Piccolo Guasto alla Centrale del Tempo – Cronache (quasi) immaginarie di Ivan Scarcelli

Piccolo guasto alla centrale del tempo
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Vero e proprio omaggio, ben riuscito, al genere del realismo magico italiano, lo stesso, per intenderci, di autori del calibro di Dino Buzzati, Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Aldo Palazzeschi e molti altri ancora, i racconti di Ivan Scarcelli vi apportano nuova linfa e ci ricordano che è possibile approdare a riflessioni di portata esistenziale pur assecondando e seguendo le più estrose invenzioni ed i voli improvvisi della propria immaginazione.

Piccolo guasto alla centrale del tempoSette racconti in tutto in cui l’elemento fantastico, irreale, immaginifico diviene metafora di uno dei tanti aspetti della condizione umana – e finanche, come in Birra e La Voce del Dovere – socio-politica e così facendo insinua nel lettore  proprio quei dubbi e quelle inquietudini che gli sono proprie a ricordargli, come monito – e proprio a dispetto dell’invenzione fantastica – la necessità di dover accettare la propria umanità, l’impossibilità comunque di evadere da quella che rimane la condizione propria dell’essere umano.
Ogni racconto appare inoltre soffuso di una nota amara e dolente, che a tratti raggiunge i toni di una vera e propria disperazione, scaturita sempre da questa consapevolezza di una condizione dalla quale è impossibile affrancarsi, nemmeno quando vi si inseriscono, appunto, elementi irreali ed immaginifici .
Così il racconto Un’Ora nel Treno, uno dei miei preferiti, in cui un viaggiatore improvvisamente si scopre incapace di comprendere il linguaggio di chi lo circonda e, viceversa, gli altri viaggiatori sul treno ascoltano sbigottiti le sue parole che appaiono prive di senso,  diviene espressione del dramma dell’incomunicabilità fra esseri umani e del terrore ivi sotteso di trovarsi in una condizione di sconfinata ed irrimediabile solitudine; “non si può donare agli altri il prioprio io“, già scriveva Joyce in Un Increscioso Incidente – uno dei racconti più belli da I Dublinesi – e così ci ricorda Scarcelli – tramite questa invenzione fantastica – lo scarto sempre esistente che vi è tra le parole e l’essenza di ciò che si vuole esprimere, il dramma di dover ricorrere, per comunicare, ad una serie convenuta di segni in cui il significante è sempre comunque arbitrario e rimane comunque convenzione sempre soggetta a mutamenti e slittamenti culturali. E questa convenzione cui ci affidiamo per comunicare – già spesso tentativo fallimentare di perfetta aderenza tra parole e intima esigenza espressiva – tanto più spalanca un divario incolmabile quanto più il soggetto si allontana dai percorsi della “sanità mentale” per approdare a quelli della follia, territorio in cui le “normali” regole del vivere cessano di esistere; ed infatti la drammatica condizione del “folle” è proprio quella di adoperare segni soggettivi non convenzionalmente stabiliti e compresi.
In Birra invece la riflessione diviene politica e sociale e parte da un’invenzione che comunque non definirei del tutto immaginifica, bensì realistica conclusione di fatti – già osservabili nella realtà odierna –  però portati alle estreme conseguenze; così si immagina un mondo in cui ogni spazio è stato privatizzato, perfino le strade, ed in cui i cittadini sono costretti a pagare cifre sempre più esorbitanti per poter spostarsi anche solo da un luogo ad un altro della città. Racconto, questo, che mi ha ricordato l’episodio di un film italiano del 1994 intitolato Strane Storie, diretto da Sandro Baldoni – diviso appunto in tre episodi autoconclusivi, ma comunque legati tra loro da un filo comune – in cui anche qui viene immaginato un mondo dove tutto è stato privatizzato e divenuto a pagamento, perfino, letteralmente, l’aria per respirare.
Il dato immaginifico dunque – per quanto estroso, bizzarro, fantastico – si presta a divenire amara metafora tesa a mettere in guardia il lettore su situazioni probabili future che non si pensino poi così lontane ed irrealizzabili come sembra.
La Memoria ed Un Incontro Incancellabile, ma, per alcuni versi, anche L’Egoista Immortale – ci parlano invece di amore, nello specifico della complessità, dei timori, dei dubbi, delle speranze e, di nuovo, della difficoltà della comunicazione,  tipici di ogni relazione amorosa.
In particolare in Un Incontro Incancellabile, un altro dei miei preferiti, ho trovato una capacità di analisi ed una descrizione talmente accurata dei moti più segreti ed inconfessabili dell’animo umano da avermi ricordato la sagacia e la raffinatezza – anche proprio a livello di scrittura, nella scelta accurata dei termini – propria di Georges Simenon nei suoi migliori esiti intimisti capaci di mettere a nudo le più recondite pieghe dell’animo umano, tanto nei suoi peggiori difetti, quanto nell’elevatezza dei più nobili pregi.
L’Egoista Immortale, seppure con esiti ed intenzioni del tutto diverse, mi ha ricordato invece Le Intermittenze della Morte di José Saramago, forse perché entrambi ricordano – seppure vista come tragica e terrificante condizione ineludibile – la necessità, e fors’anche il sollievo, di dover un giorno morire. Riporto proprio da L’egoista Immortale: “Ora arrivo perfino a pensare che la morte mi sarebbe servita. Ora lo capisco. Ci consente di sottrarci alla fatica di ricominciare all’infinito, ci aiuta a non farci perdere nella noia di aver provato tutto e di dover fingere di avere ancora illusioni, dopo averle smascherate tutte ad una ad una.“, ove la certezza della morte appare in qualche modo salvifica, ma in cui, alla nota apparentemente ottimistica dell’accettazione serena di essa, come riflessione, sembrerebbe, propria dell’autore, si aggiunge invece la disperazione del protagonista, al quale, reso immortale, non sarà concesso questo sollievo e, soprattutto, si aggiunge l’amarezza di un’analisi spietata – e disperata – dell’esistenza che si conferma comunque come un susseguirsi continuo di illusione dopo illusione.

