Passando per Niguarda in attesa di “Naufraghi senza volto”

Milano, Niguada

Ogni volta che vado al Teatro della Cooperativa mi organizzo per arrivare in anticipo così da avere un po’ di tempo per fare due passi nel quartiere Niguarda.
Non mi piace Milano e non ho mai rimpianto la scelta di andare a vivere fuori città.
Però il quartiere Niguarda esercita su di me una insolita malia. Se fosse un uomo direi che è brutto, ma di esserne allo stesso tempo irresistibilmente attratta. Sarà per lo sferragliare continuo dei tram o per il via vai di biciclette, ma si respira l’aria della Milano vecchia dei racconti di mia nonna.

Milano Niguarda
foto Heidi Heilleger

Un murales su cui campeggia la scritta “Milano antifascista” racconta quanto qui la memoria partigiana sia viva e si intrecci con il tessuto sociale.
È un quartiere popolare, pieno di associazioni e cooperative, minimarket etnici e bar che però non hanno nulla a che vedere con i locali patinati del centro dove trentenni con la cravatta allentata si godono un spritz ingollando olive verdi e carnose.
Qui i bar sembrano saltati fuori da una canzone di De Andrè.
In uno di questi, un piccolo gruppo di uomini sulla cinquantina bivacca davanti ai resti di un tagliere e a un cestino di pane vuoto. Hanno tutti ventri prominenti e barbe incolte, l’occhio alcolico e quell’allegria bislacca da sabato sera quando il pensiero della settimana entrante è lontano e basta un giorno chiaro di primavera per sentirsi in vacanza.
La sensazione di anticipo d’estate in effetti stasera è un po’ ovunque, nelle pance scoperte delle ragazzine, nelle finestre aperte sulla strada, nei due sudamericani che in bermuda e infradito si passano una Becks seduti sul marciapiede.
È quell’ora del giorno che precede il tramonto, quando la luce del sole si fa obliqua e dorata e rende tutto magico, anche queste vecchie case che avrebbero bisogno di una bella mano di colore.
Ritirati i biglietti, mi fiondo nel minimarket di fronte al teatro e mi diverto a cercare i cibi ai miei occhi più curiosi ed esotici.
Esco con un sacchetto pieno di prodotti improbabili e la testa e il portafogli più leggeri.
La tappa successiva è il kebabbaro: negli anni ha ampliato il menù e riarredato il locale con tavoli più moderni, ma l’aria calda e unta che ci si respira dentro è rimasta uguale.
Mentre addento il mio panino completo di tutto (mettici anche la cipolla e la salsa piccante, mi raccomando, ci ho tenuto a precisare) osservo gli altri avventori.
Di fianco a me c’è una famiglia oversize, tutti in maglietta, tutti stretti sulla panchina, sudati e felici. O almeno allegri perché la felicità è probabilmente una chimera, ma alle volte basta qualche scampolo di contentezza strappata alla fatica del giorno per soffrire meno il peso dell’esistenza.
Vicino alla porta di ingresso, invece, ci sono tre ragazzi, due maschi e una femmina, avranno su per giù l’età di mio figlio, quindici, al massimo sedici anni. I maschi portano i capelli corti col ciuffo come si usa adesso e la tuta, la ragazza ha la gonna corta e labbra vermiglie come ciliegie succose che fanno venire voglia di addentarle. Chissà se lo pensano anche i due ragazzini che sono con lei. A vederli chiusi nella loro aria da duri non si direbbe, ma si sa che a quell’età il desiderio è un’onta che ti costringe a fare i conti con la tua vulnerabilità. Alla mia, invece, quando si fa strada tra le preoccupazioni e si arrampica in superficie scuotendoti dal torpore del quotidiano, lo accogli grata.
Alla fin fine – rifletto – è di questo che siamo fatti tutti quanti: di voglie improvvise, di dolori non sempre risolti e di fugaci tenerezze. Saper stare dentro alla vita con grazia è un privilegio concesso a pochi, quasi tutti ci barcameniamo tra istanze diverse e spesso inconciliabili, tra il bisogno di certezze e la fame di avventura.
Dovremmo ricordarcelo più spesso.
Non si può amare chiunque, ma se ti avvicini abbastanza a qualcuno da vedere le smagliature nel tessuto della sua sicurezza, da riconoscere tracce di bellezza tra le sue asperità, odiarlo ti diventa impossibile, e le differenze – culturali, religiose, sociali, di genere e orientamento sessuale – all’improvviso si ridimensionano. Milano Niguarda, teatro CooperativaMi interrogo su come possa apparire da fuori, se i miei pantaloni a sigaretta color panna e i capelli freschi di parrucchiere rappresentino una nota stonata qui dove c’è gente che in strada ci esce in ciabatte … chissà forse perché si sente a casa ovunque.Proprio in quel momento un rivolo di salsa mi cola sul mento, non ci penso nemmeno a prendere un tovagliolo, lo asciugo con il dorso della mano e dò un altro morso al mio panino; il papà oversize intercetta il gesto e sorride complice.Basta poco alle volte per non farci sentire stranieri.
Finisco la birra, pago e me ne vado.
Stasera mi aspetta Naufraghi senza volto, lettura scenica di Renato Sarti e Laura Curino, tratta dall’omonimo libro di Cristina Cattaneo che, ancora non lo so, ma parla proprio di questo, del fatto che la nostra umanità passa dal riconoscere nel vissuto dell’altro la radice del nostro stesso essere, nel riuscire a leggere in una pagella, un portachiavi, un rosario, un biglietto della lotteria o un preservativo simboli che riflettono fragilità, sogni e paure che sono anche nostre.
Allora, inevitabilmente, i morti del mediterraneo cessano di essere solo dei numeri.
Heidi Heilegger

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