Paraguay. Risorse idriche immense per la sfida del vescovo dei poveri

Paraguay bandiera
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Un altro stato sudamericano ha scelto la sinistra al governo. La svolta è epocale. Dal 1947 il Partito Colorado controlla il paese e, per trentacinque anni, lo ha fatto con la dittatura di Alfredo Stroessner terminata nel 1989. Da allora ha continuato a governare in nome di un “periodo di transizione” alla democrazia o “democradura” come viene chiamato in Paraguay.

Le elezioni del 20 aprile hanno consegnato a Ferdinando Lugo una vittoria a larga maggioranza sugli altri due candidati [1]. Figlio di campesinos, cinquantasettenne, vescovo cattolico di San Pedro, una delle zone più povere del paese, e “sospeso a divinis” dal Vaticano quando decise di presentarsi per le elezioni alla presidenza della Repubblica.
La vittoria è stata ottenuta con la Alianza Patriótica para el Cambio espressione di varie forze politiche e sociali dai liberali che esprimono il vice presidente alla sinistra dei movimenti campesinos e indigeni passando anche per alcuni delusi del Partito Colorado.
Tutte le componenti dell’Alleanza hanno sottoscritto il “Programa básico de gobierno” e un “Pacto de gobernabilidad” [2].

Il programma si compone di ventidue punti che dovranno rifondare lo Stato e le relazioni economico sociali interne ed internazionali. I temi vanno dal controllo e ripartizione delle risorse naturali alla riforma agraria a quella del sistema giudiziario a quella del sistema educativo [3].
Si tratta di risollevare un Paese dove il tasso di povertà, secondo i dati statistici del Mercosur, è simile a quello dei Paesi dell’Africa equatoriale, dove il 5% è proprietario del 90% delle terre di cui il 40% restano incolte [4], dove milioni di paraguayani sono fuggiti in Argentina per sopravvivere nelle favelas di Buenos Aires [5] senza dimenticare rapimenti di donne costrette alla prostituzione in altri paesi sudamericani o in Europa [6], dove nonostante un quadro monetario e del debito pubblico accettabile per il FMI l’indice di competitività nel 2007 colloca il Paese al 106° posto su 125 e dove secondo il 2007 Corruption Perception Index di Transparency International, il Paraguay è al 138º posto nel mondo per l’indice di percezione della corruzione tanto da ritenere che le autorità stesse la incoraggino [7].
Chiudono il quadro la mancanza della certezza del diritto e della sicurezza fisica e il fatto che una percentuale significativa della popolazione attiva si dedica ad attività sommerse spesso ai limite della legalità o del tutto illegali. E a questo proposito basti pensare che Ciudad del Este, una città di circa settecentocinquanta mila abitanti alla confluenza dei confini con il Brasile e l’Argentina, è la terza zona franca per volume d’affari dell’intero pianeta [8].

Quando il 15 agosto prossimo diverrà ufficialmente Presidente della Repubblica il “vescovo dei poveri” dovrà affrontare questa realtà e avviare a risoluzione i problemi che attanagliano drammaticamente la popolazione.
Come ha spiegato in più di un’occasione non si sente e non sarà il nuovo Chavez o Lula e la sua <<opzione per i poveri è pastorale, non è la lotta di classe proposta dalla sinistra politica che porta allo scontro e alla violenza. Molti mi vedono come un uomo di sinistra ma io mi considero di centro, nel senso che voglio essere nel centro del cuore del popolo, e della credibilità che può unire tendenze diverse>> [9].
Forse le parole sono meno radicali dei suoi interventi. I suoi provvedimenti riguarderanno un’estesa redistribuzione delle terre accompagnata da una serie di misure volte a migliorare le capacità produttive e le condizioni dei contadini dall’assistenza tecnica a quella finanziaria. Nel settore agricolo ha promesso interventi, anche con un confronto con i grandi dell’industria brasiliana, per mettere un freno al dominio della mono-coltura della soia che sta divorando terreni per gli altri bisogni e espellendo mano d’opera.
E la riforma agraria è parte integrante di una strategia che dovrà abbreviare significativamente le disparità socio-economiche che anche gli osservatori internazionali vedono come un ostacolo allo sviluppo.
Lugo è intenzionato ad intervenire radicalmente sui sistemi fiscale, pensionistico, educativo e sanitario inquadrando il tutto nel ritorno alla legalità rifondando i poteri, soprattutto quello giudiziario, perché sessantuno anni di dominio assoluto del Partito Colorado ha determinato un’occupazione illegittima di tutta l’amministrazione statale generando una <<cricca>> di corrotti e corruttori che ha incancrenito tutti i rapporti e bloccato qualsiasi ipotesi di partecipazione, controllo e decisione che non fosse soggetta agli interessi personali.

