Paolo Ferliga. “Il terapeuta, una guida alpina per la montagna”

Paolo Ferliga
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È con Paolo Ferliga che continuiamo il nostro ciclo di interviste con i protagonisti della psicoanalisi in Italia. È attraverso la loro voce che intendiamo interrogare la nostra epoca, costruendo un percorso a cavallo tra clinica e filosofia.

Chi è Paolo Ferliga
Sono uno psicoterapeuta e un insegnante, vivo con mia moglie Patrizia e ho un figlio di nome Giovanni, che è musicista. Ho una certa passione per la montagna, che viene da mio nonno e da tutta la mia storia familiare e da qualche anno ho ripreso a giocare a tennis con alcuni amici. Per me il rapporto con la natura e con l’attività fisica sono essenziali per vivere bene, ma anche per poter reggere e affrontare un lavoro come quello di psicoterapeuta, che ti mette a confronto tutti i giorni con la sofferenza.
Amo il teatro, il cinema, la letteratura, la musica e ovviamente, la storia e la filosofia, in cui mi sono laureato. La cultura, intesa in senso ampio è nutrimento, però da sola non mi basta. Ho bisogno di un rapporto costante con la natura. Quando riesco a mantenere insieme queste due cose, natura e cultura, sto bene.

Qual è stato il suo percorso formativo?
Ho una laurea e un perfezionamento in filosofia.
La prima professione che ho esercitato con passione è stata quella di insegnante, di sostegno e lettere alle scuole medie, di filosofia e storia al liceo classico Arnaldo di Brescia, di psicologia dell’educazione all’Università Bicocca di Milano.
Da più di vent’anni sono psicoterapeuta e ho avuto una formazione di tipo junghiano diplomandomi alla scuola LiSTA di Milano. Sono arrivato a svolgere questa professione dopo una profonda crisi personale, che mi ha portato a intraprendere una terapia personale di tipo psicoanalitico.
Sulla mia strada ho incontrato alcuni maestri che hanno inciso profondamente non solo nella mia formazione professionale, ma anche nella mia vita.

Paolo Ferliga
Paolo Ferliga

Tra i suoi maestri Paolo Ferliga ricorda alcuni nomi importanti della psicanalisi non solo italiana .
Claudio Risé psicoanalista e scrittore; Dieter Baumann, nipote di Carl Gustav Jung; Martin Kalff, che ha portato la Sandplay Therapy in tutto il mondo, che ha avuto dal Dalai Lama l’autorizzazione a insegnare buddismo e è riuscito a coniugare sapienza orientale, psicologia analitica e neuroscienze.
Grazie a Kalff, Ferliga ha conosciuto anche il pensiero di psicologi e neuropsichiatri statunitensi come Dan Siegel, Louis Cozolino, Peter Levine, Stephen Porges.

Con Mariarosa Calabrese ha poi svolto una seconda analisi col Gioco della sabbia, utilizzando anche la creta, il colore e l’immaginazione attiva.
Nel 2014 ha fondato e coordina tuttora Campo maschile, un progetto di ricerca e azione sull’identità maschile. Conduce ad Arco (Tn) e a Brescia due laboratori su sogni e immaginazione attiva.

Paolo Ferliga è anche un autore prolifico, con scritti che spaziano da Jung al gioco della sabbia, dalla figura del padre al senso di colpa, passando alla manualistica e alla psicologia dell’educazione, confrontandosi con temi di attualità come la fecondazione eterologa.

È alla luce di questi saperi e della sua formazione che decidiamo di porgli una serie di domande.
Come devono essere declinati l’ascolto e il silenzio in seduta perché il lavoro analitico sia proficuo?
Dai miei maestri, in particolare nel lavoro di ricerca e collaborazione con Martin Kalff, ho imparato a coniugare ascolto e silenzio prima nella mia vita e solo dopo in seduta. Il lavoro su di sé, come sa infatti ogni psicoanalista, è indispensabile e preliminare al lavoro con gli altri. Anche Jung diceva che un terapeuta può portare il paziente solo fino a dove è arrivato anche lui.

