Perlasca il coraggio di dire di no di e con Alessandro Albertin

Alessandro Albertin in PERLASCA, foto di Domenico Semeraro_
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Secondo una legenda ebraica nel mondo esistono in ogni momento 36 uomini giusti, nessuno conosce la loro identità neanche loro stessi ne sono consapevoli. Nel momento in cui, nel mondo, il male tentasse di prevalere sul bene allora i 36 giusti entrerebbero in azione prendendo nelle loro mani i destini dell’umanità.

Nell’inverno del 1944 a Budapest, Giorgio Perlasca, un uomo padovano, un anonimo impiegato commerciale di una ditta di carni, fingendosi un diplomatico spagnolo, salvò dalla deportazione 5.000 ebrei e nei mesi successivi riuscì con uno stratagemma ed evitare la messa a ferro e fuoco del ghetto della città e lo sterminio di oltre 60.000 uomini, donne e bambini.

Comprensibile che l’attore Alessandro Albertin, padovano come Perlasca, lo abbia scelto come soggetto per scrivere ed interpretare una pièce teatrale che è un vero gioiello.
Un monologo che definire poliedrico è poco, Alessandro Albertin è sia voce narrante che corpo, voce e anima di tutti i protagonisti di questa storia incredibile.

Alessandro Albertin in PERLASCA.
Foto di Tommaso Le Pere_____

Albertin interpreta un Perlasca scaltro, coraggioso, intelligente, ma riesce anche a trasmettere al pubblico la semplicità di pensiero di un uomo che senza sovrastrutture religiose o filosofiche decise di entrare in gioco rischiando la sua vita per salvare chi altrimenti non avrebbe avuto scampo.

L’attore cala la sua interpretazione negli eventi storici di una Budapest presidiata dai nazisti e nella drammatica realtà della comunità degli ebrei sefarditi fatti alloggiare nelle case rifugio del consolato spagnolo.
Bravissimo l’attore nel dare corpo agli interlocutori di Perlasca; dal capo della Gestapo della città ai militari tedeschi nei quali nel corso della sua avventura deve interagire, riuscendo a trasmettere tutto il patos ed il pericolo imminente di quei giorni vissuti ad un passo dal baratro.
Nello scrivere questa spettacolo teatrale, Albertin utilizza la metafora della partita di calcio che nel pensieri di Perlasca guida i suoi ragionamenti e le sue scelte: “quando giochi per pareggiare rischi l’offensiva dell’avversario e potresti perderla la partita”. È in seguito a questo semplice pensiero che Perlasca decide di affrontare i vertici nazisti di Budapest per chiedere non solo la extra territorialità delle case spagnole protette, ma anche la restituzione degli ebrei che da una di queste case erano stati portati via.
Saputo che sono stati caricati sul treno verso la Polonia e quindi verso il campo di concentramento di Auschwitz non ha esitazioni e si precipita sul binario fermando il treno, sembra di sentire i freni del treno che si fermano a pochi centimetri dal suo corpo. Respiriamo il confronto a muso duro con i tedeschi addetti al carico e ci rilassiamo quando Perlasca riesce a persuaderli dell’esistenza di una lista di persone sottratte illegalmente alla protezione del governo spagnolo e a tirarli giù dal treno uno alla volta.
L’italiano è un giocatore di poker che pare avere in mano una scala reale mentre ha solo una coppia.
La voce narrante non può lasciare gli spettatori senza l’epilogo della storia dell’umile eroe Giorgio Perlasca che tornato a Padova si cercò con fatica un lavoro per sbarcare il lunario avendo anche difficoltà talvolta a mettere insieme il pranzo con la cena. Decenni di silenzio finché l’uomo decise di scrivere ai vertici dello stato italiano per far conoscere quella storia: ignorato!

Alla fine degli anni ’80 alcune donne ebree ungheresi residenti in Israele riuscirono a rintracciarlo e la sua storia fu resa pubblica. Insignito del più alto riconoscimento e riconosciuto come giusto tra le nazioni.
In Italia pochi, tardivi o postumi riconoscimenti forse anche a causa di una certa sinistra che non gli perdonava di non aver rinnegato la sua iscrizione al partito fascista e di una certa destra che non gli perdonò mai di non avere aderito alla repubblica di Salò.
Neanche la Chiesa cattolica gli tributò un grande onore; il suo funerale nel 1992 non fu infatti ufficiato dal vescovo di Padova come ci si sarebbe attesi, vista la caratura dell’uomo, probabilmente a causa di una intervista che Perlasca aveva rilasciato qualche anno prima al giornale l’Avvenire; al giornalista che gli pose la domanda: “lei ha agito in questo modo perché cattolico?”, Perlasca rispose: “no, ho agito così perché sono un uomo”.
Adelaide Cacace

Teatro Franco Parenti – Milano
fino al 22 dicembre
di e con Alessandro Albertin

regia Michela Ottolini
luci Emanuele Lepore
produzione Teatro de Gli Incamminati in coproduzione Teatro di Roma
durata 1h30

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