Parliamoci chiaro: il veganesimo oggi

history 6 minuti di lettura

I vegani consapevoli sono persone che hanno esperito la differenza di come ci sente seguendo un certo stile di vita rispetto a un altro. Quasi sempre, infatti, la scelta di non nuocere ad altri animali della terra si accompagna alla volontà e al desiderio di nuocere il meno possibile a se stessi, riducendo la tossicità fisica ed emotiva proprie di quel modo di vivere che ci ha allontanati dalla natura.

Penso si possa affermare senza dubbio che il veganesimo sia un’ovvia conseguenza dell’autolesionismo dell’essere umano, unico animale in natura capace di inquinare il proprio habitat e l’aria che lo tiene vivo e di uccidere lentamente e inesorabilmente sua madre terra. Esistono vegani per moda, che spesso ignorano le basi delle buone regole nutrizionali, e vegani consapevoli. Questi ultimi, quasi sempre, non si definiscono neppure, scelgono cosa mangiare senza giudicare nessuno.

In questo articolo parleremo della cultura di queste persone consapevoli che si sono poste in vantaggio rispetto al tempo, non troppo lontano, in cui saremo tutti vegani per forza. Il matricida uomo occidentale, figlio di quel capitalismo che sta implodendo su se stesso, si sta già trovando di fronte al collasso di alpi e ghiacciai, alla carenza di risorse e al cambiamento climatico. Nonostante i temi legati al consumo di carne in relazione all’impatto ambientale e alla salute siano sui media tutti i giorni e più volte al giorno, l’animale uomo continua a fare finta di niente.

Science ha revisionato globalmente gli studi sul tema e dall’ultimo report è emerso che il consumo di carne è praticamente raddoppiato negli ultimi 50 anni (dai 23 kg annui del 1961 si arriva ai 45kg nel 2014) e che l’impatto di questa tendenza non è sostenibile da nessun punto di vista. Al di là delle emissioni inquinanti, dei gas serra e della perdita progressiva della biodiversità ciò che minaccia i figli masochisti dell’homo sapiens è la qualità del cibo che ingerisce.
I danni alla salute legati al consumo di certi cibi sono noti a tutti, così come il rischio di diventare antibiotico resistenti o vittime costanti dell’IGF1, l’ormone della crescita presente in quasi tutte le proteine animali che foraggia letteralmente le cellule non buone innaffiando e nutrendo il terreno ideale del cancro e di altre malattie gravi come il diabete e l’obesità.

Se questi due macro temi non bastassero aggiungiamo il paradosso etico dentro cui ci muoviamo con grande naturalezza ogni volta che mangiamo cibi che derivano dallo sfruttamento e dagli orrori degli allevamenti intensivi: se prendiamo un campione di cento persone e mostriamo loro le immagini di ciò che accade quotidianamente e normalmente in un allevamento intensivo la maggior parte non arriva nemmeno a metà. I pochi che arrivano fino in fondo alla proiezione (si vedano gli esperimenti dell’associazione Animal Equality) lo fanno singhiozzando. È quel pianto a dirotto tipico della sensazione di impotenza e frustrazione che proviamo di fronte alle ingiustizie gratuite della violenza.
Qualunque contadino di una volta che allevava il suo bestiame e poi lo uccideva dopo avergli fatto vivere una vita degna si rigirerebbe nella tomba se solo vedesse il 3% di quel che accade nei mattatoi degli allevamenti odierni. Se quel contadino fosse vivo sarebbe il primo difensore della cultura vegan. Gli animali hanno un rapporto migliore con la morte di quello che abbiamo noi, ma il modo in cui l’essere umano li costringe a vivere rischia di farci perdere quel poco di grazia biologica che ci è rimasta come specie.