La montagna l’ha aiutata ad ascoltare?
Assolutamente sì. Anche perché in montagna quando cammini e vai in alto entri in contatto con il silenzio. Ma basta entrare in un bosco per sperimentare, nel gioco di ombra e luce, l’ascolto delle voci della natura: lo stormire delle foglie, il soffio del vento, lo scorrere di un torrente, il suono continuo di una cascata, il canto degli uccelli.

Freud, Jung, Lacan, Melania Klaine, Winnicott, Bollas, Laing. Tanti nomi, tanti approcci, tanti modelli. Ma conta di più il modello o la persona che lo applica? Si può applicare un modello? E come?
In Medicina e psicoterapia (1945) Jung scrive che esistono un’infinità di metodi e che, cosa apparentemente incredibile, ciascuno può avere successo. «Ogni psicoterapeuta capace sfiora, coscientemente o inconsciamente, anche tutti quei registri che non fanno parte della sua teoria. […] Ogni terapeuta non ha soltanto il suo metodo: “è egli stesso quel metodo”. […] In psicoterapia il grande fattore di guarigione è la personalità del terapeuta». (Opere vol.16, p. 98,)
Mi spiego questa “cosa incredibile”, che cioè con diversi metodi si possa raggiungere lo stesso risultato, cioè la guarigione del paziente, pensando che la relazione con un terapeuta “capace”, attivi nel paziente quel processo di guarigione le cui premesse sono già presenti nell’inconscio, e attendono soltanto di essere attivate dalla relazione transferale. Ciò accade se l’analista ha una solida formazione e una personalità ben integrata.
Con una metafora direi che il terapeuta si trova nella stessa condizione di una guida alpina che debba portare un cliente in cima a una montagna. Ci sono diverse vie per scalarla, che dipendono dalle condizioni psicofisiche del cliente e dalle capacità della guida, che deve conoscere bene il percorso da fare. Tutte le vie conducono in cima alla montagna, l’importante però è che la guida ne conosca bene almeno una.

Chi è il terapeuta capace?
Capace è una parola che usa Jung. Vorrei riportarla alla sua etimologia latina: capace è chi sa contenere, accogliere. Si tratta di una capacità che non deriva solo da un percorso di studi ma anche da una ricerca personale: per questa ragione un analista, prima di esercitare la professione, deve essere stato analizzato da un altro terapeuta. Questa capacità implica non solo una formazione professionale, ma anche umana, una formazione che si innesta su una conoscenza culturale ampia, che non si limita solo al campo della psicologia. Già Freud aveva ampliato il suo campo d’indagine all’antropologia, all’arte e alla mitologia. Jung lo allarga alla storia delle religioni, dell’alchimia, allo studio dei fenomeni sincronici che sfuggono a ogni interpretazione causale.

Credo che per essere un buono psicanalista si debba aver viaggiato, aver amato, aver vissuto. Va bene la tecnica ma é la tua umanità che ti prepara a guardare negli occhi gli svincoli fondamentali di vita, amore, morte, gli eventi funesti e quelli gioiosi.
Sono d’accordissimo. Se tu vivi esperienze di malattia, di morte, di dolore, ma anche di gioia, di felicità, di amore oppure ti senti realizzato nella creazione artistica, ti formi una personalità che ti aiuta nella relazione con l’altro. Per questa ragione Jung dice che quello dello psicoanalista è un lavoro della seconda metà della vita. Credo sia vero, ma questa affermazione pone un problema nei confronti degli psicoterapeuti più giovani, che arrivano alla professione intorno ai 28 anni. In particolare per loro credo sia rischioso immaginare un’analisi didattica che conferma l’illusione di poter curare gli altri senza aver curato se stessi. Mi sembra invece necessaria un’analisi personale che tenga conto anche della loro giovane età.
Credo sia un problema che le diverse scuole di formazione debbano tener presente e che è tanto più urgente quanto più la nostra società “avanzata” ha abbandonato tutti i riti di iniziazione che le società primitive riservavano al passaggio dei giovani alla vita adulta. Forse nei percorsi di training si potrebbero immaginare oltre alle lezioni tradizionali e ai momenti di supervisione di casi clinici, anche brevi momenti di vita in comune, a stretto contatto con la natura, dove mettere alla prova le capacità di relazione degli allievi.