Quello che vorrei rimarcare è comunque l’elaborazione e il risultato sempre originale e fresco di temi e suggestioni che pure, per forza di cose – e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di tematiche e riflessioni esistenziali – si ritrovano nella letteratura più classica; e che, certi accostamenti che pure ho fatto – a Simenon, Saramago, Joyce – non sono tanto indice di diretta influenza – non potendo nemmeno sapere se l’autore li abbia comunque letti – quanto del buon esito e risultato raggiunto. Accostamenti quindi, da me arbitrari, a voler intendere e confermare un risultato notevolissimo raggiunto da Ivan Scarcelli.
E, a proposito di stile di scrittura, una menzione apposita proprio allo stesso mi pare doverosa, riconoscendo, da parte di Scarcelli, una capacità di selezionare ed usare termini molto raffinati e dotti e di saperli poi sapientemente utilizzare anche in maniera colloquiale, adattando stile e modi alla peculiarità ed individualità dei diversi personaggi, riuscendo a farvi aderire sempre la terminologia più appropriata, pur mantenendosi su toni di scrittura complessivamente raffinati.
Aggiungerei la capacità di suscitare nel lettore suggestioni d’animo particolari unite allo spunto riflessivo.
A fine libro si ha come l’impressione di aver imparato qualcosa di più su noi stessi e sull’umanità che ci circonda, riconoscendoci in questa o quella frase, in questa o quella situazione, in questo o quel personaggio, e rimane una sensazione di lieve stupore e meraviglia, come quando ci capita improvvisamente e inaspettatamente di coglierci riflessi in una vetrina o in uno specchio.
Il mio – umile – giudizio complessivo è che Piccolo Guasto alla Centrale del Tempo sia davvero un lavoro ben riuscito, tanto più se si pensa che l’autore, Ivan Scarcelli, scriva romanzi e racconti – seppure da sempre – non per professione, ma per passione e – come egli stesso dichiara –   perché ritiene che siano un modo per conoscere se stessi e i propri dubbi.
Personalmente, dopo aver letto questi racconti, non posso che augurarmi, e augurargli, che diventi uno scrittore a tempo pieno. Almeno se è questo ciò che desidera egli stesso.

Rita Ciatti

Ivan Scarcelli
Piccolo guasto alla centrale del tempo – Cronache (quasi) immaginarie
Stilo Editrice – 2011
144 pagine – 12,00 euro

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