Pier Paolo Pasolini e la società di consumo

Pier Paolo Pasolini murale
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Pier Paolo Pasolini, già a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, espresse in più circostanze – attraverso numerosi articoli e pagine di riflessione che appaiono oggi non solo di sorprendente attualità, ma anche decisamente interessanti – il suo deciso e forte dissenso nei confronti della teoria dello sviluppo infinito. Il poeta friulano è stato un originalissimo critico dello sviluppo, anche se la sua produzione multiforme (poetica, romanzesca, filmica, saggistica) è stata in buona parte investita da una ondata ininterrotta di studi e testimonianze nei decenni seguiti alla sua morte. Alfonso Berardinelli ebbe a dire che «Pasolini è diventato un passaggio obbligato dell’immaginazione culturale italiana».

Pier Paolo Pasolini, indubbiamente tra le personalità più rappresentative del Novecento italiano, un’artista decisamente eclettico che si è cimentato in diversi campi – dalla scrittura al cinema, alla musica e alla pittura – è stato chiaramente un negatore radicale dei convincimenti dominanti della propria epoca. Un eroe solitario impegnato a fare il controcanto distruttivo dei miti e delle illusioni che alimentavano l’immaginario dei propri contemporanei. Soprattutto uno dei pochi intellettuali – com’è stato detto – a non manifestare la benché minima fede nel progresso. Non a caso lo storico Piero Bevilacqua, alcuni anni fa, gli dedicò un interessante studio, Pasolini. L’insensata modernità (2014, pp. 64, € 8,90), edito dalla Jaca Book all’interno della collana “I precursori della decrescita”, diretta da Serge Latouche che «ambisce a dare visibilità a questa riflessione, e attraverso la presentazione di alcune figure del pensiero umano e dei loro scritti essa pretende, in qualche modo, di fare emergere una nuova storia delle idee, in grado di sostenere e di arricchire il pensiero della decrescita», come si legge nell’introduzione.

Per Pasolini ogni prospettiva ingenuamente progressista contiene l’idea superstiziosa che l’avanzare del tempo porti necessariamente con sé un miglioramento dell’umana condizione: «In realtà il mondo non migliora mai. L’idea del miglioramento del mondo è una di quelle idee-alibi con cui si consolano le coscienze infelici o le coscienze ottuse». Nel seguito della sua riflessione Pasolini aggiunse:

«il mondo può peggiorare, invece, questo sì. È per questo che bisogna lottare continuamente: e lottare, poi, per un obiettivo minimo, ossia per la difesa dei diritti civili (quando si siano ottenuti attraverso precedenti lotte). I diritti civili sono infatti eternamente minacciati, eternamente sul punto di venire soppressi».

Eppure Pasolini è, lui malgré, un progressista, riconoscendosi – pur tra svariati conflitti – nella politica del Partito comunista italiano, crede nell’emancipazione dei lavoratori, nella possibilità di un approdo a un mondo migliore e più giusto. Convintamente dichiara apertamente:

«La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».

Pietro Bevilacqua Pasolini L’insensata modernitàSono noti i suoi rapporti e le sue valutazioni del movimento degli studenti, tutt’altro che idilliaci. Lottò come progressista, non solo, idealmente, per mutare le strutture della società capitalistica, ma più concretamente per sconfiggere il dominio della Democrazia Cristiana nella vita italiana, per ridimensionare il potere culturale della Chiesa, per democratizzare lo Stato autoritario, per allargare i diritti e le conquiste sociali della classe operaia. Ma questo stesso processo, da lui auspicato e per cui combatte, nel momento in cui si realizza e viene, spiega Bevilacqua, «almeno in parte e sia pur contraddittoriamente, ad attuarsi, lo delude e sgomenta».

Ma davvero il nuovo potere della società dei consumi è più totalitario e intrusivo di quello che fu della chiesa cattolica sulle popolazioni rurali dei secoli passati? Quel che accade in Italia nel corso degli anni ’60 è sotto il profilo sociale e culturale una delle trasformazioni più profonde e rivoluzionarie della storia italiana, come ha notato Paul Ginsborg. In realtà, il benessere che Pasolini vede avanzare come la droga spirituale della società è – osserva Bevilacqua – anche una «pagina rilevante di riscatto e di emancipazione delle popolazioni italiane da secoli di miseria sociale e oppressione. A meno di vent’anni da una guerra devastatrice, milioni di persone uscivano dal fondo di una condizione di dolorosa marginalità, dalla penuria alimentare, dall’umiliante subalternità dell’analfabetismo, dalla soggezione personale ad antichi padroni. Per qualunque osservatore progressista sarebbe stato difficile non avere un atteggiamento di ottimistico consenso».

