Covid-19, malattia, psiche e società

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Stiamo inoltrandoci verso la fine dello stato di emergenza, seppur da più parti si solleciti a continuare a mantenere comportamenti prudenti. Si riduce il divario tra i guariti e i nuovi casi. Tuttavia, non siamo di fronte a una situazione di tana libera tutti. In Italia e in diversi paesi stanno allentando le misure anti-Covid. Ma queste scelte non sono state apprezzate dall’Organizzazione mondiale della sanità che anzi critica duramente le decisioni in Europa in un momento in cui Omicron con la versione Ba.2 stanno facendo risalire le curve di contagi e ricoveri. Del resto la Corea del Sud vede registrare un’impennata mai vista che ha portato il 20% della popolazione ad essere contagiata e con picchi di morti mai registrati prima anche se più bassi rispetto a tanti altri paesi. Lunedì scorso, il ministero della Salute ha incaricato i 60 crematori a livello nazionale a lavorare più a lungo per poter gestire richieste in crescita. Lucio Caracciolo ha recentemente osservato che a partire dal marzo 2020 due virus ci hanno fatto compagnia: quello fisico – l’invisibile parassita perennemente in agguato – e l’altro che potremmo definire mentale, ossia la rappresentazione che ciascuno di noi se ne fa. Il primo insidia il corpo. L’altro altera la nostra psiche, la nostra vita sociale. Sul secondo virus molti analisti stanno concentrando la loro attenzione, per le sue implicazioni antropologico-culturali, sociali. Luigi Zoja, oltre dieci anni fa, in importante saggio sulla storia delle paranoie collettive ci mostrava la potenza del contagio psichico pandemico e come questo si trasferisca dall’individuo alla massa. La paranoia diffusa tende ad autoalimentarsi. Per Zoja, la possessione paranoica della massa «può unire tutta una collettività che ha attraversato esperienze estreme». Simili traumi collettivi «possono rendere impossibile un processo condiviso di lutto e riadattamento». La convivenza civile, canone della democrazia liberale centrata sull’individuo, è messa a dura prova. Agli inizi di marzo 2020, eravamo privi di dati, strumenti conoscitivi e immersi nel regno nell’ignoto. Alcuni addirittura declassavano la Covid-19 a una banale influenza venuta dalla Cina. Due anni e 5,5 milioni di morti dopo, quell’influenza è ancora tra noi e, anzi, procede inarrestabile. Le nostre giornate erano caratterizzate dai bollettini del commissario straordinario e del comitato tecnico-scientifco. In meno di un anno i progressi della scienza hanno prodotto vaccini efficaci, farmaci antivirali, anticorpi monoclonali. Continuiamo a combattere lo stesso nemico, ma negli ospedali e nelle città la vita è profondamente mutata. In tanti nella primavera del 2020 dai nostri balconi e terrazzi abbiamo intonato canti di speranza e di solidarietà per tutto il personale sanitario. La sofferenza era partecipativa e il sostegno emotivo era diffuso, in particolare quando vedemmo scorrere a Bergamo i camion dell’esercito contenenti cadaveri. Oggi il clima è cambiato – sostiene l’infettivologo Francesco Eugenio Romani– «lasciando il posto a un caleidoscopio di individualismi e pareri discordanti. Le voci sono tante, stonate e cedono spesso a logiche di incertezza e di diffidenza verso il prossimo». Nelle terapie intensive e nei reparti di malattie infettive le cronache raccontano che due terzi dei pazienti vi risultavano ricoverati da non vaccinati. Sconcerta rilevare che non sono bastate le innumerevoli campagne promozionali, le pubblicità progresso, i virologi nei talk show la domenica pomeriggio. Seppur, la quasi totalità degli italiani ha scelto di vaccinarsi. Buona parte del carico lavorativo negli ospedali e la conseguente situazione emergenziale sono causate da un manipolo di persone non vaccinate che contano 4,8 milioni in Italia al 2 marzo u.s. secondo una elaborazione della Fondazione Gimbe su dati del Ministero della Salute . L’ostinato rifiuto di una esigua minoranza di persone di sottoporsi alle cure è un diritto laddove viene riconosciuta la facoltà di intendere e volere. Tuttavia – a mio parere – resta un oltraggio indecoroso alla memoria di quanti non ce l’hanno fatta. Stupisce che i moderni no vax non sanno che molte volte prima di loro l’umanità ha dovuto vedersela con svariati movimenti di sfiducia e protesta nei confronti delle campagne vaccinali. Anche quando fu messo in commercio il primo vaccino, quello contro il vaiolo, sorsero associazioni di accaniti oppositori nonostante il formidabile abbattimento della mortalità. Nel secolo scorso, invece, alcuni personaggi dotati di particolare fantasia sostennero la correlazione fra l’origine dell’Hiv e la vaccinazione di massa antipoliomielite nell’allora Congo belga. Recentemente, invece, diversi no-vax hanno insistito molto sulla correlazione fra il vaccino mRna e lo sviluppo di forme di autismo in soggetti pediatrici. Notizie, ovviamente, fortemente smentite dalla comunità scientifica. Il dramma è che queste smentite non riescono a convincere tutti della sicurezza e dell’efficacia dei vaccini nella prevenzione