Pandora Papers: ricchi che fuggono dalle tasse e le disuguaglianze aumentano

paradisi fiscali
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Gli antichi Greci avevano capito con largo anticipo sui tempi come andavano le cose di questo mondo e ci hanno voluto aiutare lasciandoci, nella loro sterminata creazione di miti, quello della dea Pandora che non eseguì l’ordine di Zeus di tenere sempre chiuso il prezioso vaso regalatole perché pieno di tutte le disgrazie che avrebbero potuto colpire gli uomini. Com’è noto, la dea disobbedì e tutti i mali uscirono indisturbati dal loro rifugio, tranne la speranza, che rimase nel fondo non riuscendo ad allontanarsi perché il vaso fu subito richiuso.

Questo veloce riferimento alla mitologia, credo che ben si innesti sulla vicenda che sta tenendo ferma l’attenzione di milioni di cittadini, e ciò lo si deve al “Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi” (Icij), che tramite il coordinamento fra 600 giornalisti di 130 testate – in Italia rappresentati da “L’Espresso” – hanno aperto ben 11,9 milioni di file passando al setaccio atti societari, contratti immobiliari, email, video, nella speranza di identificare chi si celi dietro entità commerciali registrate nei cosiddetti “paradisi fiscali” che vanno dalle Isole Vergini ad Hong Kong, da Panama al Sud Dakota, fino all’Olanda e all’Inghilterra.

I file analizzati vanno dagli anni ’70 al 2020, quindi circa 50 anni di transazioni a dir poco opache sapientemente nascoste o tollerate da capi di stato, primi ministri, banchieri, autorità di controllo, che hanno fatto riemergere ben 29.000 conti offshore pari a circa 27.500 miliardi di euro, cioè quasi 36 volte e mezzo il valore totale del Recovery Fund.

Se queste cifre non fossero sufficienti a chiarire la gravità della cosa, basta aggiungere che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha stabilito che il ricorso ai “paradisi fiscali” equivale ad una perdita di almeno 600 miliardi di dollari di tasse non pagate all’anno di cui, per inciso, ben 3,5 miliardi di profitti societari che sfuggono al fisco italiano perché dirottati nei soli Paesi Bassi.
È evidente che questa montagna di soldi impiegati illegalmente, è stata sottratta al possibile impiego per una decisa ripresa economica, nei bilanci degli stati per investimenti nella sanità, nella scuola, per l’ambiente, nel mondo dell’occupazione, ma più che altro ad una necessaria redistribuzione delle risorse per colmare le abissali diseguaglianze sociali che comunque, indipendentemente da queste transazioni, il sistema economico liberista produce necessariamente consentendo di fatto, all’evasione fiscale, alla corruzione, di diventare strumenti indispensabili e irrinunciabili all’esistenza stessa del sistema.

Ecco quindi la necessità per il potere di instaurare un doppio livello di morale e confezionare una “story telling” che esalti, da una parte, le scelte rigoriste e “frugali” – linea sbandierata guarda caso proprio da quei Paesi già presenti nella lista nera dei paradisi fiscali – mentre dall’altra proseguire nel coltivare i propri interessi illeciti, che hanno come conseguenza quella di massacrare e dilaniare il già fragile tessuto sociale di molte popolazioni.
Purtroppo volendo descrivere esempi di corruzione che corrodono l’economia e inquinano la vita politica di molti Paesi non c’è che l’imbarazzo della scelta, ma forse la rete di questa combine criminale che maggiormente spaventa è quella relativa al Sud America.

A darcene notizie dettagliate, è un articolo del quotidiano spagnolo “El Pais” che compie con i suoi inviati una radiografia della reale situazione nella quale versa l’America Latina [1].
L’Argentina guida questa classifica, potremmo dire, delle élite corrotte, pronte a portare la Nazione con i loro traffici disinvolti molto probabilmente al decimo default della sua storia. Fra i tanti nomi di spicco della società argentina coinvolti dai Pandora Papers non può passare inosservato quello della famiglia dell’ex Presidente Mauricio Macri, già coinvolta nel 2016 nelle indagini che evidentemente non hanno per nulla intimorito il fratello, se poco meno di una settimana fa ha affermato pubblicamente che l’unico modo per fare soldi in Argentina è evadere le imposte.

