Palestina: sempre più buio per una pace e uno Stato.

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Lo scontro per Gerusalemme capitale si fa sempre più duro. L’ambasciatrice americana all’Onu, Nikky Haley lo aveva minacciato che si sarebbero ricordati di tutti coloro – la stragrande maggioranza dei rappresentanti all’Assemblea generale – che avevano bocciato la decisione di Trump. Ora, dando seguito a quella minaccia, la stessa ambasciatrice, con il pretesto della “inefficienza” e delle “spese facili” sta portando avanti la negoziazione per il taglio di 285 milioni di dollari di fondi all’ONU su un budget 2016-2017 di più di 5 miliardi.
Gli scontri e le manifestazioni continuano con molti feriti e morti, l’ultimo qualche giorno fa, mentre per un razzo partito dalla Striscia, ieri l’aviazione israeliana bombardava basi di Hamas a sud di Gaza.

La strategia di Tel Aviv e di Washington -di cui fa parte evidentemente l’indebolimento dell’Iran, uno dei maggiori attori nel Medio Oriente – va avanti e così la Knesset ha appena approvato, con 64 voti contro 51, un progetto di legge teso a complicare il passaggio di alcune zone di Gerusalemme sotto la sovranità palestinese in un eventuale accordo di pace in futuro. Di fatto occorreranno i due terzi dei voti per poter cedere la sovranità di parte di Gerusalemme. Una votazione che ancora una volta dimostra come Israele intende suo ciò che non è e quindi ritiene di legiferare sul suo destino come è stato fatto in tutti questi anni riducendo a brandelli il territorio, in barba a qualsiasi disposizione internazionale. Va ricordato che il futuro, per la Palestina, potrebbe farsi ancora più drammatico visto che, qualche giorno prima dell’approvazione di questa legge, il Comitato centrale del Likud ha adottato una risoluzione che chiede ai suoi parlamentari di premere per annettere gli insediamenti in Cisgiordania.

La legge approvata alla Knesset è stata considerata dal Presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, “una dichiarazione di guerra”.
Uno dei problemi di questi anni è che di fatto il negoziatore principale, gli Stati Uniti, è parte in causa perché è sulla stessa sponda degli occupanti e lo stesso Abbas ha finito con l’essere morbido.
E forse, come ha scritto Alaa Tartir, direttore editoriale di Al-Shabaka – The Palestinian Policy Network e ricercatore associato al Centro su Conflitti, Sviluppo e Peacebuilding presso il Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, «visto che gli USA minacciano insistentemente di tagliare gli aiuti all’Autorità Palestinese (PA), e per gli aiuti norvegesi e danesi vengono poste sempre più condizioni, è tempo che i politici palestinesi intraprendano le azioni e i passi necessari a cambiare rotta e dire addio al modello fallimentare di Oslo. Né il modello degli Accordi di Oslo, né i miliardi di aiuti riversati in Palestina avvicinano i palestinesi alla libertà, all’autodeterminazione o alla sovranità nazionale, o assicurano uno sviluppo sostenibile. Piuttosto avviene esattamente il contrario. […]. Secondo lo schema della saggezza convenzionale, gli USA decidono, la Banca Mondiale guida, l’Unione Europea paga, l’ONU foraggia e Israele distrugge. Dire addio al modello fallimentare di Oslo richiede la creazione di una nuova equazione, una formula in cui i palestinesi siano al comando e in cui affidabilità, trasparenza ed efficacia occupino il posto centrale. In caso contrario, i miliardi di aiuti continueranno a causare danni e a sostenere lo status quo deleterio che nega i diritti umani e i diritti dei palestinesi» [1].

Non si vedono nemmeno barlumi di pace, soprattutto dopo questa serie di decisioni prese e imposte.
Pasquale Esposito

[1] Alaa Tartir, “Aiuti internazionali alla Palestina: è tempo di cambiare rotta“, Nenianews, 2 gennaio 2018. Traduzione Elena Bellini

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