Oggettivamente Pasolini, nella sua critica alla modernità, nella sua denuncia ai caratteri pervasivi e totalitari della società consumistica, non ha introdotto elementi teorici nuovi rispetto ai contributi provenienti da altre culture. Pasolini, tuttavia, e non per caso, impegna la sua disperata passione nell’analisi della situazione italiana. E tale delimitazione e specificazione – spiega Bevilacqua – «costituisce uno degli aspetti di originalità del suo pensiero e della sua avventura intellettuale. Beninteso, anche restando chiuso nei confini della società italiana, lo scrittore bolognese coglie con una anticipazione che ancora sorprende fenomeni universali, che solo da poco tempo grandi analisti come Zygmunt Bauman o lo stesso Latouche hanno sviluppato con ampiezza e sistematicità analitica. Come quando si sofferma sul legame tra i consumi e la vita degli individui. I contadini, egli ricordava, erano “consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita”. Folgorante intuizione. La svalutazione delle cose, frutto del lavoro umano, trascina anche gli uomini nell’irrilevanza. Ma solo ora appare evidente che il consumismo dissipativo, l’obsolescenza programmata delle merci, la sagra del superfluo e la sua rapida trasformazione in rifiuto investono anche la vita umana e il suo valore, la trasformano in un prodotto come un altro, intercambiabile, soggetto a rapida usura». E questo appare vero sia dal lato dei produttori che da quello dei consumatori: «Nella società dei consumatori – ha scritto Zygmunt Bauman – lo scopo principale o determinante del consumo […] non è sopperire ai bisogni, ai desideri e alle carenze del consumatore, ma è la sua mercificazione o ri-mercificazione: innalzare lo status dei consumatori a quello di merci vendibili». E Serge Latouche: la «società così detta “sviluppata” si fonda dunque sulla produzione di massa del deperimento, cioè sulla perdita di valore e il degrado generalizzato tanto delle merci quanto degli uomini».

Queste riflessioni di Pasolini appaiono oggi eccessive, in parte incomprensibili. Basta ricordare che Pasolini vedeva nella diffusione della televisione, allora il principale mezzo di comunicazione di massa, uno strumento per uniformare e indottrinare i cittadini, attraverso la diffusione di notizie facilmente manipolabili ma, soprattutto, di un linguaggio standard, destinato non solo a impoverire l’italiano parlato, ma anche a determinare la scomparsa delle parlate locali, di quei dialetti che per lo scrittore costituivano una grande ricchezza linguistica e semantica. Nota è la metafora fortunata con la quale Pasolini ha descritto il naufragio del vecchio mondo fondato sulla società rurale: quella della “scomparsa delle lucciole”, utilizzata in un articolo apparso sul Corriere della Sera nel 1973. Le sue riflessioni sono caratterizzate dal pathos disperato con cui spesso guardava, impotente, i fenomeni che avanzavano, deformando uomini e cose. Ma se noi non riusciamo a sentirle pienamente nostre – avverte Bevilacqua – è «solo perché la novità che denunciavano come imminente è già avvenuta. È diventata la nostra corrente normalità. Perché oggi la tecnica ci comanda in una forma così totalitaria e pervasiva (ma a un tempo così “progressista”) da farci credere che siamo noi a comandarla. E invece la liberazione che essa ci offre dai vincoli naturali di spazio e di tempo, le ulteriori opportunità che ci imbandisce, sono diventate una spinta incalzante ad utilizzarne i dispositivi, a servirli. Possediamo cellulari, computer, smartphone, posta elettronica che dovevano servire a dominare lo spazio e il tempo delle nostre giornate e che di fatto ci ordinano costantemente di mettere il nostro intimo tempo – “l’umano nell’uomo” di Pasolini – al loro servizio. Che è servizio a un potere esterno e invisibile: il processo di insonne valorizzazione del capitale, che muove la grande macchina del mondo».

La critica alla società dei consumi è inseparabile dalla disamina che Pasolini dedica alle nuove forme del potere, alla qualità inedita del controllo che le forze dominanti sono riuscite a erigere sulle masse. Per Pasolini la società dei consumi, coi suoi strumenti di persuasione che sono i mass media, rappresenta il più totalitario sistema di controllo della storia umana. «Nessun potere ha avuto infatti tanta possibilità e capacità di creare modelli umani e di imporli come questo che non ha volto e nome». Pasolini anticipa di decenni quanto oggi ci appare familiare. Egli individua il declino del potere statale, del ceto politico per controllare le masse sottoposte, coniando il termine Palazzo per significare, con la sua figurazione di edificio sovrastante e incombente, la concentrazione del comando sugli uomini nel momento di una sua mutazione epocale. Il nuovo Palazzo non ha più il volto arcigno del Leviatano, né le insegne feudali e sontuose dei cardinali, e neppure le pallide maschere borghesi degli uomini di stato. Esso ha il volto luccicante delle merci che invadono gli spazi della vita, l’allure delle cose obsolescenti che seducono e comandano la totalità dei cittadini-consumatori. Con stupefacente capacità anticipatrice, Pasolini, intravede decenni prima dei politologi e di tutti noi l’irrilevanza cui appare condannata la politica, ridotta a “ceto politico”. Poca differenza tra questa rappresentazione di quarant’anni fa e lo spettacolo che abbiamo oggi sotto gli occhi, in Italia e nelle altre democrazie rappresentative. Una politica cannibalizzata dal mercato, trasformata in commercio di messaggi elettorali in perenne competizione. Bevilacqua osserva che non ricaviamo da Pasolini progetti e alternative che non erano nelle sue possibilità e che certamente non gli spettavano. Lui esprimeva, per dirla con Montale, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Metteva in guardia dagli splendori ingannevoli dello sviluppo avanzante. Eppure, non è solo questo il merito storicamente e anche analiticamente rilevante dello scrittore. Le sue considerazioni sulla povertà delle umane esistenze, lo svuotamento spirituale degli individui dentro oceani di beni e merci, hanno ancora qualche cosa dirci? Le nostre società sono precipitate in un paradosso senza precedenti. Nella fase storica in cui consumare e produrre – per millenni le attività fondative della vita umana – sono diventate sempre meno importanti per la vita stessa, si sono trasformate nell’ossessione unilaterale e dominante della nostra epoca.
Antonio Salvati

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