Patrizia Chelini e Aldo Ciani ci parlano del loro romanzo

carcere ergastolo
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Non sono pochi i libri che trattano diffusamente la questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione», pare avesse saggiamente ammonito Voltaire. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana, ha sostenuto Vincenzo Paglia nel fortunato volume scritto insieme a Raffaele Cantone, La coscienza e la legge (Laterza 2019). Al contrario, non innumerevoli sono i romanzi o frammenti autobiografici sui detenuti. Alcuni testi sono celebri come le crude pagine delle Memorie da una casa di morti (1861-1862) di Fëdor Dostoevskij che il carcere lo conosce bene, dal momento che in gattabuia c’è finito per davvero, rischiando addirittura di essere giustiziato.

Hanno aggiunto il loro originale tassello alla narrativa penitenziaria, Patrizia Chelini e Aldo Ciani, con il loro volume Rocca, Storie tra dentro e fuori che ben si attaglia agli auspici espressi nel 2020, in piena pandemia, da Papa Bergoglio che significativamente e laicamente sostenne che ciascuno di noi ha «bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita». Infatti, «l’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr. Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti».

Rocca storie tra dentro e fuori Patrizia Chelini e Aldo CianiSi tratta di un romanzo sociale e corale, dove le vite di molteplici personaggi, all’inizio scollegati tra loro, poi si incrociano, si toccano, si intrecciano, invitando il lettore a compiere non solo uno sforzo di immedesimazione, ma anche una riflessione sul carcere, ossia quel luogo istituzionale in cui si somministra una “sofferenza legale”, una pena detentiva giuridicamente stabilita dosata in maniera tale da consentire la “possibile rieducazione” del reo. Questo è un libro che celebra gli outsider, i personaggi respinti dalla società tradizionale, mandati in esilio perché non soddisfano i criteri di un certo tipo di stile di vita. Inoltre, aiuta a riconoscere il simile nel dissimile, a riconoscere che la propria frustrazione non è così diversa da quella di chi ci sta accanto e ci può far fare, a loro e a noi, cose orribili. A riconoscere che la difficoltà di affermare un certo orizzonte non significa ancora la fine della possibilità di resistere, nonostante tutto, non significa ancora arrendersi ad affrontare il mondo da soli, anzi, parafrasando Leopardi e la sua dimensione agonica: «tutti gli uomini stretti in un patto di alleanza, offrendo ed aspettandosi un aiuto efficace e immediato nei pericoli e nelle angosce della lotta comune». Ascoltiamo i due autori.

Un romanzo a quattro mani, come vi è venuto in mente?

Aldo Ciani: io e Patrizia siamo amici da quarant’anni. Come puoi immaginare ci conosciamo bene, ci confrontiamo spesso sull’attualità e le questioni più di fondo, sulle vite nostre e su quelle degli altri: non su tutto siamo d’accordo ma ci rispettiamo molto.
Lei scrive romanzi, ne ha già pubblicati tre. Prima dell’estate del 2021 mi ha detto che avrebbe voluto scrivere sul carcere, ma esitava perché non ne aveva mai visitato uno. Io per oltre dieci anni ci sono entrato almeno una volta a settimana come volontario. Allora le ho proposto di iniziare a scrivere, che l’avrei letta e se ci fosse stato qualcosa che non mi tornava glielo avrei segnalato. Lei mi ha chiesto di scrivere anch’io, che da sola non ce la faceva, ad agosto avrebbe cambiato lavoro e città, e tutte le cose che si dicono per convincere qualcuno a fare qualcosa a cui tieni. Patrizia è una perfezionista, a dispetto delle

Aldo Ciani
Aldo Ciani

premesse si è messa a studiare, ha letto tutto quello che le ho girato, e tanto altro che si è trovata da sola. Io ho iniziato a scrivere personaggi che all’inizio pensavo sarebbero rimasti un po’ laterali, per dare il clima, lo sfondo. Pian piano il libro ha preso forma così, come un botta e risposta. La maggioranza dei capitoli sono di una o dell’altro, in pochi casi uno ha messo le mani su quello che scriveva l’altra e viceversa. Alcune volte ci siamo completati. Non avevamo una tesi di fondo né una trama prestabilita, anche se tante cose scritte, credo, mettono in luce una certa sensibilità, alcuni convincimenti profondi, non solo sull’istituzione in sé, più, forse, su di noi, sulla nostra società.

