Piergiorgio Pulixi e l’altra parte del cielo

Piergiorgio Pulixi
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Scegliere di incontrare Piergiorgio Pulixi significa regalarsi la possibilità di partecipare a un incontro in cui la pacatezza, la ricerca delle parole giuste, la potenza della scrittura si contrappongono alla pessima abitudine, molto diffusa ultimamente, di urlare e provocare reazioni negative.

Uno scrittore dal grande talento che racchiude nella potenza della sua penna la forza delle idee. Raffinato e colto, ha scelto di incontrare il gruppo di lettura “Le parole raccontano” per parlare del suo ultimo lavoro “Per mia colpa”. Con rispetto e attenzione ha accolto ogni domanda non eludendola o minimizzando le risposte. Un incontro che è durato più di un’ora e mezza, ma che è sembrato un tempo brevissimo. Incantati dalla soavità del suo timbro di voce, con una bella e leggera inflessione sarda, dalla pacatezza e dal tono basso ma chiaro, siamo stati portati per mano nel suo mondo, nella sua musica, nelle sue foto, nei suoi pensieri.

Come mai le tue protagoniste sono sempre donne?
Perché ne sento l’urgenza. Pensate alla giustizia italiana Ministro dell’interno e Ministro della Giustizia sono due donne, questo per dare l’idea di come sono cambiati i tempi. È da un po’ che volevo provare a raccontare l’altra parte del cielo, perché pensavo e penso fosse un segnale per tutti gli altri scrittori molti dei quali continuano a proporre soltanto dei modelli maschili. È molto interessante scrivere di donne a contatto con il male, con l’oscurità, con il mondo della polizia perché siamo molto abituati, ripeto, a leggere di protagonisti uomini tant’è che questi protagonisti sono molto prevedibili e siamo molto meno abituati a leggere di protagoniste donne. Capire come una donna si relaziona a un’indagine o come indaga su un omicidio, come una donna si pone innanzi a un omicidio di un’altra donna sono cose molto interessanti sicuramente per me e spero anche per i lettori. In più c’è la massima che diceva Calvino: quando inizi un romanzo devi porti degli obiettivi che siano quasi al di là della tua portata cioè degli obiettivi molto alti solo così cerchi di dare il massimo. Se l’impresa è talmente ardua, talmente alta che ti remano i polsi vuol dire che tu darai il massimo di te stesso, darai tutto quello che hai. Per me che ho una forma mentis maschile è una grande scommessa scrivere di donne, non è semplice. Devo essere super concentrato, dentro tutte le meccaniche psicologiche di una donna. Devo studiare, devo consultarmi con delle lettrici per cercare di dare il massimo. E questo è un qualcosa di positivo in letteratura perché non abbassi mai la guardia. Se l’obiettivo è molto alto allora devi dare il cento per cento di quello che hai. Questi sono alcuni dei motivi che mi stanno spingendo a parlare di donne nei miei romanzi.
Per mia colpa Piergiorgio PuglixiChe donne sono le tue donne? A me alcune volte sembrano perfette, ma è una mia personale impressione.
In realtà sono donne molto imperfette, o quanto meno sentono ognuna su di sé la gravità di cercare di rimanere femminili, di non rinunciare alla propria identità alla propria femminilità in un ambiente molto maschile e molto maschilista come quello della questura. Eva Croce ha vissuto una tragedia che l’ha segnata tantissimo, ha fatto una cosa che non so quante madri avrebbero il coraggio di fare. Lo stesso Mara Rais ha questa bambina che vede pochissimo e parlo molto dei suoi sensi di colpa nel dover lasciare questa ragazzina da sola che per lo più è cresciuta dai suoi genitori. Mara è separata, ha avuto un brutto divorzio quindi cerca di arrabattarsi un po’ come può. Cerco sempre di partire dalle debolezze dei personaggi, anche per esempio nell’ultimo Giulia Riva non è un personaggio perfetto, anzi vive una relazione parallela con un uomo sposato che ha una famiglia e questo la fa sentire molto inadeguata e molto fragile. È difficile raccontare di donne in quella situazione perché c’è un fattore d’identità, devono incarnare un ruolo che è quello delle poliziotte che tendenzialmente dovrebbe ispirare fiducia, rispetto, sicurezza, ma questo inganna perché è una maschera che devono indossare al lavoro. Quando dismettono quella maschera, quando tornano a casa sono donne normali.