E veniamo alla domanda che conduce ad un altro capitolo, di primaria rilevanza, dell’incredibile condizione del Paraguay. Occorrono le risorse per fare investimenti e rendere sostenibili i progetti di riforma e di intervento dello Stato. Dove sono?
Nella zona denominata della Tripla Frontera quella appunto tra Paraguay Argentina e Brasile si trova uno dei bacini sotterranei di acqua dolce più grande del mondo: l’ Acuífero Guaraní. Si tratta di quasi 1,2 milioni di chilometri quadrati di cui 70 mila in Paraguay. Secondo recenti studi tutta la riserva basterebbe a dissetare per 200 anni 6 miliardi di persone [10]. Ma soprattutto in questa zona le due centrali di Itaipú e Yaciretá sul fiume Paraná producono tanta energia elettrica che il Paraguay finisce per esportare a un prezzo ridicolo al Brasile e all’Argentina. Ne è costretto in forza dei trattati firmati nel 1973 e con durata fino al 2023 dal dittatore Stroessner che svendette, con lauti compensi, il suo paese al generale Emílio Garrastazu Médici, presidente del Brasile e a María Estela Martínez Perón, presidente dell’Argentina.
Infatti il Paese che non consuma tutta l’energia prodotta al suo interno è obbligato a venderla al suo partner al prezzo di costo. Se li potesse mettere sul mercato secondo i calcoli fatti da Ricardo Canese, esperto paraguayano di risorse energetiche, il Paraguay incasserebbe 3,6 miliardi di dollari all’anno contro gli attuali 102 milioni. E se è vero che altre stime parlano di 2 miliardi di dollari si capisce l’importanza che assumono tali introiti per un paese di meno di sette milioni di abitanti e che deve risollevarsi[11].
Lugo ha già parlato con Cristina Kichner e con Lula per discutere di una rinegoziazione dei trattati e se non dovesse ottenere risposte concrete, come sembra dai primi approcci, potrebbe rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Aja per portare a termine uno dei suoi primi obbiettivi quello della dignità nazionale e del controllo delle risorse della nazione[12].
Pasquale Esposito

[1] Alle presidenziali gli altri candidati erano Blanca Olevar del Partito Colorado ex ministro dell’Istruzione e delfino del presidente uscente Nicanor Duarte Frutos e il generale in pensione Lino Oviedo, 65 anni <<l’erede in linea diretta del potere militare degli anni più bui della dittatura>>. Nessuno dei due però sostenuti completamente dai propri referenti. Roberto Da Rin, “Paraguay, la sfida dell’ex vescovo”, www.ilsole24ore.com 19 aprile 2008.
[2] Intervista di Darío Pignotti a Ferdinando Lugo, Il manifesto 26aprile 2008, pag. 9.
[3] Mariavittoria Orsolato, “Il riscatto dell’ultimo”, www.peacereporter.it, 19 aprile 2008
[4] Sono dati riferiti da Lugo stesso in “Il mio Paraguay. Parla Fernando Lugo”, www.carta.org 26 luglio 2007
[5] Rocco Cotroneo, “<<Né Lula, né Chavez>>: il vescovo corre da solo”, Il Corriere della Sera 9 aprile 2008, pag. 16
[6] Emiliano Guanella, “Reportage, le più belle in Europa, anche in Italia, le altre sul mercato locale”, www.lastampa.it 18 aprile 2008.
[7] Istituto nazionale per il Commercio Estero, “Rapporti Paese congiunti Ambasciate/Uffici Ice estero” 1^ semestre 2007, pag. 2
[8] “Ciudad del Este e i problemi della frontiera”, www.lettera22.it, 22 aprile 2008; inoltre <<nonostante poi il Dipartimento di stato abbia negato di averne le prove, la stampa statunitense ha cominciato a sparare a zero sulla potente lobby siro-libanese che, attirata dagli affari cittadini, costituisce adesso una delle comunità più ricche e potenti della città dove vivono molti arabi e iraniani. Che avrebbero utilizzato il porto franco per finanziare Hezbollah, la Jihad islamica e, ovviamente, Al Qaeda. I più sospettosi hanno pensato che in realtà, questa anomalia del Mercosur (il mercato allargato sudamericano) forniva un’ottima scusa agli Usa per rafforzare le sue posizioni in uno dei pochi paesi rimasto, sino a ieri, in mano alla destra.>>.
[9] Maurizio Matteuzzi ”Il prete rosso che mira al centro”, il manifesto 20 aprile 2008, pag. 9
[10] Mauro Nogarin, “La Tripla Frontera nasconde un tesoro blu” in Brasile, la stella del Sud, Limes Quaderni speciali 2007 vol. I, pag. 160
[11,12] Maurizio Matteuzzi, “Megawatt da 80 dollari venduti a 2: la resurrezione passa per l’elettricità”, Il Manifesto 26 aprile 2008, pag. 9

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