Percezione e Generazione. Elisir di giovinezza

specchio

La percezione dell'età delle persone varia a seconda di parametri spazio – temporali, cioè del dove e del quando viene esperita. Quando in psicoanalisi si parla di percezione, uno dei riferimenti più significativi è quello dello Stadio dello specchio, teoria in cui Jacques Lacan sostiene che il riflesso speculare garantisce al bambino l'unitarietà della propria immagine e, di conseguenza, la sua continuità. Anche il volto degli adulti si cristallizza in un'immagine indelebile che fungerà da parametro per il resto della vita: genitori e nonni saranno sempre “più grandi”, lungo un continuum di variabilità percepibile solo guardando vecchie fotografie. La fase adolescenziale perturba lo stato delle cose rendendo necessario un secondo riconoscimento del soggetto e dell'Altro. Questo secondo stadio dello specchio definisce quella che sarà “la fototessera” con cui il soggetto si presenterà al mondo, debuttando come adulto. Un biglietto da visita costituito dalla sua immagine nonché dal suo ruolo sociale e dalle istanze simboliche preposte a sostenerlo, così come dai suoi sintomi.

Quando avevo dieci anni, passeggiando con mio padre, incontrammo una sua vecchia conoscenza. Ricordo ancora gli estremi della conversazione: “l'ingresso negli ‘anta' si fa sentire”. Ora che scrivo ho un anno in più di quanti ne avesse mio padre allora, eppure non mi sento così “anta” come quel ricordo suggerirebbe. In altre parole, non riesco a percepirmi altrettanto “vecchio”.

Una recente ricerca delle Università di Berlino, del Lussemburgo e della Stanford University (USA) diretta da Wettstein Markus e pubblicata su Psychology and Aging, indica che negli ultimi anni l'età in cui si invecchia è stata ritardata a causa del miglioramento della qualità e dell'aspettativa di vita. Per verificare ciò, i ricercatori si sono adoperati in dodici anni a intervistare 14.000 persone domandando loro come si percepissero in merito alla loro età anagrafica, col risultato appunto che l'età percepita si allontana per difetto da quella strettamente anagrafica. In poche parole, ci si sente più rispetto a una volta. Non è mio interesse entrare nel merito di questo studio, ma quantomeno dà un sostegno scientifico a quanto vado scrivendo. Effettivamente, stando alla ricerca, prima si invecchiava… prima.

Recentemente ho avuto modo di riguardare La donna che visse due volte (titolo originale: Vertigo, ma sulla traduzione dei titoli di film e libri torneremo un'altra volta) di  e ammetto di essere rimasto stupito quando, all'interno della narrazione, è emerso che l'attrice protagonista impersona una donna di ventisei anni. Gliene avrei dati almeno quarantacinque. Questo vale evidentemente per tutta un'altra serie di oggetti generazionali, come li chiamerebbe Christopher Bollas, quali fotografie, film appunto, libri, quadri: l'immagine anagrafica con cui veniamo trasmessi paga del tempo in cui viene prodotta. E non riguarda solamente la mera percezione dell'età, ma anche il reale processo di invecchiamento in continuità con lo sviluppo delle dinamiche sociali.
Si pensi soltanto, per esempio, all'avvicendarsi della diade vita coniugale-lavorativa: in un arco temporale che, per ipotesi speculativa, tariamo di cent'anni fa, ci si sposava prima, si facevano figli prima, si andava a lavorare – e di conseguenza in pensione – prima. A ventisei anni, come per la donna che visse due volte, si era già adulti fatti e finiti. E si era più vecchi di quanto lo siano i ventiseienni di oggi, che a questa età stanno appena iniziando stage mal retribuiti o dottorati di ricerca, condividendo stanze in affitto perché una casa intera è troppo cara, figuriamoci un mutuo, precari nel lavoro così come nella vita sentimentale, con la convivenza che precede il matrimonio e il primo figlio dopo i trenta-trentacinque. Ma perché sono più giovani? Forse perché matrimonio e lavoro logorano la vita? Sarebbe simpatico sostenere questa ipotesi, ma rischierebbe di portarci su di un terreno cinico che esula da questo articolo. Basiamoci invece su argomenti più terreni quali quelli percorsi dalla Fisica.