Mi è sembrato di cogliere come tema portante di Per mia colpa il confine tra il bene e il male che non ha una demarcazione netta al punto che uno sconfina nell’altro, come se uno avesse sempre bisogno dell’altro. Questa confusione genera una ridefinizione del concetto di colpa e d’innocenza. Fino a che punto esiste la linea di demarcazione tra il bene e il male?
Il romanzo parla proprio di questo in realtà. Penso che tutti i romanzi di qualsiasi genere alla fine parlino di bene e male, della sottilissima linea di demarcazione di queste due entità ontologica. Qui si parla di quanto male e bene siano questioni molto relative. Spesso siamo abituati a prendere posizione su determinate faccende, su determinati delitti, se vogliamo magari definire come arena quella della giustizia senza però metterci nei panni dell’altra persona che ha compiuto il delitto e che invece sopravvivono. È sempre, in realtà, tutto un gioco di prospettive e di punti di vista. Io qui volevo anche un po’ giocare sulla percezione dei lettori relativamente al bene e al male. Quanti di noi possono giudicare se non ci siamo mai trovati in una determinata situazione? Il romanzo voleva raccontare questo: provare a far calare i lettori dentro situazioni sentimentali, situazioni esistenziali al limite perché comunque è un romanzo noir, poliziesco. Far capire a volte quanto sottile è la linea di demarcazione e di confine tra bene e male sia sottilissima. Mi piaceva raccontare questo come il cuore ha due lati uno in ombra e uno in luce che coesistono. Il cuore continua a battere e pulsa odio e amore nella stessa misura, nello stesso momento. Tutti noi siamo fatti di questo.
Pag. 108 mi suggerisce una domanda: ma il mestiere dello scrittore è come quello dell’investigatore che per entrare nei panni di qualcuno deve conoscerne ogni angolo segreto?
È sicuramente simile perché per certi versi il mestiere di chi scrive e il mestiere di chi indaga, come indaga in questo caso Giulia Riva, sia molto simile nel senso che l’immedesimazione e l’identificazione è importante. Lo dico spesso il mio mestiere quando scrivo una storia è molto simile a quello dell’attore. Devo calarmi nella parte di tutti i personaggi che creo, devo guardare il mondo dal loro punto di vista. Capire qual è il loro sistema di valori, quali sono le loro debolezze, come le loro debolezze o punti di forza influiscono nelle loro vite. Si, hai ragione, è molto simile o meglio è molto simile il mio metodo di lavoro alla pagina che hai citato.
Assistiamo a un femminicidio per mano di una donna, perché operi questa messa in scena facendo morire la donna consumando tutto tra due donne?
Forse ti sorprenderà sapere che quella è l’unica parte del romanzo ispirata a un caso vero. Qualche anno fa scrissi un’antologia che si intitolava L’ira di Venere. Erano venti racconti tutti al femminile la metà dei quali ispirati a fatti di cronaca che io avevo trasposto in racconti. C’era un racconto che invece era ispirato a una storia vera che non aveva auto l’epilogo drammatico per un soffio. Mi aveva molto colpito questa violenza psicologica tutta al femminile, diversa da quella fisica che produce altrettanta sofferenza, soprattutto se è una donna a infliggertela perché sa benissimo quali tasti toccare, dove fare leva, quali i punti deboli per farti male. Tutto quello che leggete fino alla scena del parco è vero, ispirato a una storia vera che mi aveva molto colpito. Una storia che mi ha scioccato al punto da farmi chiedere qual è il limite per una donna che vive una situazione di questo genere, qual è il punto di rottura. Avrei potuto scrivere di femminicidi al maschile, sì però lo avevo già fatto quindi non era questo il romanzo, probabilmente lo farò in futuro.
Creare l’idea di un personaggio conosciuto da tutti come uno che non può avere dei colpi di testa ma che in realtà appare diverso da quello che è realmente, è una scelta?