Che cos’è il gioco della sabbia? È un tentativo di ascoltare delle componenti archetipiche? È come i mandala dei monaci tibetani?
Il gioco con la sabbia e con l’acqua è un’esperienza primaria del bambino, un’esperienza sensoriale che gli procura grande piacere. Toccare la sabbia e impastarla con l’acqua lo diverte e nello stesso tempo lo aiuta a sviluppare fantasia e creatività. Margaret Lowenfeld ha valorizzato questa esperienza trasferendola nell’Istituto di psicologia infantile di Londra e assegnandole un valore diagnostico e terapeutico per bambini con disturbi di tipo psicologico e caratteriale.
Nelle mani di Dora Kalff però, grazie alla sua conoscenza del pensiero di Carl Gustav Jung e alla sua passione per la filosofia e le religioni orientali, il “gioco del mondo” della Lowenfeld si arricchisce e sviluppa tutte le sue potenzialità terapeutiche, dando origine al “gioco della sabbia”.
Attorno a due cassette azzurre piene di sabbia, una bagnata e l’altra asciutta, su scaffali di legno, è disposto un mondo intero in miniatura: minerali, piante, animali, uomini e donne di tutte le età e di ogni epoca, soldatini, oggetti della vita quotidiana, macchine varie e mezzi di trasporto, case, palazzi, templi e chiese… Nel gioco della sabbia il bambino può mettere in scena i propri conflitti inconsci e entrare in contatto con le energie profonde della psiche. Si attiva così in lui un processo di trasformazione che il terapeuta può osservare nelle immagini e nei simboli, spesso archetipici, che man mano compaiono nella sabbiera.
Ben presto questo tipo di terapia si estende agli adolescenti, ma anche agli adulti. Favorendo una regressione agli stadi preverbali della vita psichica, il gioco consente infatti anche all’adulto di sviluppare quelle potenzialità creative, di cui è custode il Sé, e che per ragioni diverse non si sono ancora manifestate in lui. Il gioco della sabbia contribuisce così a sviluppare quel processo autonomo di guarigione e di individuazione di cui, come dice Jung, il primo motore è proprio il Sé.
Spesso nella sabbiera, così come accade nei sogni, compaiono dei mandala, immagini circolari o quadrate che indicano una tensione verso la “centratura” della propria personalità: sono immagini simili a quelle create dai monaci tibetani che li aiutano nella meditazione.

Parliamo di adolescenti. Premesso che gli archetipi sono simbolizzazioni universali, come far convergere ciò con la spinta alla differenza dei giovani? Ovvero, come trovare la propria differenza nel campo dell’universale?
Se il sogno si fonda su archetipi, come può un adolescente sognare qualcosa di diverso?
Questo è il tema dell’individuazione. Jung dice che ciascuno di noi nella vita ha un cammino, che lo porta nella prima metà della vita a cercare di realizzarsi nel mondo, attraverso amori, professione, lavoro, relazioni con gli altri. Poi nella seconda metà della vita, in cui inizia il confronto con il suo esito finale, la morte, si compie il vero e proprio percorso di individuazione, grazie al quale ciascuno di noi diventa se stesso. Viene fuori la propria unicità. In questo percorso è fondamentale il rapporto con l’inconscio che parla in particolare attraverso le immagini che compaiono nei sogni. Alcune di queste sono immagini legate alla storia personale, altre sono immagini di carattere archetipico, che hanno un carattere collettivo. Potremmo dire che dall’incontro tra esperienza personale e inconscio (nella sua duplice accezione, individuale e collettivo) nasce l’identità personale di ciascuno di noi. Si tratta di un processo che si completa nella seconda metà della vita, ma che in nuce è presente fin dalla nascita e riguarda quindi anche gli adolescenti. Anche un adolescente può dunque trarre beneficio dal confronto con le proprie immagini interiori che, anche se hanno un carattere universale, assumono sempre una declinazione personale. Basta riflettere su come gli spettatori reagiscono in modo diverso davanti alle scene di un film o di uno spettacolo teatrale. Le stesse immagini suscitano spesso emozioni contrastanti, strettamente legate all’esperienza personale dello spettatore. La differenza individuale viene cioè favorita dal confronto con l’inconscio e quindi anche da quello con gli archetipi che sono motivi universali relativi a femminile, maschile, madre, padre, saggezza, spiritualità, nascita, morte.

