Pensieri sulle coordinate storiche del format economico ed etnico planetario

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L’attuale organizzazione della società globale si è sviluppata contemporaneamente ad alcuni avvenimenti nodali del periodo terminale del Novecento, dai quali essa trae risorse strategiche per definirsi economicamente, politicamente, culturalmente:
la ciclicità delle crisi del sistema di produzione e riproduzione delle “vita”;
l’ascesa di nuove organizzazioni politiche ed inediti linguaggi che accostano gli attori economici alla criminalità organizzata;
l’avvento dell’I. C. T. e consolidamento della virtualizzazione e digitalizzazione dei rapporti sociali.

Tutti epifenomeni non in balìa delle impennate e delle curve sinusoidali del “mercato”, ma “pianificate” e “pilotate” sin dall’inizio, che superano anche la più recente stagione delle interdipendenze economiche e nazionali. Questa programmazione generale della sfera economico-sociale implica una coerente “razionalizzazione” progressiva dell’intero sistema (che elimina molti “inconvenienti” del capitalismo novecentesco – il quadro normativo, la “legalità” – nella saldatura tra attività profittevoli e modalità criminali) e, soprattutto, un comando unificato al vertice. Il controllo unificato della produzione di beni e servizi e della distribuzione della ricchezza socialmente generata definisce il comando come esigenza insopprimibile configurandosi come stato imperialista delle multinazionali.

Questa strutturazione del capitalismo globale segna il tramonto del liberismo contemporaneo ed annuncia l’alba della concezione totalitaria del comando nella società disciplinare; la trasformazione in corso della società “liberale” in neo fascista è il prodotto di un organico processo evolutivo del capitalismo novecentesco che si libera dell’impaccio legalitario ed è determinato dalle stesse premesse sulle quali il liberalismo si fonda, ossia la tutela – oltre ogni vincolo costituzionale ed ordinariamente normativo – delle condizioni ottimali della proprietà privata e dello sfruttamento che ha avuto nelle “democrazie” realizzate il paravento dietro il quale nascondere obiettivi, intenzioni e progetto realizzativo.

Del meccanismo basico della trasformazione criminale capitalistica, s’era avveduto con inequivocabile lucidità, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, Herbert Marcuse in Cultura e società. Saggi di teoria critica 1993-1965 (trad. it. 1969, pag.19), quando scrive: «Il passaggio dallo Stato liberale allo Stato totalitario si compie sulla base dello stesso ordine sociale. Tenendo presente questa base economica unitaria, si può dire che sia il liberalismo stesso a “generare” lo Stato totalitario ed autoritario, che ne è il perfezionamento in uno stadio avanzato dello sviluppo. Lo Stato totalitario ed autoritario fornisce l’organizzazione e la teoria della società che corrispondono allo stadio monopolistico del capitalismo».
Oggi che dilaga come format economico ed etnico planetario il capitalismo globale, l’analisi di Marcuse trova ulteriore verifica relativamente alla struttura del processo delineato; in particolare: la stretta connessione del fascismo e della criminalità con il capitalismo, utili strumenti di riaffermazione del comando; il fascismo come risultato inevitabile del liberalismo; la fine della variabile “democrazia”, organizzazione istituzionale deputata a fungere da copertura storicamente determinata al movimento oggettivo degli ingranaggi economico-produttivi e riproduttivi. L’ordine totalitario, quindi, non è altro che l’ordine precedente liberal-democratico senza le sue inibizioni. Il fascismo criminale è la verità del capitalismo. Oggi il capitalismo globale necessita della feccia fascista e criminale. Pertanto, appellarsi alla “democrazia reale” vuol dire evocare il liberalismo, cioè appellarsi a quell’istanza attraverso cui il fascismo ha già vinto storicamente. È vero, altresì, che combattere fino alla vittoria nuovamente il fascismo, vuol significare unicamente realizzare, con la rivoluzione, una società non capitalistica; come anticipò Max Horkheimer in Gli ebrei e l’Europa, scritto nel 1939 (trad. it. in Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, 1978, pag. 55), «l’ordine che nel 1789 si produsse come via del progresso portava in sé fin dall’inizio la tendenza al nazismo».
Se l’ordine hitleriano è stato quello di una “economia comandata” reggentesi su di un sostanziale smantellamento della proprietà tradizionale e su di un “primato della politica sull’economia” (rif. a F. Pollock, in un saggio apparso nel 1941 sugli Studies in Philosophy and Social Science, dal titolo Is National Socialism a New Order ? (trad. it. in Tecnologia e potere nelle società post-liberali, 1981), il comando dello stato imperialista delle multinazionali spazza via la “mediazione” politico-partitica e governa in proprio, con la leva autoritaria del potere assoluto, la produzione e riproduzione dei rapporti sociali congeniale a tale assetto. Riflessioni di questo tipo sono indispensabili per spiegare il “consenso” di cui gode il progetto di sterminio popolare che in Europa, negli U. S. A., in Cina ed in altri paesi “satelliti” altrove nel mondo ha le sue basi operative.
Giovanni Dursi

 

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