Opera Panica – Cabaret tragico

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Cazzaro o mago? Quando si ha a che fare con Alejandro Jodorowsky la domanda è lecita. La risposta sta nella simpatia con cui il regista Fabio Cherstich ci ha riportato un episodio, narrato dallo stesso Jodorowsky.
Il maestro era invitato a una conferenza. Ha sbagliato tavolo e si è trovato in mezzo a un gruppo di medici. Non si è scomposto. Ha parlato di medicina. L’importante – ha sorriso Fabio Cherstich riportando le parole del mago – è essere convinti di quello che si dice, nel momento in cui lo si dice.
E che Jodorowsky fosse in stato di grazia, e credesse in quello che diceva, quando ha scritto Opera Panica, ci sentiamo di poterlo affermare dopo aver visto l’intrigante messa in scena, effettuata da Fabio Cherstich, che per il terzo anno consecutivo l’ha presentata al Teatro Parenti.

Opera Panica. Foto di Luca Del Pia

In un’ora e quaranta minuti si sono succeduti i diversi quadri in cui è suddivisa la pièce. È un tempo lungo ma non l’abbiamo sofferto. Grazie alla bellezza della messa in scena, e alla bravura degli attori, è fluita senza che ce ne rendessimo conto.
I quadri proposti affrontavano temi diversi, si andava dalla critica sfrenata al militarismo, alla riflessione sulla nascita dei conflitti, alla messa alla berlina e alla dissacrazione della civiltà televisiva, alla censura feroce a una società fondata esclusivamente sui reality, a…
Dire quali fossero i reali contenuti di ogni quadro diventa difficile. Poiché il linguaggio adottato da Jodorowsky, e mirabilmente rispettato da Cherstich, è un linguaggio simbolico, allusivo, che parla direttamente all’inconscio. E quando ci si muove in quel territorio impalpabile che è al di sotto della coscienza, diventa difficile definire ciò che è oggettivo da ciò che non lo è. Poiché tutto appare sfumato, da reinventare e risignificare.

Sicuramente nell’opera di Jodorowsky abbiamo trovato una grande capacità di auto ironia, come nell’episodio dei tre scienziati che giocano a chi piscia più lontano. Vince chi ha fatto la scoperta più importante. Vincerà un passante arrivato per caso. Perché ha l’unico merito di aver trovato la verità più vera per quel contesto. Ha imparato a pisciare lontano.
Nonsense, divertissement, paradossi si susseguono senza posa, trascinando lo spettatore in un mondo surreale, nel mondo magico e cazzaro di Jodorowsky, in cui il divertimento è garantito, ma è anche garantita la riflessione amara, pungente, sui nostri tempi, sui nostri miti, credi e illusioni. Il tutto mirabilmente sottolineato, aiutato e accompagnato, dalle musiche composte appositamente per lo spettacolo ed eseguite dal vivo da Marta Maria Marangoni e da Fabio Wolf, del duo musicale Duperdu. I due, tra un quadro e l’altro compaiono con le loro illogiche canzoni, dotate di una profonda logica. Ammirevole la voce calda e melodiosa della Marangoni e la voce ironica di Wolf, assolutamente nella parte con la sua aria stralunata.

Opera Panica. Foto di Luca Del Pia

Attenzione a non pretendere una spiegazione per ognuno dei quadri portati in scena. Forse non tutti ne hanno, forse non tutti sono chiari persino agli attori e al regista. Ma sicuramente hanno una grande forza evocativa, di trascinamento, di divertimento. Sicuramente sono tenuti insieme dal tema guida dello spettacolo: la ricerca della felicità e dai tentativi umani, fin troppo umani di raggiungerla, toccarla, ghermirla. Chimera che sempre ci chiama, che sempre risulta sfuggente.

Testo impegnativo quello di Jodorowsky. Tanto che il regista Cherstich tre anni fa è volato a Parigi per incontrare il maestro, e chiarire i passaggi più oscuri, con l’intento di non tradirne il pensiero. Ancora una volta Jodorowsky non si è smentito. Ha raccontato un episodio legato al suo modo di fare teatro.
Quando misi in scena Finale di partita, andai da Beckett per chiedergli lumi sull’opera. Lui mi rispose: Fai finta che io sia morto. Beh! Questo è il consiglio che ti do per mettere in scena la mia opera. Fai finta che io sia morto.
Cherstich ha messo in pratica il consiglio. Siamo certi che la scommessa portata avanti sul palco sia stata vinta. Sicuramente è stata approvata dagli spettatori, che hanno applaudito convinti.

La regia di Cherstich è risultata convincente. Convincenti sono stati i repentini cambi di scena, gli specchi deformanti, i colori vivaci e le parrucche, insieme alla scarna scenografia, che ha accompagnato questo mirabile testo non testo. Sospeso tra realtà e reverie. Sospeso tra mondo fantastico e realtà che sfrangia nel sogno e sogno che sfrangia nella realtà.

Una nota a margine.
Accogliente la sala del Teatro Parenti, ma che fatica arrivarci in carrozzina.
All’ingresso un piccolo gradino, ma per chi viaggia a rotelle peggio del monte Everest.
Allora grazie al personale del Teatro per non aver trasformato quel gradino in una sconfitta, e per aver spinto la carrozzina per i venti gradini che separano il foyer dalla sala.
Il loro impegno non era un atto dovuto. Ma frutto della capacità di ascoltare e essere solidali.
Ma noi avremo vinto la nostra partita sull’accessibilità, solo quando non dovremo più contare sulla gentilezza, ma sui diritti.
Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

Teatro Parenti
24 settembre – 13 ottobre | Sala Tre

OPERA PANICA  Cabaret tragico
di Alejandro Jodorowsky
traduzione di Antonio Bertoli
con Valentina Picello, Francesco Brandi, Loris Fabiani, Francesco Sferrazza Papa
e con i DUPERDU (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf, autori e interpreti delle canzoni originali)
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
produzione Teatro Franco Parenti
Durata 1h40 min.

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