PFAS: catena alimentare e rischi per la salute

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alimenti in padella

Molti oggetti sono trattati con particolari sostanze chimiche artificiali, denominate PFAS, le quali interagiscono in modo negativo con il nostro organismo e l’ambiente che ci circonda.

Ogni giorno veniamo a contatto con oggetti di uso comune quali tappeti, sedili, componenti elettroniche, ma anche contenitori e imballaggi alimentari, tegami e padelle antiaderenti utili per la preparazione delle pietanze.

Il termine PFAS deriva dall’acronimo inglese PerFluorinated Alkylated Substances, cioè Sostanze Perfluoro Alchiliche.

Si tratta di prodotti la cui struttura chimica li rende particolarmente resistenti ad agenti termici, all’acqua e ai grassi. Per queste loro caratteristiche vengono spesso utilizzati, in tutto il mondo, sin dagli anni ‘40, in diversi ambiti industriali per il trattamento di tessuti e oggetti di vario genere, ma si rinvengono soprattutto in contenitori destinati al contatto diretto con gli alimenti.

Attraverso il cibo, queste sostanze tossiche entrano nell’organismo, nel quale si accumulano, determinando effetti nocivi per la salute, se assunti in dosi massicce. Uno studio condotto dagli scienziati ha rivelato l’insorgenza di patologie, in seguito all’assunzione inconsapevole di questi prodotti chimici.

La contaminazione alimentare può avvenire in diversi modi, tramite:
• la contaminazione dei terreni e delle acque usate per la coltivazione;
• gli animali da produzione nutriti con mangimi e acqua contaminati;
• gli imballaggi alimentari contenenti PFAS entrati a diretto contatto con l’alimento;
• gli utensili contenenti PFAS utili per le lavorazioni alimentari.

L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ne ha valutato i rischi, individuando un nuovo livello di sicurezza in merito all’esposizione umana a queste sostanze.

Il gruppo di lavoro, presieduto dalla professoressa Tanja Schwerdtle, ha coadiuvato il team di esperti scientifici dell’EFSA sui contaminanti della catena alimentare (CONTAM) a redigere il parere scientifico sui PFAS, nel quale è stato stabilito un valore soglia corrispondente a una Dose Settimanale Tollerabile (DST) di 4,4 nanogrammi per kilogrammo di peso corporeo alla settimana.

Le quattro PFAS su cui si è incentrata la valutazione sono l’acido perfluoroottanoico (PFOA), l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS), l’acido perfluorononanoico (PFNA) e l’acido perfluoroesano sulfonico (PFHxS). Non scomponendosi nell’ambiente e nell’organismo umano tendono ad accumularsi. Ciò avviene poiché le sostanze perfluoroalchiliche si legano alle proteine plasmatiche non favorendo la loro filtrazione renale, ne consegue una grande difficoltà di eliminazione.

Lo studio condotto dagli scienziati ha individuato nell’acqua potabile, nella frutta, nel pesce, nelle uova e nei prodotti a base di uova, gli alimenti che contribuiscono maggiormente all’esposizione dei quattro PFAS menzionati.

Gli effetti nocivi emersi, in seguito alla valutazione di campioni di ricerca esposti a concentrazioni rilevanti di PFAS, mostrano un cambiamento dei parametri clinici ematici relativi al colesterolo e agli estrogeni.
Secondo la valutazione, i soggetti più suscettibili sono i neonati e i bambini. La gravidanza e l’allattamento al seno sono i principali fattori che contribuiscono all’esposizione dei lattanti.

I fattori di rischio per la salute sono molteplici anche se le ricerche condotte hanno dato, spesso, risultati contrastanti. Ricerche effettuate su donne e uomini di varia provenienza non hanno confermato le pregresse ipotesi di insorgenza di patologie tiroidee, anche una possibile cancerogenicità non è stata ancora significativamente comprovata a causa di dati discordanti, nell’attesa di approfondimenti accurati.

Tali sostanze si comportano da interferenti endocrini, secondo quanto affermato dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità), capaci di alterare il normale equilibrio ormonale, modificando i segnali inviati dagli ormoni.
Tale condizione è stata dimostrata in uno studio pubblicato di recente sulla rivista The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism appartenente alla Società Endocrina di Washington DC. Le donne che assumono PFAS, in quantità significativa, tramite l’acqua, sviluppano una menopausa naturale precoce, causando esiti avversi in età avanzata.
Le indagini sono state condotte su un campione di donne di età compresa tra i 45 e i 56 anni. In base alle concentrazioni sierologiche di PFAS sono state classificate in 4 gruppi: a concentrazione bassa, medio-bassa, medio-alta e alta. I risultati determinanti hanno dimostrato che le donne con elevata concentrazione sierologica di PFAS raggiungono la menopausa 2 anni prima rispetto all’età media.

In Italia, la contaminazione da PFAS ha coinvolto, nel 2013, il triangolo compreso tra le province di Verona, Vicenza e Padova, nel Veneto.
La contaminazione è imputabile ad aziende, ormai dismesse, in cui venivano prodotti questi composti chimici dal potere impermeabile e antiaderente. Le sostanze dopo i processi industriali, venivano rilasciate nell’ambiente con conseguente inquinamento delle falde acquifere entrando nella catena alimentare umana.
Tale condizione ha coinvolto 350mila famiglie che hanno usufruito dell’acqua del rubinetto per usi alimentari.
In seguito a tale allerta, la Commissione Tecnica della Regione Veneto di concerto con l’ARPAV ha attivato una serie di azioni finalizzate alla tutela della salute pubblica, quali l’installazione di specifici filtri a carbone attivo, l’attivazione di un sistema di sorveglianza analitica e l’attività di monitoraggio e controllo delle acque. Inoltre, al fine di valutare l’esposizione pregressa della popolazione, con la DGR n° 565 del 2015, è stato approvato il monitoraggio biologico della popolazione con conseguenti analisi sierologiche.

Per ovviare all’impiego dei PFAS nocivi all’uomo e all’ambiente, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri con sede a Milano ha individuato venti composti alternativi. Lo studio, condotto dai ricercatori del Laboratorio di Chimica e Tossicologia dell’Ambiente, ha permesso di stilare un elenco di sostanze sostitute ai PFAS definendo una graduatoria in base all’impatto negativo sull’ambiente e sulla salute.
Attualmente gli enti di ricerca coordinati dall’EFSA continuano a sperimentare gli effetti dei PFAS poiché non sono ancora note le potenziali conseguenze a breve e lungo termine, ciò ha permesso l’apertura di un dibattito e il lavoro di numerosi istituti per poter dare un contributo e aggiornare il parere scientifico, mediante l’analisi dei rischi.
Francesca Bucolo

Fonti:
EFSA – Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare
ISS – Istituto Superiore di Sanità
The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism
Sezione Prevenzione della Sicurezza Alimentare – Regione Veneto
Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri

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