Quindi rimane il libero arbitrio? L’archetipo non è una forma che si impone sul soggetto e lo determina, è qualcosa che interagisce e si incrocia con tutto il resto?
Certo, anzi il libero arbitrio viene reso più autentico se grazie al confronto con l’inconscio scopro alcune mie resistenze o zone d’ombra che mi impediscono di essere me stesso. L’archetipo attiva in ciascuno di noi risposte che possono avere delle analogie, ma che possono anche suscitare reazioni molto diverse. Le faccio un esempio semplicissimo tratto da una mia esperienza personale. Una volta ero al cinema con mio figlio piccolo e altri bambini. Si vedeva un film dove compariva una strega. Le reazioni dei bambini sono state molto diverse. Un bambino terrorizzato è saltato in braccio alla mamma, un altro si è messo a ridere, un altro si è messo a dire che non aveva paura… Reazioni diverse davanti alla stessa immagine. L’immagine della strega è un archetipo, che attraversa culture diverse, che è custodito anche nelle fiabe della nostra tradizione e che spesso compare nei sogni. Quei bambini hanno reagito ciascuno in modo diverso, ma forse quell’immagine ha attivato in loro qualcosa di comune, che ha a che fare con la paura, e che riguarda forse anche il bambino che dice di non avere paura. Ecco, il confronto con gli archetipi può aiutarti a scoprire dentro di te emozioni che a livello conscio immaginavi di non avere.

Le racconto un aneddoto. Nell’intervista alla dottoressa Benedetta Rinaldi abbiamo parlato anche di immaginazione attiva. La stessa notte dell’intervista ho sognato mio padre. Non mi capita spesso. Nel sogno ho avuto un prolungato dialogo con mio padre morto usando la strategia dell’immaginazione attiva. Sapevo di sognare comunque gli ho fatto delle domande e ho sollecitato le sue risposte.
Penso che abbia provato una forte emozione. Bello, molto bello!

Bella anche la partecipazione affettiva di Paolo Ferliga al mio racconto. Quello di Ferliga è un sorriso fanciullesco. Immagino quanto spesso un sorriso accogliente, che esprime vicinanza, possa essere più importante di mille interpretazioni.
È un aneddoto che come junghiano penso che possa apprezzare.
Assolutamente. D’altronde ascolto sempre con attenzione particolare tutti i racconti che riguardano il padre.
Come mai?
Questa attenzione nasce da un mio personale interesse sollecitato dal confronto con Claudio Risé, che insieme a pochi altri ha dedicato attenzione, fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, ai problemi che lo sbiadimento della figura paterna crea nella società contemporanea. Il tema del padre mi ha coinvolto sia come figlio che come padre, ma anche come insegnante e educatore. Nella scuola ho verificato come i ragazzi cambiano nell’attenzione e nell’impegno se il padre è presente o meno. Nel 2005 come risultato delle mie riflessioni e ricerche ho pubblicato con Moretti & Vitali il mio primo libro, Il segno del padre nel destino dei figli e della comunità.

Io non ho figli, la mia paternità si esplica nell’essere particolarmente attento ai giovani. Ho insegnato alle elementari per vent’anni e ho lavorato all’Istituto penale Minorile Beccaria di Milano per diverso tempo.
Nel mio libro parlo anche della paternità sociale, di quella paternità che ciascuno di noi come maschio adulto può esercitare nei confronti di coloro che non sono suoi figli.