Ma anche in Cile si registra il coinvolgimento dell’ex Presidente Piñera per un passaggio di quote societarie pari a 152 milioni di dollari ad un amico a fronte di un progetto minerario in una zona che, tra l’altro, sarebbe dovuta diventare riserva naturale. Tramite i buoni servizi di una società offshore con sede nelle Isole Vergini britanniche sarebbe avvenuta la transazione, con la conseguente mancata dichiarazione di zona protetta dell’area mineraria, che ha garantito comunque a Piñera la sua quota parte nell’operazione.

In Brasile, invece, si sono fatte le cose in grande stile in evidente dispregio delle norme sulle attività finanziarie. Infatti lo scandalo riguarda l’esistenza di imprese in paradisi fiscali intestate niente meno che allo stesso ministro dell’Economia in “società” con il direttore della Banca Centrale. Ma forse quello che irrita di più, è sapere come sia consuetudine in quel Paese che gli alti dirigenti sia di aziende che di istituzioni pubbliche riscuotano dividendi e interessenze su conti correnti aperti nei soliti paradisi fiscali. Tutto è fatto alla luce del sole, prova ne è che proprio il direttore della Banca Centrale Campos Netos, ha firmato la risoluzione che esonera i possessori di meno di un milione di dollari su conti esteri, dal dichiararli alla stessa Banca Centrale.

L’Europa si conferma, comunque, come l’epicentro della corruzione globale e Londra funge da perno insostituibile di questo sistema. Lo ricorda in una recente intervista Susan Hawley cofondatrice della ong “Corruption Watch Uk” che monitora il percorso della legislazione britannica anti corruzione: ”I Pandora papers sono la conferma di quello che sapevamo ma non potevamo provare. Dal punto di vista britannico c’è l’evidenza dell’influenza diretta di questi flussi di denaro, mafioso, criminale, sulla politica britannica tramite ricche donazioni al partito (Conservatore. Ndr) da parte di personaggi discutibili” [2].

Eppure nel Regno Unito l’opinione pubblica considera il proprio paese come uno tra i più impegnati nella lotta alla corruzione, evidentemente perché la “doppia morale” alla quale facevo cenno ha lavorato egregiamente, creando di fatto un livello di percezione dell’illecito molto basso grazie, appunto, alla ben propagandata azione di contrasto delle autorità le quali, in questo modo, possono curare quasi indisturbati i loro affari aiutati molte volte da una legislazione dalle maglie troppo larghe.
Questo, ad esempio, come scoperto nelle “Pandora Papers”, ha permesso a Tony Blair – già in possesso di una fortuna accumulata con le consulenze a 70.000 dollari l’una e uno dei massimi divulgatori di quella doppia morale – di eludere insieme alla moglie la ragguardevole cifra di 400.000 dollari di tasse dovute per l’acquisto di un elegante palazzo vittoriano del valore di poco inferiore ai 9 milioni di dollari, tramite i buoni uffici del ministro dell’Industria del Bahrein con la società, residente nelle Isole Vergini britanniche, che ne deteneva la proprietà.

Anche in Italia, grazie al lavoro de’ “L’Espresso”, cominciano a circolare i primi nomi eccellenti di personaggi che hanno i loro patrimoni ben coperti all’estero. È un ampio ventaglio di persone che spaziano dal mondo dello spettacolo a quello criminale fino a giungere ai nomi più prestigiosi e amati dagli sportivi nostrani. E così tra gli altri troviamo Monica Bellucci ha venduto i suoi diritti d’immagine ad una sua società offshore la quale, poi, ha provveduto alla commercializzazione nel mondo. La Bellucci è cittadina francese e sostiene di essere in regola con il fisco e leggi internazionali ma non ha smentito quanto accaduto in passato.
Ma anche il mondo dorato dello sport, anzi del calcio, è invischiato più di quanto ci si potrebbe aspettare. Walter Zenga, ormai residente a Dubai, Roberto Mancini, allenatore della Nazionale campione d’Europa, il suo fraterno amico nella vita e negli affari Gianluca Vialli, per citare i più noti, sono tutti azionisti di maggioranza o addirittura proprietari di società di comodo con le quali imbastire transazioni commerciali con l’estero.