di malattie terribili. Oggi come in passato abbiamo diversi fans delle pseudoscienze. Di essi colpisce l’assoluta convinzione di saperne di più. Spesso questi soggetti hanno una profonda sfiducia nelle istituzioni e negli uomini di scienza, dando per certo che i medici siano poco preparati, a volte anche manipolatori. Difficile avere un dialogo se questi sono i presupposti. Opportuno citare l’effetto Dunning-Kruger, secondo il quale i soggetti con scarse competenze e conoscenze su un tema tendono per una loro distorsione cognitiva a sovrastimare le proprie abilità nonostante la loro sostanziale ignoranza. La pandemia ci ha posto numerose domande del tipo perché e come questo sia potuto accadere. Ciò ha esacerbato esponenzialmente questo fenomeno restituendoci una società civile fatta di individui incompetenti e supponenti. In questo contesto sempre più medici si trovano quotidianamente ad affrontare dubbi, convinzioni sbagliate e comportamenti saccenti dei propri assistiti. L’idea della propria salute, in particolare, è sempre meno basata sul consiglio degli esperti, sul supporto di figure professionali che sanno come prendersi cura dei malati. «Non ci si affida – spiega Romani – più all’altro su un sentiero condiviso e sofferto. Al contrario, oggi primeggia la volontà di autodeterminarsi, di autogestire il proprio corpo e scegliere le cure e l’iter diagnostico-terapeutico che meglio si crede. In barba alle linee guida internazionali, ai decenni di ricerca e progressi, stiamo assistendo a una babele di teorie e approcci alla salute che spesso esulano da reali basi scientifiche e rappresentano un ostacolo al raggiungimento del pieno diritto alla salute». In un divertente volume, Dottore le giuro che era morto, Michelangelo Bartolo, angiologo, spiegava che la diffusione di internet e l’interpellare in continuazione il “dott. Google” ha fatto cambiare anche l’atteggiamento dei pazienti che spesso sono già documentati sulle ultime novità riguardo la loro presunta patologia e spesso espongono con convinzione al medico di turno fake news sanitarie che però non considerano tali. La terminologia dei pazienti – aggiunge Bartolo – è cambiata: «una volta ti raccontavano i loro sintomi, ma dopo la visita si affidavano al clinico attendendo uno straccio di diagnosi e magari anche una prescrizione terapeutica. Oggi no. Oggi si siedono davanti a te e ti spiattellano tutto in un fiato anamnesi, sintomi, diagnosi, prognosi e terapia con le varie controindicazioni». Le principali vittime di questa follia della salute autogestita sono proprio gli elementi più fragili della società, che non hanno mezzi e modi per analizzare e capire molte delle informazioni fuorvianti che circolano sul Web. I dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) parlano chiaro: ad avere maggior sfiducia nei confronti della medicina sono le persone con bassi livelli di istruzione, i non laureati e coloro che usano il Web come principale fonte di informazioni. Occorrerebbe non accusare nessuno, ma individuate le cause di questa forma di rifiuto alle cure, come l’analfabetismo funzionale e la tendenza a credere alle notizie false, prima che – avverte Romani – «questa follia dilaghi come un virus letale oltre un punto di non ritorno». Agli inizi del 2021, mentre tanti italiani aderivano convintamente e con entusiasmo alla campagna vaccinale, lentamente ha iniziato a svilupparsi nella società civile un’accozzaglia di teorie fantastiche. Molti non solo hanno iniziato a crederci, ma ci ha anche scavato intorno una trincea ideologica in cui rifugiarsi con la penosa riproposizione di innumerevoli teorie complottistiche per mettere in dubbio la veridicità di dati e informazioni prodotti dalla comunità scientifica. Complici alcuni talk televisivi e numerose piattaforme digitali quotidianamente abbiamo assistito a parapiglia fra scienza e pseudoscienze, conducendo a forti irritazioni tanti esperti che hanno dedicato anni di studio alla lotta delle malattie infettive e ora si trovano a controbattere a perfetti sconosciuti e impreparati che si ergono a paladini di verità nascoste. Acutamente Romani ha osservato che «psicologicamente parlando, una visione semplicistica della realtà serve a ridurre gli argomenti complessi e spinosi a una dimensione più umana e maneggevole. In altre parole, semplificare e trovare risposte che, per quanto sbagliate, sono in grado di spiegare le ragioni di un evento epocale in qualche modo serve a infondere un senso di sicurezza e di fiducia nel futuro». Non a caso i sostenitori delle teorie complottiste sono spesso essenzialmente incapaci di comprendere e analizzare la realtà così com’è. Quasi vivessero in un mondo parallelo che nega il mondo reale, ma che in fin dei conti crea condizioni più favorevoli alla loro sopravvivenza. Oggettivamente certi individui andrebbero innanzitutto compresi e aiutati su un percorso rieducativo di gestione dei propri sentimenti e di corretta analisi della realtà, prima di colpevolizzare la loro ignoranza. Come tutte le grandi catastrofi della storia, la pandemia si porta dietro una scia di morti e feriti. Al