Pearl Jam. Lightning Bolt. Una digressione pop per la mitica band di Seattle

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Molta storia del rock negli ultimi anni passa per questa band che, nonostante il seguito commerciale, ha sempre mantenuto uno spirito indipendente. Sessanta milioni di dischi in ventitré anni di carriera non hanno cambiato il significato della musica, quello che supera le tematiche semplicemente compositive e che spesso si percepisce quando li si incontra dal vivo.
Lightning Bolt ha impiegato quattro anni – due anni e mezzo per scriverle – ad arrivare dopo il precedente Backspacer. Insolitamente tanto, e forse la ragione principale è un processo creativo complicato o, forse, potremmo dire democratico al quale partecipano tutti i componenti dei Pearl Jam come ha spiegato Stone Gossard a Rolling Stone. Per la verità il produttore O’Brein ha sostenuto che il ritardo è imputabile ai progetti solisti dei componenti. Dicevamo di Gossard che ha raccontato la nascita dei lavori: «Ognuno di noi arriva con un pacco di demo. Ci ritroviamo in studio, la maggior parte delle volte senza Eddie, e tutti insieme iniziamo a improvvisare sulla base di questi demo. Il risultato è un cd con dentro 14 o 15 canzoni, che poi diamo a Eddie. Dopodiché ci ritroviamo e rifacciamo tutto di nuovo, due o tre volte» [1].

La breve e bruciante recensione di Guglielmi non lascia adito ad interpretazioni: Lightning Bolt è un pessimo disco, «scrittura di mestiere, produzione (il solito Brendan O’Brein) ampollosa e ammiccante al pubblico mainstream, drammatiche carenze di passionalità […]» [2].

Bertoncelli non è assolutamente negativo ma vede tanta normalità, classicità in questo album, già preannunciato nelle corde dal precedente, «forse si credeva che fosse una parentesi, una pausa prima di riprendere straordinarie avventure Binaurali e Vitalogiche. […] È un disco di tranquilla schiettezza, ben suonato e ben cantato ma “statico”, senza spinte né indietro nel tempo né avanti. Sarà l’età e gli stimoli che si attenuano» [3].

Galati ha aspettato il tempo necessario a mettere un po’ di distanza tra la sua venerazione per i Pearl Jam e la recensione che vede l’album come un buon disco, non un capolavoro e non uno spartito da incenerire perché patinato o adatto alle nuove tendenze, «non bisogna aver paura del pop, specialmente del pop fatto bene che resta come ispirazione sotterranea nelle melodie». Tra le migliori tracce ci segnala Yellow Moon, Mind Your Manners, Lightning Bolt, Future Days, Sirens, e Getaway che «col suo ritmo sincopato, sembra richiamare qualche vecchio suono dei migliori Aerosmith» [4].

Rinaldis insiste su alcuni cambiamenti formali come un piano marketing poderoso e partito da lontano o il ruolo di Vedder sempre più in primo piano o il titolo ripreso, per la prima volta da un brano. Nella sostanza le tracce «non si discostano di molto da quel genere, il Grunge, che oggi appare più come una parola svuotata di significato». Canzoni interessanti non mancano come Infallible, Pendulum, Future Days e Yellow Moon e «la blueseggiante Let The Records Play [che] riecheggia un Neil Young d’antan: lo “Zio Neil” a cui il disco è dedicato» [5].

Papeo scansa tutte le sovrastrutture e le narrazioni intorno alla storia e alla bravura dei Pearl Jam ancorandosi al presente. «Pieno di sfaccettature», il disco è fatto di buona musica, senza ‘se’ e senza ‘ma’. Le sonorità e la forza delle origini compaiono in Mind Your Manners, nella fantastica Getaway e in My Father’s Son. Nella prima parte va inserita la ballata Sirens, «piccola gemma di Mike McCready, impreziosita da un testo che è poesia allo stato puro e da un assolo in debito con i pilastri del blues made in USA». La seconda parte rimanda spesso, invece, al Vedder “cantautore”.

E di un ruolo primario di Vedder scrive anche Madeddu con il suo riferimento a Into The Wild. Non è un album di questo decennio e si muove in direzione del rock più datato soprattutto dopo le prime tracce vicine al loro sentire primigenio. Il nostro vi trova riferimenti agli U2 in Swallowed Whole e in Pendulum o ai Van Halen in  Mind Your Manners e «ci sono ballatone cui manca  solo la voce di Springsteen nei cori» [7].
Non vi curate di noi e ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: rock
Pearl Jam
Lightning Bolt
etichetta: Monkeywrench Records / Republic Records
data di pubblicazione: 14 ottobre 2013
brani: 12
durata:  47:06
cd: singolo

[1] Rex Weiner, “Siamo solo una R&R band“, Rolling Stone, ottobre 2013, pag. 52
[2] Federico Guglielmi, Blow up, novembre 2013, pag. 94
[3] Riccardo Bertoncelli, xl.repubblica.it, 23 ottobre 2013
[4] Arianna Galati, www.soundblog.it, mercoledì 16 ottobre 2013
[5] Pasquale Rinaldis, “Pearl Jam, il ritorno con ‘Lightning Bolt’”, www.ilfattoquotidiano.it, 19 ottobre 2013
[6] Vincenzo Papeo,  “Un album coerente con la carriera musicale ormai avviata: buona musica senza se e senza ma“, www.indie-rock.it
[7] Paolo Madeddu, Rolling Stone, ottobre 2013, pag. 54

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