Parlavi della tua esperienza di volontario in carcere. Cosa rimane dopo tanti anni?

Aldo Ciani: per me preferisco non rispondere, a volte un po’ di pudore non guasta davanti all’esibizionismo quasi pornografico dei propri sentimenti cui siamo continuamente sottoposti, credo. Uno dei protagonisti un po’ laterali del nostro libro potrebbe rispondere così: “Per tanto tempo abbiamo rinunciato al riscatto tramite l’impegno perché gli spazi, per chi crede nella giustizia sociale, sembravano sempre più angusti. Ci si trova di fronte ad una scelta, che ognuno deve fare innanzitutto per sé: si può soccombere alla prospettiva di una società atomizzata, piena di risentimento e odio per il diverso, oppure si può cercare un altro modo di stare al mondo. Riconoscere il simile nel dissimile, riconoscere che la propria frustrazione non è così diversa da quella di chi ci sta accanto e ci può far fare, a loro e a noi, cose orribili. Riconoscere la difficoltà di affermare un certo orizzonte non significa ancora la fine della possibilità di resistere, nonostante tutto, non significa ancora arrendersi ad affrontare il mondo da soli, anzi, parafrasando Leopardi e la sua dimensione agonica: “tutti gli uomini stretti in un patto di alleanza, offrendo ed aspettandosi un aiuto efficace e immediato nei pericoli e nelle angosce della lotta comune”.  Però il suo è un punto di vista, nel libro ne troverete altri, e a tutti abbiamo cercato di dare la dignità che meritano, in un intreccio aperto pieno di canzoni e reminiscenze, che chiede di essere misurato nella sua scelta di descrivere molto e giudicare poco.

Ci potete descrivere la vostra opera?

Patrizia Chelini
Patrizia Chelini

Patrizia Chelini: sarebbe riduttivo riassumere la fabula, perché non ci sono grandi fuochi d’artificio nella trama. Allo stesso tempo sarebbe inesatto dire che non c’è un intreccio elaborato di anticipazioni o retrospezioni, perché in realtà viaggiamo nel tempo e nello spazio. Siamo lontani dalla struttura classica del romanzo, non c’è una vera situazione iniziale, un equilibrio che si rompe e un finale – o, se ci sono, non sarebbe corretto definirli tali. Ci troviamo in un lungo presente, che c’è sempre stato e che non ha mai cessato di trasformarsi.
Protagonista è soprattutto la voce. Ci sono protagonisti principali e laterali, ce ne sono di passaggio, ce ne sono di invisibili, presenti solo nel ricordo di qualcuno o nel passato di qualcun altro. Ma la voce, lei, è sopra, dentro, attorno e attraverso tutto. Possiamo dire che parla di Aurelia, direttrice di carcere, e del suo progetto di portare i detenuti fuori da quel luogo per dar loro la possibilità di lavorare. Possiamo dire che parla di Padre Angelo, che vuole portare la città dentro al carcere, a cominciare da Fabrizia e la sua amica, per accompagnare i canti della Messa alla Cappella del Penitenziario con la chitarra. E possiamo dire che parla di Vincenzo, detenuto per rapina, di Maurizio, agente carcerario, di Andrea, scrittore, di Alice, psicologa, di un carcerato suicida, di una carcerata che si lascia morire. Potremmo dire che il libro parla di carcere, di ideali, di politica, di religione, di ingiustizie, di famiglia, di società. Possiamo dire che parla di tutto questo, ma in realtà questi sono solo fatti, il “cosa”: la voce, invece, instancabilmente vuole narrarci il “come”. Non è pura cronaca/testimonianza, ma sentimento, con le sue molteplici sfaccettature. Potremmo dire che è un romanzo corale, dove le vite di molteplici personaggi, all’inizio scollegati tra loro, poi si incrociano, si toccano, si intrecciano.