Nel libro Slaughterhouse, l’investigatrice Gail Eisnitz, capo della Humane Farming Association, ha intervistato molti operai che lavorano nei mattatoi bovini, ovini e suini negli Stati Uniti. Io non sono riuscita a leggerlo e forse non lo consiglierei, basti sapere che i racconti brutali e quelli anti igienici farebbero rabbrividire anche un americano che mangia da Mc Donald’s tre volte al giorno. Quando si racconta che le mucche da latte cui vengono sottratti i cuccioli iniziano a prendere a calci le pareti della stalla per rabbia e per senso di impotenza, quando queste madri urlano il proprio dolore non vogliamo che il racconto continui. Rimaniamo in silenzio sgomenti e d’un tratto ci sovviene il principio di Feuerbach secondo cui l’uomo è ciò che mangia. Mangiamo rabbia, stress, dolore, adrenalina, antibiotici e angoscia. Causiamo dolore per soddisfare un nostro finto piacere. Finto perché estremamente dannoso per la nostra salute. Purtroppo è un dato di fatto che riguarda tutti e non giudizio esagerato.

Senza andare a scomodare gli scienziati di Harvard basta leggere i libri e gli studi del prof. Franco Berrino, ex direttore del dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’istituto nazionale di tumori di Milano, per sapere con esattezza cosa accade al corpo umano quando si mangiano troppe carni e latticini. Lo stesso Berrino ci ricorda come l’eccessivo consumo di carni e di proteine sia il primo fattore che determina l’obesità insieme agli zuccheri e alle farine bianche.

I vegani che conosco sono tutte persone che scelgono di distaccarsi da quel tipo di vita che ha fatto ammalare sempre di più l’essere umano evoluto e tecnologico. Sono persone che si sforzano di trascorrere tempo all’aria aperta, di spostare il più spesso possibile il proprio corpo lontano dal divano e dalla televisione, di dedicare una parte del proprio tempo alla cura della propria psiche e della propria mente. Meditano e si fanno le analisi del sangue per controllare le possibili carenze vitaminiche, studiano alimenti e cibi che la maggior parte di noi non conosce, si mettono in gioco e sperimentano modi di vestirsi, truccarsi, pulire la propria casa con prodotti che non nuocciano all’ambiente. Comprano cibo sfuso, evitano packaging di plastica e raccolgono le cicche degli altri sulla spiaggia. Ne ho conosciuti tanti cosi. Il vegano che studia e che sceglie non è mai portatore sano di giudizi impietosi, di prediche, di etichette o rigidità, sono persone generose che di fatto optano per soluzioni che fanno bene a tutti. Se poi fai loro delle domande ti rispondono volentieri e condividono quello che hanno studiato ed esperito. Una volta alla domanda tipica che si rivolge loro “e la vitamina B12?” ho sentito rispondere “mangiati un uovo a settimana fatto da una gallina felice”.

Il vegano consapevole è dunque un essere umano che cerca di vivere il più possibile in armonia con se stesso e con il mondo, la sua è di fatto una scelta politica a tutti gli effetti che prova a dare spazio a un mercato equo e sostenibile.
I toni aggressivi da stadio che si trovano sui social sono lontanissimi dalla realtà. I vegani non sono una setta estremista e non sono gli amici scomodi e pesanti da non invitare a cena.

Credo davvero che dovremmo porci delle domande tutti quanti, basterebbe scegliere di mangiare meno cibi dannosi per la nostra salute e per l’ambiente prediligendo una dieta povera di zuccheri, di cibi raffinati e di carni per poter iniziare a stare meglio noi e a dare respiro alla nostra terra. Per produrre una bistecca occorrono quasi cinquemila litri di acqua, si capisce che se si tornasse a mangiare carne una tantum come si faceva un tempo si ridurrebbe drasticamente l’impatto devastante che le super produzioni hanno attualmente.
Oppure possiamo sempre scegliere di rimanere nell’ignoranza e di cadere dalle nuvole quando dovremo andare su un altro pianeta a cercare dell’acqua da bere.
Sposare la cultura vegana non significa cambiare istantaneamente e radicalmente le proprie abitudini, ma darsi la possibilità di aprire la propria mente a nuovi orizzonti di amore verso se stessi e verso il mondo.
Giulia Laruffa

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article