Pesci, ascendente “cancro”

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“Ne ho visti un po’ ma questo mi pare davvero il più bello”. Guarda la valle assolata tra le montagne altissime e verdi dalla finestra della sua nuova (ennesima sarebbe il vocabolo più esatto) camera d’ospedale. Le piace: pensa che una bella vista con un orizzonte così verde e così ampio, se si guarda la vallata sulla destra, possa essere d’aiuto. Qualcuno le ha detto che l’occhio si riposa quando riesce a guardare un orizzonte lontano. Anche l’animo si dischiude, ma davanti ad un panorama simile qualsiasi cosa si aprirebbe. Anche la finestra, per respirare l’aria frizzante, fresca non fredda, lontanissima dal caldo bollente della Capitale.

L’incubo non è finito: iniziato un anno e mezzo fa, oggi questa operazione e questo ospedale le sembrano quasi la fine del tunnel. Quasi. Non si illude: ci sarà sicuramente qualche altra pena, qualche altra sofferenza da superare. Si tratta del penultimo passo e se fino ad adesso tutti gli altri sono stati un crescendo di disagi e dolori, questo, lo sa, non sarà da meno. La fine sembra nota, ma non lo è mai. La sofferenza stanca, e non rende affatto migliori. Le vengono in mente tutti quei personaggi “famosi” che alla minima sofferenza, ma anche a quella più grande, si dicono essere migliorati, aver capito la vera essenza della vita. Non è mai vero, o almeno quasi mai: quello è cinema, rappresentazione per il pubblico. Chi soffre e poi per sua fortuna smette di soffrire e risulta essere una persona accettabile quando non addirittura bella, lo deve solo al proprio carattere e non alla sofferenza che ha dovuto subire; era così anche prima e “l’essenza della vita” è solamente un logo, buono per ayurvedici e vegani. Soffrire tanto e in maniera continuativa per lunghi o brevi periodi, porta solo ad un istintivo desiderio che finisca e qualsiasi modalità si adotti per arrivarci è lecita. Ma ormai i tre quarti della popolazione di questo paese sono figli di improbabili personaggi televisivi che negli ultimi vent’anni hanno fatto del voyerismo un’apoteosi.

Lei non è né migliore né peggiore di prima. Forse un po’ più cattiva, insofferente nei confronti di tutte quelle cazzate e vorrebbe finirla una volta per tutte con le cause e le concause dovute a quel piccolo mostro che è tornato a visitarla per la seconda volta. “Se fossi stata una mucca mi sarei dovuta preoccupare delle altre due”. Se fosse stata una mucca però l’avrebbero abbattuta già al primo e ora, nel paradiso delle mucche, sarebbe grassa e satolla, con stimolanti tendenze alla felicità. Noi uomini invece abbiamo il medioevo alle spalle, combattiamo contro i piccoli mostri ancor più duramente che con i grossi e fingiamo di essere invincibili. A volte vinciamo, altre no.

È passato il chirurgo, domani sveglia alle 6 intervento alle 7. “Ottimo, prima si comincia, prima si finisce”. Nonostante tutto sarà una notte tranquilla: l’ospedale è silenzioso, la stanza, grande e due dei tre letti sono vuoti e quindi sarà tutta sua. Anche il bagno, altrettanto grande tutto suo.
Piccole gioie della vita. Peccato per la colazione!
Odette Nelly

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