Piccole patrie e “tradizioni” xenofobe

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Crea stupore osservare come i gonfaloni di paese, le parrocchie e i campanili, la culinaria, le consuetudini microsociali di vita sopravvivano alla corrente omologante della storia; genera, altresì, inquietudine la trasformazione delle “tradizioni” locali, delle radici delle forme di civiltà autoctone in rivendicazioni nazionalistiche, nell’esaltazione delle piccole patrie. Ogni piccola, media o grande comunità affonda le radici sul terreno familiare/familistico, e da quelle crescono e s’innalzano il tronco, i rami, il fogliame, riproducendo identità d’appartenenza.
Dall’appartenenza di tal qualità, conseguentemente, appaiono autoesaltanti caratteristiche: conformità linguistiche, culturali, religiose, psicologico-comportamentali … Come cittadinanza di sangue (ius sanguinis) o come atto di nascita nel territorio avito (ius soli) … Emerge da un ancestrale retroterra acquitrinoso una sorta di mucillagine che si chiama “nazionalità”. L’ideologia capitalistico-borghese, che ha appena due secoli, fonda il proprio stato di diritto (cioè il monopolio statuale della propria forza) sulla fortezza geo-politica, sui ghetti nazionalistici, sull’esclusione di chi è ritenuto non dotato di quegli stessi diritti, siano essi i “vicini” oppure i barbari di distanti provenienze.

In queste ore, ulteriore verifica di grettezza. Il disegno di legge sulla cittadinanza (detto jus soli – in lingua latina «diritto del suolo» è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori), non il migliore possibile, – affossato dai Senatori della Repubblica italiana – con corsia preferenziale, dopo essere stato approvato alla Camera dei Deputati – propone una legislazione contrastiva della xenofobia e promotrice del multiculturalismo. Tuttavia, i parlamentari assenti alla votazione finale del provvedimento hanno ritenuto di arrestare il cammino e “far attendere” le persone coinvolte, come se fosse a loro concesso decidere delle vite altrui . . .

In precedenza, con riferimento alla situazione catalana, abbiamo scritto: “Nell’affermare l’esigenza della Catalogna all’autodeterminazione, il movimento propulsore, per essere internazionalmente efficace, deve rendere evidente che i vincoli caratterizzanti il gruppo sociale indipendentista si esprimano in relazione ad un’autonomia regionale rispetto allo Stato spagnolo che parli lo schietto linguaggio di fuoriuscita dalla logica rivendicazionista identitaria sociopoliticamente compatibile con il capitalismo globale e di sfruttamento territoriale in proprio di benefit economici”. Ebbene, si ha l’impressione che la circostanza delle elezioni (correttamente commentata dall’Aggiornota del 22 Dicembre 2017: “L’indipendentismo vince, ma non si vede un’uscita”) abbia prodotto uno stallo che evidenzia i limiti delle voci in campo: individui catalani e spagnoli come se gli aggettivi fossero di per sé sensate etichette di reciproca discriminazione. Vivono all’incirca sullo stesso terreno e qui pensano, parlano e scrivono … Eppure, non un metro di strada verso la critica radicale dell’esistente. Lavorano e quindi si alimentano per vivere. Alcuni, facendo lavorare gli altri, si nutrono meglio degli altri e dominano sugli altri. Presto, si scoprono, per minute sfumature di colore, diversi per genere, per età e per le solenni scemenze che amano esibire in forma bilingue. Dalla base della piramide sociale fino al vertice, si arrampica l’ideologia delle piccole patrie. In basso, i senza riserve, i lavoratori, e più su le classi medie; più in alto ancora, gli avvoltoi di più elevato lignaggio, non senza aver cozzato tra loro per arrivare primi … Dunque, di che soffrono i gruppi etnici ? Vogliono godersi per intero il bottino, lo sfruttamento di classe ? Da un lato, è agevole inventare “un popolo oppresso contro uno Stato dominante”, e dunque “avanti, per l’autodeterminazione del popolo oppresso!”.
Il fatto è che la descrizione non coincide più con l’immagine della Catalogna, bensì con quella della Palestina … In questo frangente, l’uno chiama l’altro fascista e l’altro gli fa eco; l’uno porta l’altare della democrazia a spasso per Barcellona e l’altro, di contro, per le vie di Madrid trascina il tabernacolo di quella stessa democrazia, in nome della quale viene sgozzato il proletariato. In realtà la situazione catalana sta producendo nazionalismo da entrambi i lati e l’indipendentismo dovrà mostrarsi ancora capace di emanciparsi da ogni forma di nazionalismo, da ogni forma di guerra infinita di tutti contro tutti del decadente, ma mai morente, capitalismo.
La lotta contro le piccole patrie e le “tradizioni” xenofobe può essere solo una lotta contro il capitalismo.
Giovanni Dursi

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