Che cosa intende per paternità sociale?
La paternità sociale è, ad esempio, quella che si assume un insegnante quando capisce di avere davanti dei ragazzini “senza padre”. È la capacità di essere padre senza cadere nel paternalismo, nel buonismo. Si tratta di accettare la sfida di essere un punto di riferimento per questi ragazzi. Oggi, in una situazione in cui i giovani tendono sempre più a isolarsi dagli adulti, anche per l’uso dei social e degli strumenti digitali, è fondamentale secondo me che si attivi questa dimensione di paternità sociale. È quella che talvolta si intravede nello scautismo, oppure quando c’è un bravo allenatore, una maestra di danza, un coach che sa motivare i giovani. Questo tipo di paternità è molto importante per i maschi che crescono in una scuola quasi completamente femminilizzata, ma è importante anche per le ragazze che hanno bisogno di figure maschili di riferimento.
Assumersi una paternità sociale vuol dire prendersi la responsabilità di essere guida, ma anche di saper dire di no, trasmettendo così ai giovani il senso del limite. È un ruolo che i padri hanno spesso scaricato sulle madri. Invece questo è proprio un ruolo paterno, perché è quello che aiuta il bambino a separarsi dalla madre. Ponendo dei limiti, insegnando il valore della rinuncia il padre aiuta il bambino a separarsi dalla madre, a intraprendere quel processo di autonomia che è indispensabile per il sui sviluppo psicologico.

In questa società infantilizzata, del piacere a tutti costi, esistono ancora degli adulti?
Potremmo dire che è una specie in via di estinzione.

Ridiamo insieme poi lui riprende.

Qualcuno esiste.

Non riesco a fare a meno di aggiungere le parole.

O resiste.

Jung tenta di conciliare posizioni estreme, esoterismo, simbolismo, meccanica quantistica. Tenta di esplorare ambiti abitualmente lasciati ai margini del sapere. Quanto di questo tentativo rimane oggi nella psicoanalisi attuale? Oggi non ci troviamo davanti a una psicoanalisi troppo legata al sapere?
Credo che l’esplorazione di Jung di ambiti abitualmente lasciati ai margini del sapere, culminata negli studi sull’alchimia, sia stata di fondamentale importanza per ampliare le scoperte di Freud sull’inconscio, portandoci a ipotizzare l’esistenza di un inconscio collettivo, abitato non solo da complessi, ma anche da archetipi.
Queste ricerche di Jung che non temeva, come lei dice, di spingersi in campi esoterici, hanno però segnato per anni il destino di Jung, confinando il suo pensiero all’interno delle scuole junghiane e rendendolo marginale rispetto agli sviluppi dei modelli di pensiero post-freudiani. Quello che però mi pare di riscontrare oggi è che anche in ambito post-freudiano, finalmente, Jung venga rivalutato uscendo da una lettura strettamente di scuola, che contrapponeva radicalmente Freud a Jung.
Di questo clima mutato, fecondo dal punto di vista della ricerca e della clinica, è testimone ad esempio il lavoro dello psichitra e psicoanalista freudiano Mauro Manica, membro ordinario della SPI e dell’IPA che, dopo aver ricordato che Wilfred Bion aveva conosciuto e ascoltato Jung nelle sue conferenze alla Tavistock Clinic di Londra nel 1935, ha evidenziato le sorprendenti congiunzioni tra il pensiero junghiano e quello bioniano, e scrive:
«Nella prospettiva junghiana […] parevano essersi scissi o dissociati, e depositati, quei contenuti che anticipavano i più attuali sviluppi della psicoanalisi postfreudiana: una ulteriore prospettiva sull’inconscio che, accanto all’essere costituito dal deposito di ricordi infantili rimossi, poteva affacciarsi sull’infinito (Matte Blanco), essendo animato da una pulsione alla verità (Bion), da una pulsione alla rappresentazione (Bollas) e da una pulsione alla conoscenza (Ogden).» (Funzione Gamma, rivista telematica scientifica dell’Università “Sapienza” di Roma).

