Padri separati: da Supereroi a nuovi poveri

padre e figlio
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Di pochi giorni fa la sentenza con cui la Cassazione ha annullato le multe inflitte ad un padre, genitore non collocatario, per non aver usufruito del diritto di visita al figlio minore.

In attesa di leggere tutto il provvedimento giudiziale, che comunque si riferisce ad una situazione particolare in cui lo stesso riconoscimento della paternità era stato oggetto di lunga causa, appare chiaro come un diritto dovere non possa essere coercitato in via indiretta e comunque non possa tramutarsi in una monetizzazione del danno inflitto al figlio. Semmai, laddove il comportamento di inerzia persiste, può comportare una progressiva limitazione della responsabilità genitoriale fino alla decadenza della patria potestà. Perché le visite, la frequentazione, non sono soltanto un diritto del genitore, ma soprattutto del figlio.

E proprio nell’interesse della progenie l’articolo 793ter del Codice di procedura civile prevede sanzioni per il genitore collocatario che ostacola gli incontri tra il figlio e l’altro genitore.
Ma se c’è chi, per vari motivi, sceglie di non frequentare il figlio e non essere parte attiva e affettiva della sua crescita e del suo sviluppo, c’è anche chi vorrebbe farlo ma è limitato da situazioni di carattere pratico ed economico.

Negli ultimi 10 anni si è sviluppato in Italia un fenomeno sociale troppo spesso ignorato e che identifica come “nuovi poveri”, secondo il dato della Caritas, il 46% dei padri separati.
Se dalla legge n. 54 del 2006 in Italia è in vigore l’affido condiviso, che permette ad entrambi i genitori di provvedere al sostentamento economico dei figli, per vari motivi nella maggior parte dei casi resta compito dell’uomo.

Le donne frequentemente sono quelle senza reddito da lavoro (spesso sono “solo” madri, mogli e casalinghe non stipendiate) o, se lo hanno, percepiscono tra il 23% ed il 38,5% di stipendio in meno rispetto agli uomini. E anche se più istruite trovano lavoro più difficilmente, con un’occupazione femminile ferma al 49,5% contro il 68,5% di quella maschile. Se la nostra società non fosse ancora così patriarcale, se non ci fossero queste disparità ma pari opportunità, se la gestione e la cura di casa e famiglia fossero equamente distribuite, forse lo sarebbero anche le sentenze.

Nove volte su dieci di fatto è però l’uomo a lasciare la casa, perché è dove risiedono i figli, e la scissione del nucleo familiare comporta la duplicazione delle spese.
Se non ha parenti o amici che lo possono ospitare, deve pagare un affitto. Se sulla casa in cui risiedono i figli è acceso un mutuo, deve continuare a pagarlo insieme all’assegno di mantenimento dei figli e, nel 10% dei casi, della ex moglie. Se nella nuova abitazione non ha una stanza idonea ad ospitare i figli, non può tenerli con sé per la notte e deve accontentarsi di vederli solo nelle ore diurne…magari in un centro commerciale. Se non trova una sistemazione vicina a quella in cui essi risiedono, perché magari gli affitti lì sono troppo alti, deve prevedere anche i costi per lo spostamento. E se non ha un lavoro stabile o lo perde nel frattempo è facile capire perché tanti si riducono a dormire in automobile o nei dormitori pubblici e a mangiare alle mense della Caritas.

Alcuni fortunati trovano rifugio nelle “case pubbliche per padri separati” presenti in alcune città italiane tra cui a breve Venezia, dove di recente è stato firmato un accordo operativo tra Istituzioni e Associazione nazionale Padri Separati per l’apertura di due nuove strutture. Immobili dati in concessione gratuita ad associazioni che si occupano di accogliere, temporaneamente ma in modo dignitoso, i padri e i figli in loro visita. Durante l’ospitalità, che può essere al massimo di un anno, le associazioni cercano di dare supporto ai padri separati nello sbloccare la loro situazione organizzativa ed economica aiutandoli a trovare un equilibrio lavorativo ed una sistemazione più idonea.

Ma il supporto di cui hanno maggiormente bisogno è quello psicologico, necessario ad affrontare la separazione dalla famiglia che, in molti casi, più che come cambiamento viene vissuta come un lutto che li trascina in una fase di isolamento ed impoverimento.
Purtroppo, alcuni rinunciano addirittura al loro ruolo di genitore proprio perché preferiscono allontanarsi dai figli piuttosto che farsi vedere nella nuova condizione, non poterli portare al parco giochi, comprargli un gelato o ospitarli per la notte. Da supereroe a barbone.

E sono oltre 200 all’anno i suicidi dei papà che non hanno saputo reagire all’allontanamento, che non hanno saputo chiedere aiuto, o che non sono stati ascoltati pur avendolo fatto. L’esclusione dalla vita della prole comporta devastanti ripercussioni sulla loro sfera relazionale ed emotiva fino a farli sprofondare in quella che è indicata come Sindrome del padre sconfitto. Trovare un nuovo equilibrio non è facile, soprattutto se i rapporti con l’altro coniuge sono tesi e scattano ripicche, dispetti e intimidazioni che fanno male principalmente ai figli.

In Europa, solo in Italia, Irlanda del Nord, Malta e Polonia esiste ancora la separazione prima del divorzio, e solo nel nostro paese è necessario affrontare due cause distinte, con conseguente raddoppio sia delle tempistiche che delle spese da sostenere. Tempi che dovrebbero aiutare quei casi in cui i dissapori sono superabili, ma che spesso portano invece ad infinite guerre in tribunale, rancori e disagi soprattutto per quei figli che a volte vengono usati e manipolati. Anche se con la Legge 55/2015 si può ottenere il divorzio dopo un anno di separazione giudiziale e dopo sei mesi di separazione consensuale, spesso i tempi della giustizia si allungano con gravi disagi per i figli, per le mamme ed anche per i papà.

Se è necessario e doveroso rafforzare strumenti e strutture di supporto alle madri in difficoltà e ai figli vittime delle incomprensioni genitoriali, non bisogna dimenticare neanche quei padri che hanno necessità di un aiuto concreto per affrontare la ridefinizione del proprio equilibrio di genitore e uomo.
Federica Crociani

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