Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, Il danno scolastico

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Il libro di Paola Mastrocola e di Luca Ricolfi dal titolo emblematico Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza, è un libro da non perdere, quanto meno per gli addetti ai lavori scolastici. Da non perdere anche per chi ha interessi più ampi, di natura socio-politica. Tuttavia, è un libro che – seppur ha venduto molte copie – rischia di favorire l’astio nei confronti del sistema scolastico. Non a caso ha suscitato un vespaio di polemiche – alle quali non mi voglio accodare – molte delle quali francamente condivisibili. Non solo per l’utilizzo della categoria, decisamente indefinita, della scuola progressista, i cui contorni e protagonisti – mi sembra – sfuggono anche agli autori. Ma soprattutto è forte l’impressione che i due autori ragionino in maniera astratta sulla relazione tra scuola e società, quasi non conoscessero il quadro complessivo assai complesso in cui versa la scuola italiana. Ho l’impressione che manchi una pars construens e che i dati – tanto evocati e promessi all’inizio del volume – che supportino le loro teorie siano decisamente pochi. Certamente esiste oggi una crisi dell’educazione che è attribuita alla scuola perché fatica ad adeguarsi alle peculiari caratteristiche e dinamiche della contemporaneità. Anche oggi, certo, la scuola non fa da ascensore sociale, non è in grado di eliminare e attenuare le disuguaglianze di partenza. Ma siamo sicuri che le questioni cognitive poste dagli autori si risolvono con l’esigere maggiore studio dagli studenti o un tasso di selettività maggiore?

Ma non su questo volevo soffermarmi, quanto su due questioni a me care affrontate dalla Mastrocola: don Lorenzo Milani e il ruolo della letteratura nella scuola.

Paola Mastrocola Luca Ricolfi Il danno scolasticoL’esperienza della scuola di Barbiana di don Milani era caratterizzata  – com’è noto – da una forte attenzione ai bisogni dei ragazzi figli di contadini, agli alunni che la società del tempo “marchiava” e “riconosceva” come gli “ultimi”, ossia predestinati – fin dalla nascita – ad occupare i gradini più bassi della società. Da quell’esperienza degli anni Sessanta ad oggi, molte cose sono cambiate, soprattutto sulla mobilità sociale e sul diritto all’educazione scolastica. Un’altra Italia, altri tempi. e al successo formativo. Sul modello educativo di don Milani – non esente da oggettivi rilievi – si è riflettuto e scritto tanto. Tuttavia, su una cosa – credo – non si può discutere: la sua passione educativa che scaturiva da un forte senso evangelico. La passione educativa del priore di Barbiana, il suo approccio con i suoi ragazzi è ciò che ha reso efficace il suo insegnamento, ciò che ha reso possibile il loro riscatto attraverso la padronanza della lingua e la consapevolezza del mondo intorno a loro. Don Lorenzo non aveva solo adottato un metodo educativo, era diventato qualcuno per i ragazzi, e i ragazzi erano per lui vera e propria ragione di vita. Per questo le critiche della Mastrocola a don Milani sono assai ingenerose. La Mastrocola – che ammette di aver scoperto e letto Lettera ad una professoressa soltanto nel 2004 – trasecola quando Gianni, il ragazzino figlio dei contadini, chiede indignato alla professoressa di smettere di fare l’Iliade del Monti. Non solo. Le chiede di smetterla anche con l’Eneide, perché «sono cose per ricchi, inventate dai ricchi per umiliare i poveri»Da queste considerazioni Mastrocola ricava la convinzione, del tutto arbitraria, che don Milani volesse far fuori la letteratura dalla scuola, o limitarla il più possibile. Giustamente nel volume si domanda: «avevo capito bene?». Verrebbe da dire che basterebbe conoscere la vita del priore di Barbiana, le sue origini, il suo chiaro profilo borghese per  ottenere una chiara risposta negativa. Ma tant’è. Ci ritornerò.

Passo direttamente alla questione del ruolo della letteratura nella scuola. Tanti con ansia si chiedono se la letteratura ha ancora spazio nella nostra nuova condizione esistenziale? Non solo nella scuola. Non c’è dubbio che nel passato il suo ruolo si poteva vedere o percepire in modo maggiormente esplicito: non tanto o non solo per lo spazio che la letteratura occupava (per esempio in libreria, sulle pagine dei giornali, nelle recensioni settimanalmente pubblicate), o per il tempo che alla letteratura veniva da molti dedicato con la lettura quotidiana, quanto soprattutto per ciò che la letteratura significava nell’immaginario collettivo. Tuttavia, questo non significa necessariamente che non si leggano più testi letterari, ma che la letteratura non ha più il ruolo sociale di formazione o di conoscenza che aveva in passato. O almeno la letteratura come la conoscevamo. Una vita senza letteratura, intesa in senso stretto e che corrisponde  all’insieme  delle opere, affidate  alla  scrittura, attinenti  ad una cultura o civiltà, sarebbe – diciamocelo – una vita meno consapevole: una persona che non legge libri non ha uno spiccato spirito critico, è priva di quella capacità analitica e speculativa che consente di andare al di là delle apparenze; anche se prova dei sentimenti, non è in grado di prevederne lo sviluppo o di gestirli adeguatamente perché non può riconoscersi nei personaggi dei libri, che hanno vissuto le stesse esperienze emotive. Senza letteratura spesso non si possiedono le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza. In altri termini, si è privi della capacità di nominare le cose, mancano le emozioni e, conseguentemente, il controllo sulla realtà e su sé stessi. Lo pensa anche la Mastrocola quando nel volume giustamente afferma che «la letteratura smuove anche il cuore, questo voglio dire: impegna la mente nell’ambito logico-scientifico e linguistico-letterario, ma anche filosofico-esistenziale. Se il testo è una poesia di Catullo o di Orazio o un brano di Seneca, allora è anche il cuore a essere coinvolto, le emozioni, la visione del mondo, il sentimento della vita. Quando studio una poesia, ho a che fare con l’amore, la morte, l’amicizia, il tradimento, l’offesa, la generosità… ».

Lo credeva anche don Milani e lo trasmise ai suoi allievi in tanti modi sui quali la Mastrocola troverà agevolmente testimonianze e documenti. Come disse Papa Francesco, in un discorso commemorativo a Barbiana il  20 giugno 2017 in occasione dei cinquant’anni della sua morte, «la scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo». E aggiunse: «Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità».

Antonio Salvati

Paola Mastrocola – Luca Ricolfi
Il danno scolastico
La scuola progressista come macchina della disuguaglianza
La nave di Teseo, 2021
pp. 272
€ 19

 

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