Che cos’è Il libro rosso di Jung? È un libro sapienziale, un diario intimo, una cronaca dalla follia?
Direi nello stesso tempo un diario intimo e un libro sapienziale.
La stesura del Libro rosso è durata oltre sedici anni, dal 1913 al 1929. Nell’ottobre del 1913 Jung è profondamento scosso da una visione:
«Verso l’autunno del 1913 […] fui all’improvviso colpito da una sorprendente visione […] una spaventosa alluvione dilagava su tutti i territori […] dal Mare del Nord alle Alpi […] innumerevoli morti e infine il mare divenuto sangue […] durò circa un’ora e si ripresentò dopo due settimane. Una voce interna diceva, sarà proprio così». (Ricordi, Sogni e Riflessioni di C.G. Jung p. 217)
Il 25 dicembre 1913 Jung ha un’altra visione in cui il profeta Elia gli dice di trascrivere fedelmente ciò che vede. Inizia così a scrivere il Liber novus, chiamato Liber rosso per il colore della copertina.
Attraverso il racconto di sogni e visioni, ma anche presentando i suoi disegni, che spesso rappresentano dei mandala, Jung inventa la tecnica dell’immaginazione attiva, che consiste nell’oggettivare la propria Anima e nel dialogare con lei.
Possiamo dire dunque che questo libro è il racconto del viaggio di Jung dentro di sé e che Jung, attraverso il confronto con l’inconscio, riesce a tenere insieme luce e ombra e a entrare in una relazione profonda con il proprio Sé, vero centro motore della vita psichica.

Il DDL Zan è fermo in parlamento. La società civile e la politica sono in conflitto. Che cosa ne pensa di questo conflitto e del DDL Zan anche alla luce del pensiero di Lacan? “L’eterosessualità non è il rapporto tra due anatomie, ma è una definizione dell’amore. Cioè l’amore è sempre eterosessuale. Ma l’amore è sempre eterosessuale, non in quanto rapporta due anatomie differenti. Ma in quanto è amore per l’etheros. Cioè amore per l’altro.”
La frase che lei cita di Lacan, letta così fuori contesto, mi pare rilevi una tendenza presente nella società contemporanea, una tendenza che caratterizza secondo me anche il DDL Zan, quella di sostituire al carattere duale del termine genere fondato, come scriveva Ivan Illich, sulla contrapposizione e sulla complementarietà di maschile e femminile, il carattere univoco che la parola sesso ha assunto nell’età contemporanea. Il carattere unisex, potremmo dire fluido, della sessualità è infatti indispensabile, dice Illich, per il funzionamento della società industriale, che necessita di un essere umano neutro.Inesorabilmente, le istituzioni economiche trasformano i due generi, radicati nella cultura, in neutri economici, contraddistinti esclusivamente dal loro sesso disembedded, sradicato.” (I. Illich, Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza (1982), Neri Pozza Editore, Vicenza 2013).
Oggi il termine genere assume spesso nel dibattito pubblico proprio quel carattere neutro, che tende a negare la differenza tra maschile e femminile.
I problemi sollevati dal ddl Zan, motivato da ottime intenzioni, sono molteplici e non posso affrontarli in questa intervista. Qui mi limito a osservare che anche l’on. Zan, nel primo articolo del decreto che porta il suo nome, riduce il genere a qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso e per identità di genere intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso. Il genere diventa così solo una manifestazione esteriore o un fatto di percezione soggettiva, indipendente dal sesso ridotto a mero fatto biologico. Di fronte a queste affermazioni, recuperare invece alla parola genere il suo significato originario, connesso alla generazione e pertanto intrinsecamente duale, radicato nel corpo sessuato, diventa per me una decisione teorica e pratica indispensabile, proprio perché l’uso delle parole incide profondamente nella psiche delle persone.

