Paolo Borsellino. Essendo Stato di e con Ruggero Cappuccio

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La scenografia è scarna: due leggii, fogli sparsi per terra, uno schermo su cui verranno proiettate poche fotografie. La prima sarà una mano nera, antico simbolo della mafia.

La sala è piena. È un pubblico giovane quello che assorbe le parole di Borsellino, presentate dallo scrittore regista Ruggero Cappuccio.
Sono le parole che l’immaginario dell’artista mette in bocca, nel cuore del magistrato siciliano nell’ultimo secondo della sua vita. Dopo che il tritolo ha fatto esplodere l’asfalto di via D’Amelio, massacrando lui e gli uomini della scorta.
È l’ultimo secondo prima di morire o è già morto Paolo Borsellino?
Non lo sappiamo. Non lo sa neanche lui.
Quello che però veniamo a sapere è l’estrema sintesi di un’avventura umana esemplare.
Servo dello Stato l’avrebbero chiamato alcuni.
Ma c’è forse cosa più nobile dell’essere servi come lo furono Falcone e Borsellino?
Pronti a dare la vita. Pronti a servire, per un senso etico irrinunciabile. Per un senso alto e irrinunciabile di servizio alla comunità, di servizio allo Stato, alla polis?
La recitazione di Ruggero Cappuccio è asciutta.

Se il pretesto narrativo è quell’ultimo secondo sospeso tra il prima e il poi della morte, non sono immaginari i fatti e le emozioni riportate sulla scena.
Immagina Paolo Borsellino. Soffre, ricorda. Vive quell’ultimo secondo andando ai visi di chi ha amato, di chi lo ha amato: i figli, l’amico fraterno Falcone, la moglie Agnese…
I pensieri vanno ai giochi da bambino. Alla sua attività di magistrato.
La memoria, il cuore, i ricordi, vanno alle partite di calcio. Quando da bambino correva dietro al pallone, alla Maggione, a Palermo. Sempre insieme all’amico fraterno.
Fu per quel senso di irrimediabile amore per l’amico, che non poté lasciare Palermo?
Come avrebbe potuto? Ha suggerito Ruggero Cappuccio, nell’intervista rilasciata prima di entrare in scena.
Evito di usare la parola spettacolo. Perché di spettacolo non si è trattato.
Piuttosto abbiamo assistito a un rito laico, in cui l’officiante: lo scrittore regista, ha esercitato il dovere della memoria.
Giovanni Falcone muore 57 giorni prima di Paolo Borsellino. Queste due persone a otto, nove, dieci anni si conoscevano già. Frequentavano lo stesso oratorio. Giocavano a pallone insieme. Si sono rincorsi nella carriera di magistrato. Falcone era più grande di sette, otto mesi. Quindi Falcone ha anticipato tutti i passaggi di Borsellino, che lo inseguiva. Muore un amico così importante.
Come si fa a lasciare Palermo e il campo? Come si fa a non occuparsi dei mandanti e degli esecutori materiali di quella strage? Sapendo di essere l’unico, il deputato, colui il quale meglio di chiunque altro poteva raccordare un mondo, un linguaggio, una serie di informazioni?
Dobbiamo tenere presente che Borsellino era un uomo di illimitata fede. Cioè, molto nella vita di Borsellino, ha contatto la sua fede in Dio. Era una persona nient’affatto bigotta, che aveva un’idea operativa del cristianesimo. La sua mattinata cominciava in media alle sette. Quasi tutti giorni passava dalla parrocchia di Santa Luisa de’ Marillac, dove si riuniva col parroco e analizzava i problemi rilevanti del quartiere. E lì operava come poteva. Dopo la sua morte la famiglia ha scoperto che aveva fatto molte donazioni personali a organismi che si occupavano di persone in difficoltà. Dunque era un cristianesimo militante.
Non aveva sul piano umano altra scelta.
Non avrebbe mai potuto lasciare Palermo, lasciare la memoria di Giovanni Falcone e di tutte altre persone che erano morte per lui, lavorando accanto a lui: il capitano Basile, il vice questore Antonino Cassarà, lo stesso suo maestro Rocco Chinnici.
Non era possibile.

Alla luce di questa fede. Di questa incrollabile volontà di restare a Palermo appare ancora più assurda, dolorosa, la convocazione che il Consiglio Superiore della Magistratura fece, a Falcone e Borsellino, accompagnandola con la minaccia di provvedimenti disciplinari.
Stralci della testimonianza di Borsellino ce li racconta sulla scena il regista. Lo fa ritrovando un’inflessione siciliana nel tono della voce. Lo fa senza fronzoli, senza calcare la mano su inutili istrionismi d’attore. È sempre misurato Ruggiero Cappuccio. Sempre, come lo fu del resto Borsellino quel giorno davanti ai colleghi del Consiglio Superiore.
Fu fermo Borsellino, deciso, misurato. E proprio per quella misura ancora più pericoloso. Se, come ci ha raccontato fuori scena il regista, gli atti dell’audizione di Paolo Borsellino furono secretati per oltre vent’anni. Furono resi pubblici solo dietro insistenza di Ruggero Cappuccio presso il CSM.

