizzazione è approssimativa, ma l’istinto delle persone ad aiutare chiunque abbia bisogno è diffusissimo.
In assenza di mappe affidabili e strade percorribili, in Puglia ho chiesto informazioni sempre più spesso, e ho così risolto la maggior parte dei problemi. Posso dire di aver sempre trovato la disponibilità di tutti e di aver imboccato i percorsi migliori grazie alle indicazioni raccolte per strada. Lo spirito di solidarietà c’è, secondo me, ed è per questo che va coltivato. Mi auguro che non si perda con le mutazioni politico-sociali dei nostri tempi, è un tesoro davvero prezioso.

Il maltempo incombeva su Bari ma ero determinato a rimettermi in moto senza ulteriori giorni di stasi. Ho quindi lasciato Bari sotto la pioggia sperando di essere graziato quanto prima. E così è stato, dopo soli 20 km sotto l’acqua, ho attraversato Mola, Polignano, Monopoli, tutte città graziose in cui sono sempre felice di tornare. Dopo le località marine come Capitolo o Savelletri, ho visto per la prima volta Egnazia e i suoi scavi archeologici, e da lì ho percorso lunghe strade rurali, nell’agro di Ostuni, tra uliveti monumentali ed antichissimi, ancora per poco salvi dal terribile batterio Xylella (sono stati gli ultimi ulivi ancora verdi che avrei visto prima di raggiungere il leccese). Quella notte ho pernottato a Torre Santa Sabina. Mancava davvero poco ormai! Ma continuavo a concentrarmi esclusivamente sul giorno dopo, il penultimo, rifiutandomi di visualizzare la fine del viaggio.

Il mare dalla complanare Mola Polignano
foto Luca Alfonso Rizzello 2020

Sapevo che avrei avuto difficoltà ad uscire dalla città di Brindisi. La litoranea e le complanari della Statale di fatto si interrompono in città. Per cui dopo la sosta a Brindisi, mi son dovuto fidare nuovamente di continui e progressivi consigli raccolti sul cammino. Problema risolto, ma non proprio alla leggera: chilometri su chilometri di strada provinciale verso l’entroterra, e poi ponti e strade ad uso industriale fino a costeggiare la centrale elettrica di Cerano (che non mette tanta allegria), ma infine sono tornato sulla litoranea: attraversate Lendinuso e Casalabate finalmente mi sono ritrovato nella provincia di Lecce. Immerso nella vegetazione del Parco delle Cesine, sfidando un vento cattivissimo e perdendomi nelle stradine di campagna, finalmente ho guadagnato Acaya, una frazione di Vernole che considero un luogo magico: poche centinaia di abitanti, un Castello del ‘500, una tranquillità unica che resiste al marasma del turismo salentino, un paio di trattorie di tutto rispetto. Non volevo altro per la mia trentanovesima ed ultima notte prima del traguardo. Inutile dire che gli amici della zona sono venuti a trovarmi, così come era successo la sera prima a Torre Santa Sabina.

Lunedì 28 settembre 2020. Mi sono svegliato ad Acaya non ancora consapevole di cosa sarebbe significato dal punto di vista emotivo percorrere l’ultimo tragitto. Concentrazione, mi dicevo, concentrazione, non è ancora il momento di cantar vittoria. Ma mi è bastato iniziare a pedalare, per la prima volta ignorando le mappe e procedendo a memoria lungo le strade che conosco come le mie tasche, per ritrovarmi in una tempesta di emozioni: la contentezza di riuscire nell’intento, mai pregustata prima di allora, la gioia di vedere le marine della litoranea salentina splendide come le avevo lasciate l’ultima volta, forse ancora di più ai miei occhi assetati di luoghi familiari, l’eccitazione della sorpresa del momento in cui avrei detto “è finita”. Piangevo e ridevo allo stesso tempo.

67 km, da Acaya a Spongano, passando da San Foca, Roca, Torre dell’Orso, Sant’Andrea, Otranto, fermandomi ogni pochi minuti per contemplare bellezze naturali e storiche, il mare sempre più trasparente, gli scogli sempre più sensuali, Otranto evocativa come mai. Mi prendo la responsabilità di dire che la litoranea a sud di Otranto, fino al raggiungimento di Santa Cesarea e Castro, sia stata il paesaggio più bello di tutti. Complici il cielo sereno ma accompagnato dalle tipiche nuvole settembrine che giocano a dipingere quadri unici e diversi ogni attimo, la tranquillità dell’assenza di traffico a stagione turistica finita, i colori del primo autunno, mi sono inebriato di bellezza e felicità e ho iniziato a pensare “è davvero valsa la pena!”.

Gli amici mi hanno raggiunto lungo il tragitto dell’ultima decina di chilometri, e sono iniziati i festeggiamenti itineranti. A Castro, prima di lasciare la costa per risalire verso il mio paesello, mi hanno accolto i ragazzi del Ciclo Club di Spongano, orgogliosi di consegnarmi una maglietta con il loro logo, perché arrivassi al traguardo come uno di loro. Un gran bel gesto, per me che non sono mai stato uno sportivo, quale onore!

Scortato da ciclisti sportivi e da avventori, ho fatto ingresso nella piazza di Spongano tra gli applausi dei miei compaesani, che avendo seguito il mio viaggio ed essendosi costantemente informati, mi hanno salutato con complimenti di ogni sorta. Persino l’Amministrazione Comunale, nella persona del Sindaco, mi ha accolto con un simbolico taglio del nastro e la consegna di una targa. Non me lo meritavo, continuavo a dire. Ma non potevo non apprezzare quel senso di comunità così genuino e caloroso. È stato molto toccante. Il tutto era iniziato come una sfida personale e si è concluso con una cerimonia pubblica. È una fortuna appartenere ad una comunità che è pronta ad accoglierti a braccia aperte, una gande fortuna. L’aria di festa con i parenti, gli amici e i convenuti dai più ai meno intimi, è stata il modo migliore per coronare questo mio personale, grande e forse impensabile traguardo.

Ciclo Club Spongano foto Sebastiano Corvaglia

La festa mi ha in un certo modo distratto dall’emotività che probabilmente era pronta ad esplodere e che ho potuto elaborare con calma solo a cose fatte. Una sensazione di confusione mi ha pervaso sin da subito, non essendo in grado di comprendere esattamente cosa avessi compiuto, non potendo tenere insieme i ricordi e i sentimenti di quaranta giorni di cammino tutti insieme in un unico pensiero. E la confusione non si è ancora dipanata del tutto, a distanza di qualche giorno dall’arrivo. Avrò ancora da riflettere sui 2.623 km distribuiti su 40 giorni di viaggio.

Ma non ho dubbi: sono felice di essermi messo alla prova, e sono sorprendentemente contento di essere giunto fino in fondo!
Grazie a tutti coloro che si sono interessati e che mi hanno seguito da lontano, inclusi voi lettori e lettrici di Mentinfuga. Grazie di cuore!

Luca Alfonso Rizzello

Da L’Aia a Spongano

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