di là dei morti, i danni non sono solo economici ma di natura sociopsicologica. La gente, ferita e spaesata, si muove fra sentimenti di recupero del sé comunitario e spinte sempre più individualistiche e fratricide. Per Massimo Recalcati è facile prevedere che molti avranno quelle difficoltà di reinserimento sociale simili a quelle che hanno caratterizzato la vita di molti reduci dal Vietnam e «il simile che è stato vissuto come oggetto di angoscia perché poteva toglierti la vita o con un atteggiamento ostile (la guerra) o con il contagio (il virus) deve ritornare a essere il luogo di un legame possibile. Non è un’operazione facile. Bisogna ricostruire lentamente la fiducia nell’Altro. Molti pazienti fanno fatica a rinunciare al proprio rifugio per ritornare a vivere all’aperto. Sono gli stessi per i quali il lockdown è stato vissuto come un sollievo e non come una privazione dei propri diritti». L’essere umano tende a preferire la protezione della propria vita al rischio della libertà, scegliendo, come scriveva Spinoza, le sue catene piuttosto che la sua libertà. È quella che Recalcati definisce pulsione securitaria: «il chiuso non è una limitazione della libertà ma una difesa dalla angoscia della libertà. Nessun tempo come il nostro, già prima del Covid, ha fatto della sicurezza un tema politico così decisivo». La vera svolta – per Recalcati – sarebbe quella di sostituire a una società fobica fondata sulla paura «una società più umana fondata sul riconoscimento del dolore e del valore etico della cura, del prendersi cura. Solo il dolore, non la paura, è ciò che può fondare una idea non retorica della fratellanza. È il grande insegnamento biblico di Giobbe. L’esperienza comune del dolore dovrebbe essere il fondamento umano della democrazia». Anche Recalcati recentemente si è soffermato sul complottismo che è «clinicamente un pensiero paranoico. L’essenza della paranoia consiste nell’attribuire alla malvagità dell’Altro la presenza di difficoltà vissute come insormontabili – quelle di un lutto indigeribile, per esempio. Più siamo in difficoltà ad affrontare le prove difficili che la realtà impone, soprattutto quando queste come nel caso della Covid appaiono estreme, più tendiamo a evocare complotti, figure demoniache (i cinesi, le grandi industrie farmaceutiche, i grandi capitali finanziari, virologi sadici eccetera), potenze oscure che perseguono altrettanti oscuri obiettivi dei quali noi saremmo le vittime innocenti. Infatti, l’esperienza clinica ci insegna che l’assioma di innocenza accompagna sempre ogni delirio paranoico. Non sono io il colpevole, perché il colpevole è sempre l’Altro. In realtà questa assunzione di colpevolezza sarebbe invece proprio necessaria per sgonfiare la teoria paranoide dei complotti». Il distanziamento e il confinamento sono stati, afferma giustamente Recalcati, esperienze significative di solidarietà e non di segregazione. La compressione inevitabile della libertà individuale è avvenuta nel nome del bene comune: «la libertà non è una proprietà individuale ma un vincolo sociale; la libertà non è liberazione dall’Altro ma riconoscimento del nostro legame con l’Altro, dell’appartenenza necessaria alla comunità. Per questa ragione coloro che oggi invocano la libertà come diritto inalienabile dell’individuo che le leggi liberticide della dittatura sanitaria calpesterebbe impunemente, rivelano in realtà il nucleo più narcisistico del sovranismo. La chiusura dei confini, l’irrigidimento autistico della propria identità, l’esasperazione dei princìpi immunitari, la spinta segregativa, insomma, per dirlo più chiaramente, il pensare solo a sé stessi, palesano la vera natura psichica del sovranismo: l’Altro è un fastidio, un intralcio, un ostacolo al dispiegamento della mia volontà individuale. In questo senso il virus è stata una rivincita dell’Altro, dello straniero, del difforme, dell’estraneo nei confronti di ogni tentazione sovranista». In tal senso, la pandemia ha evidenziato che uno dei problemi che ha fatto ammalare la politica in Italia, e non solo in Italia, è stata la cultura populista caratterizzata da uno schema semplice e puerile: da una parte la vita, la forza e l’innocenza della vita e dall’altra il marcio delle istituzioni, la loro perversione, la loro fatale corruzione. Il populismo altro non è che una critica permanente rivolta alle istituzioni, indicate volgarmente come «Sistema». La confusione tra la vita delle istituzioni e la vita del potere e del suo sistema – spiega Recalcati – è storicamente presente in ogni forma di populismo. Ma che fine avremmo fatto tutti senza l’esistenza delle istituzioni, in particolar modo quelle civili, sociali, pubbliche come la scuola, gli ospedali, le famiglie. In realtà, a differenza da quanto sostengono i populisti le istituzioni sono il fondamento della vita e non il loro antagonista repressivo. Occorre rifondare, dopo la stagione populista e i suoi molteplici danni, una cultura delle istituzioni. Pena il disfacimento del nostro paese. È una emergenza simile a quella del virus. Antonio Salvati

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