Fui aiutato fortemente da Franco Roberti l’ex procuratore nazionale antimafia, per ottenere le audizioni che Falcone e Borsellino avevano sostenuto il 31 luglio del 1988, quattro anni prima di morire. In realtà questi documenti sono stati secretati per oltre vent’anni. Quando finalmente il CSM mi ha dato il permesso di renderli ostensibili, ho deciso di fare una testimonianza in prima persona su tutto quello che era avvenuto, e dunque sono andato in scena.
Mi sono fatto l’idea che nell’immediato poteva essere persino spiegabile che fossero secretati. Perché in queste audizioni Falcone e Borsellino denunciano lo smantellamento del Pool antimafia. Denunciano la riduzione dell’attività delle forze di polizia. E dunque, se vogliamo accogliere una visione sana del perché secretarle possiamo affermare che fosse un bene che all’esterno non si sapesse in quale agitazione e in quale fragilità era piombata la magistratura in quel momento. È vero però, che è grave il movente che spinge il CSM a convocare Borsellino a quella audizione. Tutto nasce dal fatto che Borsellino aveva rilasciato all’Unità e alla Repubblica due interviste nelle quali dichiarava che lo Stato non li sosteneva abbastanza nella lotta contro la mafia.
Il CSM convoca i due magistrati agitando addirittura l’ombra di provvedimenti disciplinari nei loro confronti. Questo è gravissimo. Perché naturalmente costituisce un’azione di delegittimazione del loro operato, della loro azione. Ed è quello, forse, ahimè il momento in cui lo Stato invia un segnale sbagliato all’esterno. Se il mondo della mafia, se gli organismi mafiosi, se le piattaforme mafiose iniziano a percepire che lo Stato, che dovrebbe essere il maggior sostenitore, il maggior difensore dell’operato di Falcone e Borsellino, li convoca per delegittimarli, è evidente che questo implicitamente costituiscono un invito a colpirli. Poi sono stati troppo a lungo secretati, dopo la morte, perché erano diventati i documenti imbarazzanti. Perché di fronte alla denuncia chiara, circostanziata di che cosa stava accadendo lo Stato non aveva nessun interesse a mostrare all’opinione pubblica, che questo grido di dolore dei due magistrati non era stato accolto, non era stato ascoltato.

È un secondo quello che si dilata nel racconto. È un secondo in cui Borsellino chiama i nomi dei ragazzi e delle ragazze della scorta, dei suoi ragazzi. Li chiama per nome Borsellino quei ragazzi, che lui non avrebbe mai voluto vedere morti. Li chiama per nome: Agostino, Walter, Emanuela, Claudio, Vincenzo. Avrebbe voluto salvarli ma non ce l’ha fatta. Aveva tentato di tutto, anche a loro insaputa. E noi lo sappiamo attraverso i racconti dei famigliari che sono arrivati a Ruggero Cappuccio.
Ha cercato di salvare i ragazzi della scorta con tutte le sue forze. Ha spiegato che era arrivato il tritolo nel porto di Palermo. Che quel titolo era destinato a lui. Li ha pregati di sottrarsi.
Ogni pomeriggio quando i ragazzi della scorta lo accompagnavano a casa lui scendeva in garage. Prendeva la vespa e se ne andava in giro da solo. I ragazzi erano convinti di averlo portato al sicuro. Lui invece scendeva di nuovo. Prendeva la vespa e andava in giro nei quartieri di Palermo ad alta densità mafiosa. Per lanciare un messaggio alla mafia. Per dire:
“Tanto io sono qui. Quando lo dovete fare non c’è bisogno che uccidiate altre persone”.
Chiedeva sempre di guidare da solo. Soprattutto dopo la morte di Falcone. Perché sperava nel caso in cui fosse stato obiettivo di essere raggiungibile in quanto obiettivo, senza coinvolgere altri.

È asciutto e diretto lo stile di Ruggiero Cappuccio. Come lo fu quello di Borsellino a cui forse l’attore rimanda leggermente nei lineamenti e nei colori. Magia dell’identificazione scenica?
Ma è forse quella semplicità e rigore che rende ancora più sferzante l’atto di accusa lanciato dal regista alla fine dell’intervista.
In realtà la fisiologia italiana ha stabilito un sotterraneo accordo tra i poteri. Cioè le parti deviate dello Stato trovano comodissimo dialogare con le piattaforme mafiose. Perché intanto possono delegare alle piattaforme mafiose compiti che loro non potrebbero svolgere. Ripagando le piattaforme mafiose con premi che le piattaforme mafiose non potrebbero raggiungere senza di loro. Quindi, come io dico in scena:
“Quando su un territorio ci sono due aspiranti alla sovranità o nasce una guerra o nasce un accordo”. E qui da noi c’è un accordo di guerra o una guerra d’accordo”.

E che fosse accordo, diciamo noi, la magistratura si è espressa con le sentenze sulla trattativa Stato-Mafia.
È il bello dell’Italia: nulla sembra cambiare nel tempo.
Dalla mano nera ad oggi, dalla mano nera all’omicidio Borsellino sembra esserci solo una distanza temporale. A fare da protagonista sembrano sempre esserci pezzi deviati dello Stato.
Saranno solo deviati?

Gianfranco Falcone

Teatro Elfo Puccini – Milano
dal 18 al 23 febbraio
Paolo Borsellino. Essendo Stato
scritto e interpretato da Ruggero Cappuccio
impianto scenico Mimmo Paladino
immagini Lia Pasqualino
musiche originali Marco Betta
disegno luci e aiuto regia Nadia Baldi
produzione Teatro Segreto

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