Siamo alle ultime battute. Come è cambiato il suo modo di lavorare in tempi di pandemia, e come sono cambiate le esigenze dei pazienti in questo periodo?
A parte il periodo del primo lockdown, dove ho lavorato per via telematica, poi ho sempre visto i pazienti in presenza, rispettando ovviamente tutte le regole igieniche e di distanziamento. In questa situazione ho notato che mi è molto mancata la stretta di mano iniziale, quando il paziente entra in studio. Perché quel primo contatto con la mano è già un modo per sentire l’altro e nello stesso tempo per comunicare qualcosa all’altro. La pandemia poi mi ha costretto a stare ancora più attento allo sguardo della persona seduta di fonte a me. Indossando la mascherina che nasconde completamente la parte inferiore del viso, lo sguardo diventa ancor più la porta dell’anima in cui cogliere moti di tristezza o di gioia.
Ho visto poi, soprattutto nei giovani, crescere alcune difficoltà con aumento di stati depressivi, per la mancanza di relazioni sociali, per l’impossibilità di incontrare i loro amici. Quello che ho notato è che tutti hanno preferito, quando si è potuto, tornare alle sedute in presenza. Proprio come se avvertissero la necessità di un rapporto anche con il corpo del terapeuta… di poterlo vedere integralmente. Nel lavoro a distanza, in cui vedevo solo il volto dei pazienti, anche a me mancava la visione integrale del loro corpo. Inoltre mi disturbava vedere sul video anche il mio volto.

Sempre parlando di giovani quale formazione proporrebbe per i nuovi apprendisti stregoni?
Come ho accennato prima, innanzitutto un’analisi personale che li aiuti a vedere quali motivazioni si nascondono nel loro desiderio di diventare psicoterapeuti. Poi una formazione culturale complessa che li aiuti a familiarizzare con le immagini che compaiono nell’inconscio. Con Freud credo ancora che l’analisi dei sogni sia la via maestra per entrare nell’inconscio. Quindi nella formazione dello psicoterapeuta è secondo me indispensabile la conoscenza delle immagini che si sono conservate dai miti e dalle fiabe, dall’arte e dalla letteratura, dal teatro e dal cinema. Infine una solida formazione presso una scuola di specializzazione che li aiuti a impadronirsi della tecnica relativa alla relazione transfert/controtransfert e a approfondire la conoscenza dei contributi teorici dei maestri della psicoanalisi.

Per Jung la morte rappresenta un viaggio, non la fine. Per lei che cos’è?
A me è piaciuta molto l’intervista di Jung sulla morte che c’è su YouTube. Anche per me la morte è un passaggio, un passaggio talvolta doloroso e sempre difficile da accettare, ma che sperimentiamo ogni giorno quando siamo colpiti dallo scorrere del tempo. Nella mia esperienza personale, oltre alla morte dei miei genitori ho vissuto con grande angoscia la morte di alcuni dei miei alunni. Quando un giovane muore prima di te, ti sembra che accada qualcosa di innaturale. Anche in questo caso però, senza diminuire dolore e angoscia, la convinzione, non sempre granitica, che la morte sia un passaggio, aiuta. Fino a qualche tempo fa le religioni si occupavano di questo. Credo che oggi ci manchi l’avere una visione religiosa, che leghi la morte a qualcosa che sta oltre la nostra vita.

Più che religiosa manca la dimensione del sacro.
Sì. Sì. Uso il termine religioso nell’originaria accezione latina di legame con qualcosa che è oltre, e che implica dal punto di vista psicologico la relazione con la dimensione del sacro. Quella dimensione di cui parla Rudolf Otto che esercita su di noi un fascino di tipo numinoso. Però è molto difficile in una società desacralizzata come la nostra, che irride talvolta addirittura i riti sacri, coltivare questa dimensione.
Questo spazio compare spesso nei sogni, attraverso immagini e simboli di carattere archetipico, che parlano spesso di passaggi fondamentali, come la nascita e la morte.

La pandemia ha riportato a galla la paura ancestrale della morte e ci ha fatto perdere un’ipotetica onnipotenza di cui ci vantavamo?
Le bare che sfilavano da Bergamo, le ambulanze che ho sentito fischiare a Brescia per mesi, ci hanno messo davanti alla morte come fatto reale, ci hanno costretto a riconoscere la realtà della morte che noi tendiamo a fuggire e a isolare, almeno fin da quando con decreto napoleonico i cimiteri sono stati allontanati dall’abitato.
Forse la pandemia ci ha costretto a prendere atto che la morte è qualcosa che non solo ci può colpire in ogni momento, ma anche che è indissolubilmente legata alla vita e, in questo modo, ha contribuito a ridimensionare il nostro senso di onnipotenza.

Gianfranco Falcone

Per saperne di più
www.paoloferliga.it

 

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