La voce narrante è una voce liquida: a volte rimane anonima, a volte è esterna, a volte è nella testa di qualcuno, a volte è l’amico di un personaggio, a volte appartiene completamente o in parte a un personaggio e, come posseduta, lo lascia emergere e prende il suo carattere.

Patrizia Chelini: Abbiamo cercato di mantenere un tono allo stesso tempo umile e pungente. Spesso un lungo flusso eloquente, altre volte affermazioni lapidarie. A volte una confidenza amicale. A volte trasuda sincerità e nessun timore di dire quello che pensa, non ha problemi a prendere posizioni, ragiona. È una voce franca, sicura, diretta, senza età, parla come qualcuno che ha una lunga esperienza di vita e allo stesso tempo ha la pura ingenuità dello sguardo di un bambino.

Il tutto si svolge in pochi mesi: ma dei personaggi descritti alla fine del romanzo sappiamo quasi tutto, infatti l’ultimo capitolo li descrive bambini.

Aldo Ciani: vuoi sapere come finisce? Forse non muore nessuno, non ne siamo certi. Di sicuro, grossomodo, tutti continuano a fare quello che hanno sempre fatto, o forse no, il fatto di essersi incontrati gli cambierà la vita.

 I tre capitoli in corsivo sembrano essere lì per farci restare ammutoliti davanti a quanto può essere “reale e sporca” la realtà,

Patrizia Chelini: la scelta narrativa consente arbitrarietà rispetto al saggio. Le questioni che spalanca il carcere sono tali in quantità e profondità che ci siamo aggrappati all’arbitrarietà della scelta di cosa raccontare come ad una boa nel mare in tempesta, laddove la tempesta rappresenta l’infinita quantità di stimoli che arrivano da ogni direzione a chi si approccia al tema, e rischia di travolgerti se pretendi di rappresentarli tutti. Eppure c’era qualcosa di ineludibile, che non si poteva tacere e che percorre tutto il testo ma trova nei tre frammenti che citi come un inciampo da cui il lettore non può sfuggire: il suicidio (quanti suicidi tra i detenuti anche quest’anno, come ogni anno!), il disagio psichico e la violenza, insita strutturalmente nell’istituzione penitenziaria.

 È complicato pubblicare qualcosa di così poco convenzionale nel panorama editoriale italiano? Come avete scelto l’editore?

Aldo Ciani: beh non esageriamo, non siamo noi ad aver scelto l’editore, è piuttosto lui che ha scelto noi, e trattandosi di una Cooperativa Sociale nata a Rebibbia trent’anni fa che in questi anni ha rappresentato indubitabilmente un punto di riferimento per la ricerca e lo studio sulle istituzioni totalizzanti e in particolare del carcere, la cosa ci ha in un certo senso inorgogliti: il primo commento quando abbiamo ricevuto la proposta di pubblicazione da Sensibili alle foglie è stato: grosse fesserie non ne abbiamo scritte… Poi certamente non è che sui contenuti ci siamo confrontati per condividerli, ma insomma avessimo preso fischi per fiaschi non saremmo qui a parlarne. Del resto posso dirti che l’editoria più generalista appare meno permeabile, difficilmente un esordiente che propone un romanzo sociale con una struttura non convenzionale viene letto e ancora più raramente riceve risposta. Ma insomma è un mondo che non ho mai frequentato e conosco solo attraverso i rari resoconti degli addetti ai lavori, quindi la risposta non può che rimanere alla superficialità della nostra specifica esperienza. Di certo quello che ci piacerebbe è che questo testo raggiungesse una platea ampia, non solo di addetti ai lavori, che nelle migliori tradizioni del romanzo aprisse domande più che dare risposte, incuriosisse il lettore ad approfondire uno degli infiniti stimoli di cui parlava Patrizia che il carcere induce.

Antonio Salvati

Patrizia Chelini e Aldo Ciani
Rocca, Storie tra dentro e fuori
Sensibile alle foglie
pagine 160
euro 16,00

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