Petrović, Divac e la Jugoslavia Socialista

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Buenos Aires, 19 agosto 1990, ore 18:00, va in scena la finale del mondiale di pallacanestro e fin qui nulla di speciale, se non fosse che a vincere la competizione, 92 a 75 contro l’Unione Sovietica, sarà la Jugoslavia unita e socialista, che nel giro di poco più d’un anno, sarà dilaniata da una feroce e sanguinaria guerra civile che sconvolgerà il mondo intero.

La vittoria nel mondiale argentino rappresentò per la Jugoslavia, non solo la rivincita dell’Olimpiade di Seul nel 1988 quando venne sconfitta in finale dagli eterni rivali dell’Unione Sovietica, ma la definitiva consacrazione come una delle nazionali europee più forti di sempre, con un roster da far accapponare la pelle anche ai maestri americani. Di quella straordinaria nazionale, facevano parte uomini del calibro di: Toni Kukoč, vecchia conoscenza del nostro campionato, Žarko Paspalj, anch’egli calcò i parquet del nostro campionato ed MVP della finale con 20 punti, Želmir Obradović, Velimir Perasović, ma soprattutto loro, le due stelle, il “il mozart dei canestri” e il “gigante buono”, Dražen Petrović e Vlade Divac, rispettivamente guardia tiratrice e Pivot, della stratosferica Jugoslavia.

Come detto, la Jugoslavia è campione del mondo, i giocatori sono al centro del campo inneggiando alla loro Patria e sventolando la bandiera con i colori panslavi e la stella rossa socialista. E’ un momento magico, hanno scritto una pagina gloriosa della storia del basket, ma questa non è una storia come le altre, qui non c’è il lieto fine. In quella che sembrava una serata perfetta, irrompe con tutta la sua violenza, la Storia, quella con la “s” maiuscola, che ti schiaccia in faccia la cruda realtà di un Paese, la Jugoslavia, che è sull’orlo della guerra civile, dove i nazionalismi stanno iniettando nella società slava, il virus dell’odio etnico. Al centro del campo si materializzò la figura di un tifoso che sventola una bandiera con i colori panslavi, ma anziché la stella rossa, presentava la Šahovnica, simbolo storico della Croazia, usata dagli indipendentisti e dai nazionalisti. Divac , serbo d’origine, a differenza del resto dei suoi compagni s’accorse immediatamente che quella bandiera era una provocazione, un insulto alla Jugoslavia e senza pensarci su, la strappò dalle mani del tifoso e, in segno di disprezzo, la scaraventò per terra, spintonando e insultando il supporter croato.

Ritornati a casa, i media croati, che del siparietto s’erano accorti, iniziarono una campagna diffamatoria nei confronti di Divac, apostrofandolo come anti-croato, cetnico ( formazione nazionalista e monarchica attiva durante la seconda guerra mondiale), insultando la sua famiglia e la sua etnia, arrivando addirittura a mettere una taglia sulla sua testa. Nel frattempo Petrović, croato d’origine, sentendosi offeso dal gesto di Divac, stroncò, come un fulmine al ciel sereno, ogni legame sportivo ed affettivo con lui.
La loro non fu una semplice amicizia, condivisero tutto, inseparabili come due gemelli siamesi, entrambi stelle della Jugoslavia, entrambi stelle della Nba, Vlade conquistò Los Angeles giocando col grande Magic Johnson, mentre Dražen, dopo un inizio difficile a Portland, esploderà nei Nets di New Jersey, diventando il primo europeo ad essere acclamato ed amato dai tifosi nordamericani.

La rottura tra i due è insanabile, così come è insanabile l’odio tra i vari gruppi etnici della Jugoslavia sull’orlo della guerra civile che esploderà nel 1991, durante gli Europei a Roma. Jure Zdovc, guardia tiratrice, deve abbandonare la nazionale, è sloveno e l’Esercito Federale, sotto il comando di Belgrado, ha appena bombardato Lubiana, rea di aver proclamato la Slovenia come Repubblica indipendente. Nonostante lo shock, gli slavi saliranno sul gradino più alto del podio, ma sarà l’ultima competizione che vedrà la Jugoslavia unita e socialista. Dopo la Slovenia, sarà la volta della Croazia a rendersi indipendente e Petrović porterà la sua giovane nazionale, alla conquista dell’argento olimpico a Barcellona ’92, sconfitti in finale dall’imbattibile “Dream Team” di Jordan, Magic e Bird.
Come dicevamo pocanzi, se questa fosse una storia come le altre, si chiuderebbe con i due protagonisti che, dopo infinite peripezie, ritornano all’amicizia e alla fratellanza d’un tempo, ma non è così, l’auspicato lieto fine, si trasformerà in una tragedia umana.
7 giugno 1993, la Croazia è impegnata in Polonia, nelle qualificazioni ai prossimi campionati europei di basket, contro i padroni di casa. Dopo aver messo a segno ben 30 punti, Dražen decide di ritornare a Zagabria in macchina, una Golf, con la bellissima fidanzata Klara (futura moglie del bomber tedesco Oliver Bierhoff) e non in aereo con il resto della squadra. Sarà la fine. Dražen quella notte dormiva e non s’accorse dell’azzardata manovra, nei pressi di Denkendorf, della fidanzata che gli costerà la vita.
La morte del “mozart” croato, getterà nello sconforto un’intera nazione e l’intera comunità cestistica, i funerali furono trasmessi dalla Tv di Stato croata, gli amici di sempre, i compagni di nazionale afflitti dal dolore, trasportavano lentamente la sua bara, ma Vlade non c’era, non poteva esserci, per un serbo la Croazia era ancora luogo di guerra e di morte.

Molti anni dopo, immortalato nel monumentale documentario, Once Brothers, trasmesso nel 2010 dalla ESPN, Vlade poté ricongiungersi, seppur idealmente, con suo “fratello”. Andò in Croazia, ancora oggi mal visto dalla popolazione, e depositò, sulla tomba di Dražen, una foto che li ritraeva abbracciati e felici dopo la conquista del “maledetto” mondiale in Argentina.

L’odio e la violenza hanno distrutto una nazione e l’amicizia tra due essere umani. Che tale storia sia di monito a noi, giovani generazioni, affinché lo sport sia un momento di unione e fratellanza, aldilà di ogni credo religioso e politico, aldilà di ogni etnia e nazionalità.

Antonello Tinelli

 

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