In seno alla Teoria della relatività ristretta, propose il noto “paradosso dei gemelli”, la cui versione ultra-semplificata è questa: dati due gemelli, uno che rimane sulla Terra e l'altro che viaggia verso una stella alla velocità della luce, al suo ritorno quest'ultimo sarà più giovane del fratello. È chiaro che stiamo prendendo questo paradosso come un'esca-motage e che non ci inoltreremo in calcoli, analisi e diagrammi, sufficienti a far desistere chi come me non mastica fisica a colazione. Però la semplice logica di questo esperimento mentale balza agli occhi dello psicoanalista come un elemento differenziale: più si va veloci, meno si invecchia.
Non stiamo parlando ovviamente di andare alla velocità della luce, bensì della velocità, o della fretta, su cui impostiamo il tachimetro delle nostre vite. Senza per forza parlare di treni che farebbero Milano-Roma in un'ora o di consegne pacchi in giornata, pensiamo alla rapidità con cui oggi avviene la comunicazione. Ricorderete tutti quando in Ritorno al futuro Doc recapita a Marty una lettera a distanza di decine d'anni, dal vecchio Far west al 12 novembre 1955. Oggi sarebbe improbabile anche solo immaginare un tempo di attesa così lungo. Come diceva un mio paziente, se una ragazza non risponde in cinque minuti a un messaggio, non se ne fa niente. E meno male per lui che sono lontani i tempi in cui si scrivevano lettere: bisognava trovare il tempo per scriverle, poi magari ricopiarle in bella copia (possibile che nei reperti epistolari non ci siano mai correzioni?), spedirla con le tempistiche dei servizi postali dell'epoca e quindi riceverla, leggerla magari più volte e in caso rispondere, ed ecco che il giro ricomincia. Quanto aspettare… altro che cinque minuti! Ma cos'è dunque questa attesa che nella contemporaneità andiamo sempre più comprimendo come il difetto da eliminare in una gara di velocità?

Sono rimasto colpito, leggendo la tanto avvincente quanto intensa Storia universale delle lingue di Harald Haarmann, nello scoprire che una delle parole sulle quali c'è stato il maggiore investimento in termini di variabilità dei suoi significanti da parte dei nostri antenati, è quella che definisce il colore “nero”. Tralasciando l'impatto stesso dei colori sulla vita dell'uomo – si pensi ai famosi mille e uno modi di dire “bianco” degli eschimesi (che poi fanno riferimento ai diversi “tipi” di neve) – stupisce che dietro a questa cromo-parola ci si sia dannati tanto, ma non senza una ragione. Nera infatti è la notte, il buio del cielo dopo il calare del sole, in un tempo in cui il fuoco doveva ancora essere scoperto; nero è il colore che per definizione non si vede ma si percepisce al di là degli occhi, nera è l'assenza di punti di riferimento, l'impossibilità di orientarsi e cogliere visivamente il pericolo; nere sono la paura, l'abbandono, la caduta, il venir meno dell'accudimento e del sostegno; nera è la morte, la mancanza dell'Altro; nero è il tempo che ci separa dalla luce lungo un orizzonte temporale di cui non conosciamo i confini; nero è il contrario della luce. Nera è l'attesa, di ciò che non conosciamo.

Nel suo saggio L'uomo senza inconscio, teorizza che la civiltà contemporanea sta andando incontro a quella che definisce «un'estinzione del soggetto dell'inconscio» in virtù del paradigma capitalista, cioè di un sistema sociale, culturale ed economico che esclude l'esperienza del desiderio, ovvero della mancanza. La tendenza è quella di assimilare sempre più l'umano a un automa privo di falle e difetti, dove l'oggetto di consumo va a otturare la mancanza strutturale del soggetto, non senza ripercussioni psicopatologiche che si inseriscono nel paradigma della cosiddetta Clinica del vuoto. Oggetto ultimo di questo esorcismo della mancanza, potremmo dire che è la morte stessa come emblema della perdita tout court. Nulla da ridire ovviamente rispetto ai progressi della medicina, ma, ricordando la ricerca sopracitata di Markus, potremmo dire che, con la promessa della vita eterna, la novità sembra essere che il sistema capitalista mantiene giovani!

C'è però una contraddizione in termini all'interno di questo discorso sociale. Come insegna Connor MacLeod in Highlander, che una volta divenuto il “soltanto uno” che resterà, avrà guadagnato la mortalità, l'immortalità è la morte del desiderio e dell'amore. Il punto è che il desiderio è sempre adolescente: l' è infatti per antonomasia il tempo che espone il soggetto alla sua mancanza a partire dal lutto del bambino che è stato. Si viene quindi a creare una tensione tra l'eterna giovinezza a cui il mito del vivere alla velocità della luce espone, e il venire meno del desiderio dal momento in cui questo mito futurista tende ad annullare l'attesa e la mancanza ritenendoli suoi antagonisti. In altre parole, vivere per sempre, senza perdita, senza mancanza, se per un verso mantiene giovani, dall'altro annienta la caratteristica stessa della giovinezza: il desiderio. Potremmo dire allora che la nostra è l'epoca in cui coi fuochi artificiali si tenta di rimuovere l'oscurità, quindi la morte. Il desiderio, infatti, è sempre dal lato di ciò che manca, di ciò che non si vede, come il colore nero per i nostri antenati. Il colore non-colore che, con la sua antitesi, il bianco (concettualmente sono infatti la stessa cosa: non si vede niente) genera tutti gli altri. È la materia oscura che, pur ipotetica e inconoscibile, è però rilevabile nei suoi effetti e viene posta come condizione di esistenza per giustificare alcuni fenomeni astrofisici. O, se si preferisce, riprendendo le parole di Lacan, “il desiderio non è una cosa semplice”. La mancanza che lo struttura non ha niente a che vedere con l'accesso a oggetti e beni materiali, che anzi, con Recalcati, ne vanno a limitare la portata. Il desiderio sorge invece dalla mancanza strutturale del linguaggio, dall'impossibilità di dire assieme “tutto & il contrario di tutto”; dal fatto che la parola, nel dire, nega il suo contrario… non dicendolo. Parafrasando il lavoro di Haarmann, per questo motivo si sono inventate tante parole per dire “nero”: il nero è la parola che non c'è, l'assenza di luce, l'oscurità del linguaggio: è la rappresentazione della mancanza su cui si fonda il desiderio.