E poi ci sono  Abdullah II, re di Giordania che possiede 33 società offshore con sede a Panama o nelle Isole Vergini Britanniche; Dominique Strauss-Kahn ex ministro francese dell’Economia ed es direttore del FMI che in passato utilizzava una società con statuto offshore  per ricevere diversi milioni di dollari per consulenze internazionali, pagate da compagnie come Rosneft (Russia) o Hna (Cina); il populista di destra Andrej Babis detto Babisconi, il premier della Repubblica Ceca che ha appena perso le elezioni in passato ha utilizzato società offshore per comprare segretamente una villa di lusso in Francia; Najib Mikati primo ministro del Libano, un paese alla disperazione e al buio per mancanza di energia elettrica da sabato, tra gli uomini più ricchi in Medio Oriente, è stato presidente e amministratore di una società anonima a Panama che nel 2008 acquistava una proprietà immobiliare nel Principato di Monaco per oltre di 10 milioni di dollari.

Sono solo alcuni esempi di politici e rappresentanti di istituzioni che in passato hanno fatto uso di società con sede in paradisi fiscali per i loro comodi.
Sembra quasi di assistere ad una gigantesca partita di “Monopoli” dove si compra, si vende, si scambia, si può insomma fare qualunque cosa, ma almeno nel gioco ci sono i dadi da gettare che possono cambiare le sorti del giocatore. Nella realtà dei fatti, al momento, non esistono strumenti che possano decretare la fine di questa vergognosa prassi.

Vediamo però anche il rovescio della medaglia che ci forniscono queste “papers”, perché è innegabile che ci si ponga l’interrogativo sul come quei giornalisti d’assalto siano venuti in possesso di documenti così importanti. Qualcuno dei soliti bene informati, suggerisce che spesso siano i servizi, più o meno segreti, a passare sottobanco le preziose carte ma non certo per uno scatto di etico ravvedimento, ma perché girare questi database ai giornalisti che li renderanno pubblici, evita il possibile utilizzo degli stessi, in quanto non provenienti da fonti riconosciute, in probabili procedimenti giudiziari.
Ipotesi, forse classiche “polpette avvelenate” per instillare dubbi nell’opinione pubblica, illazioni, per sminuire il coraggio e l’impegno di quei giornalisti che lavorano per far rispettare il sacrosanto diritto all’informazione e sollecitare gli organi responsabili ai controlli sulle attività finanziarie, ad una maggiore incisività nelle decisioni di contrasto alle operazioni di dubbia natura.

In Europa, il Commissario per l’Economia Paolo Gentiloni senza scomporsi più di tanto, ha annunciato che prima della fine dell’anno farà una proposta di legge – ma ormai non ne teniamo più il conto – su come condurre la lotta all’evasione e al ricorso a società di comodo sparse nel mondo.
La strada da perseguire, credo che sia già indicata da tempo. È necessario imporre una tassazione su tutti i profitti delle multinazionali in linea con le attività svolte in ogni Paese, permettendo così una ricaduta economica adeguata ad ogni nazione ospitante quelle attività.
L’accordo per una tassa al 15% – la cosiddetta “Global Minimum Tax” – è troppo bassa e inidonea a fungere da deterrente per impedire di spostare i profitti nei soliti paradisi fiscali. Come ha segnalato l’economista Premio Nobel Stiglitz “se annunci una tassa minima globale sulle società del 15%, ho paura che quello diventerà il massimo”. Infatti è arrivato subito il sì dell’Irlanda, a dimostrazione che quella modesta aliquota percentuale non le causerà eccessivi fastidi nel suo ricorrente utilizzo al dumping fiscale.

Serve maggiore coraggio nel prendere quel genere di decisioni, che sicuramente non risulteranno impopolari agli occhi di milioni di cittadini, i quali stanno progressivamente prendendo atto delle crescenti disuguaglianze sociali, sia in fatto di diritti che di vera e propria povertà, con pesanti ripercussioni in ambito politico dove trovano terreno fertile per imporsi, ideologie xenofobe o ultranazionaliste, capisaldi di un apparente difesa del salvabile.
Bisogna correre, fare in fretta, anche per non vanificare, per l’ennesima volta da quel lontano 2006 dei “Panama papers”, il prezioso lavoro svolto dai giornalisti e ridare vita a quella speranza rimasta sepolta nel vaso della dea Pandora.
Stefano Ferrarese

[1] Autori vari “Los papeles de Pandora” – El Pais, 5/10/2021
[2] Sabrina Provenzani “L’Intervista” – Esteri – “Il Fatto Quotidiano” 6/10/2021

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