Questo nero, questo buio, ha come suo correlato la dimensione dell'attesa e della perdita. Noi viviamo in un'epoca nella quale invece non si può perdere tempo in nome dell'efficienza. È così che ci manteniamo giovani: correndo come Achille dietro la tartaruga. Il concetto di “risparmia il tuo tempo” è sotteso a qualsiasi cosa facciamo, dall'acquisto di prodotti online (“Ricevilo oggi stesso!”) alle code dei musei (“Prenota ora e salta la fila”). Il tempo è il valore reale su cui abbiamo costruito le nostre dinamiche sociali, il tutto nel tentativo di sconfessare fino all'ultimo la nostra morte. E questo, come Einstein insegna, non ci fa invecchiare. Anche le relazioni sociali non sono esenti da questo principio: in un recente articolo sul New York Times si parlava di come i processi e gli strumenti per rendere più efficiente il lavoro si stiano espandendo anche nella vita privata. Della serie: “Caro, facciamo l'amore?” – “Aspetta che guardo cosa dice l'app”. Insomma, niente a che vedere con il tremore suscitato dall'incontro inatteso con un bacio. Come John Nash, il matematico protagonista del biopic A beautiful mind che invita la donna con cui sta filtrando a saltare tutti i convenevoli di sorta per andare direttamente a letto insieme: non creiamo false aspettative che qui non c'è tempo da perdere!

Durante un convegno una collega ricordava un vecchio detto dei boscaioli della Valsesia: “abbiamo perso cinque minuti per riposarci, ma abbiamo guadagnato mezz'ora”. Il tempo dell'attesa, aspettare che la nostra dama scenda le scale o l'arrivo della lettera di un amante, non è tempo buttato via. Come ricorda Recalcati, è nell'attendere il ritorno di Ulisse dal mare che Telemaco costruisce il proprio desiderio. Questa attesa, però, necessita di essere messa in moto, o in mare per riprendere il mito epico. Telemaco deve imbarcarsi per andare a cercare ciò che attende, col rischio di non trovarlo. Ora, questo movimento di ricerca risignifica retroattivamente quello dell'attesa, che ne condiziona quindi lo statuto di possibilità: se non si aspetta, non si può cercare, a costo di non trovare niente.

Il discorso sociale contemporaneo, invece, nel suo viaggiare alla velocità della luce, esclude entrambe queste possibilità, quella della ricerca e quella dell'attesa, proprie all'adolescenza e al suo essere il tempo del desiderio. Riprendendo la teoria dello Stadio dello specchio allora è come se, alla stregua di novelli Dorian Gray, avessimo nascosto il nostro essere di desiderio in soffitta, lasciandolo invecchiare al posto nostro, forti dell'immagine di giovinezza che emaniamo. Abbiamo cioè ceduto la nostra adolescenza in favore dell'illusione di una vita eterna, ma priva di desiderio.

Un ultimo affondo prima di concludere. Sono sempre rimasto abbastanza interdetto dal dogma cristiano della resurrezione. Non è un discorso di fede, ma di semplice calcolo statistico. Supponiamo pure che sia vero (chi sono io, d'altronde, per confutarlo?), il punto però è: a che età risorgeremmo? No, perché se lo si potesse decidere a tavolino sarebbe indubbiamente un elemento da tenere in considerazione: quando avevamo tre anni? Durante gli anni dell'esame di maturità, coi brufoli e le paturnie esistenziali? All'età pensionabile? Nell'ora della nostra morte? Ho avuto la possibilità, una sera scendendo le scale di San Siro (sì, lo stadio) di rivolgere questa mia perplessità a una persona che di certo se ne intende più di me; la sua risposta è stata laconica: “al tempo del massimo sviluppo procreativo”. Cioè quando abbiamo gli ormoni a palla; cioè in adolescenza.

Ma in cosa allora la giovinezza ci rende immortali, nel senso della vita eterna? Nell'attesa della nostra morte, e nel rendere questa attesa generativa nel senso della ricerca. È desiderare che mantiene giovani, dove con desiderare intendiamo fare nostra, cioè soggettivare, la nostra mancanza, la nostra perdita, la nostra morte. Apparire giovani nello stile de La grande bellezza è a dir poco grottesco – non a caso il protagonista adora i funerali. Pensare di essere senza mancanza sarebbe solo l'illusione che la notte non esiste, e con essa neanche i sogni; sarebbe escludere il nero dalla gamma cromatica, e con esso tutti i colori; sarebbe quindi non poter inventare più nessuna parola, nemmeno quella che dice qual è il faro del nostro desiderio, quando cala il silenzio, quando manca la luce.

Andrea Panìco

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