Quello che volevo fare in realtà era raccontare due anime fragili. Non tutti lo hanno colto, ma questo è un romanzo che parla di depressione, che parla di malattia mentale. È quella fragilità umana che rasenta proprio la depressione. È anche un romanzo che parla di maschere e del prezzo della felicità. Virginia a quarantotto anni si sentiva come se la sua vita fosse conclusa, era una brava moglie, una brava mamma, eppure non riusciva a trovare stimoli nella quotidianità, nel lavoro. Non avvertiva più un sussulto, si sentiva imprigionata nei propri ruoli, questo credo accada a molte donne ma anche a molti uomini. Eppure finisci per abbandonarti a passioni che sai non porteranno da nessuna parte, ma delle quali senti un estremo bisogno. Non mi sento di fare una colpa. Come dice Pirandello tutti noi indossiamo delle maschere e molto spesso le persone che ci stanno più vicine ignorano maggiormente chi noi siamo per davvero. Alle persone cui vuoi bene cerchi sempre di mostrare il tuo lato migliore, quello più luminoso. Il lato oscuro al massimo lo riservi ai tuoi nemici e il nemico più grande che abbiamo siamo sempre noi stessi. Quando siamo molto bui, quando siamo molto scuri tendiamo a nasconderlo agli atri. Volevo proprio raccontare di quanto un’anima fragile come Virginia di fronte ad un amore così grande, così improvviso, così destabilizzante si lasciasse andare. C’è un passaggio in cui lo psicologo dice che per una donna fragile come lei l’amore può essere un colpo fatale perché la destabilizza, le fa fare quella che Nietzsche definisce una transvalutazione di tutti i suoi valori perché prima aveva dei valori fondanti come la famiglia, la figlia, il marito, dopo questo incontro d’amore passionale tutti quei valori cambiano. In estrema sintesi penso che sia proprio un romanzo che parla di fragilità umana.
Quindi il titolo “Per mia colpa” a chi è riferito?
Il titolo si rifà all’atto penitenziale cattolico e ognuno dei personaggi lungo la narrazione fa o dovrebbe fare un mea culpa, tutti hanno una colpa da espiare. Il titolo è rotondo proprio perché diventa circolare, lo puoi declinare per ognuno dei personaggi.
Nel giallo e nel noir in generale le ambientazioni sono compartecipi e colpevoli almeno quanto i personaggi. Nelle tue storie quanto gli scenari, le città e i luoghi cambiano e rendono colpevoli i colpevoli o innocenti gli innocenti?
Bellissima domanda. In questo romanzo poco rispetto a L’isola delle anime e Un colpo al cuore. È un romanzo in cui l’ambientazione è presente ma non è così determinante perché la città è vista dagli occhi di una ragazza che sta per andar via. La sua visione di Cagliari è molto malinconica, quasi come se lei volesse fare incetta di ricordi, di sensazioni, per sopravvivere all’inverno dell’anima che rappresenterà il suo trasferimento. Forse nella mia produzione l’unico romanzo in cui l’ambiente è determinante perché cambia i personaggi e influisce sul destino di alcuni personaggi che il quel romanzo sono gli ultimi è Lo stupore della notte, è ambientato a Milano. Una Milano molto proiettata verso il futuro, molto contemporanea, e si avverte moltissimo la disparità tra la Milano della moda, del lusso, delle grandi banche e dei grandi negozi con i quartieri un po’ più disagiati. Forse lì si percepisce di più e determina sicuramente un incattivimento delle periferie. Un altro esempio, in L’isola delle anime, il territorio va a determinare un cambiamento nella famiglia che descrivo in una zona estremamente desolata, in cui un gruppo di persone si autoisola in queste montagne, in questo territorio che è il regno della Barbagia e della Barbagia più alta. Lì sicuramente queste persone avendo un rapporto simbiotico  con la natura e vivendo soltanto di quello che la natura offre e riescono a produrre, cambia necessariamente il loro modo di vivere, il loro atteggiamento. Sicuramente c’è anche una modificazione antropologica data dal territorio duro in cui vivono. In questo romanzo però è più importante la geografia dei sentimenti che la geografia stretta e quindi lo si avverte meno.
Ad un certo punto leggiamo,  “Certe persone non ti perdoneranno mai l’amore che provi per loro”. Cosa volevi dire?
Questa frase va contestualizzata. Bisogna indirizzarla nei confronti della madre di Virginia. Se Virginia fosse stata anaffettiva nei confronti di sua madre probabilmente sua madre non sarebbe stata così dura con lei e forse sarebbe stato meglio. Invece, il fatto che questa ragazza continuasse ad amarla e non si arrendesse all’anaffettività della madre ha portato quest’ultima a infierire perché proprio non le perdona che continui ad amarla. Forse sua madre avrebbe preferito l’odio e questa è una cosa che capita a volte, forse a te non è mai capitato, ma alcune persone più cerchi di amarle più ti fanno pagare il prezzo di quest’ amore, di questo sentimento. Il tuo amore è come se fosse uno specchio che mostra loro le proprie colpe, quindi è sempre un atto d’accusa quell’amore, anche sa da parte di chi ama non è così.
Questa è una storia di trasformazione in cui l’unico personaggio che possiamo definire perfetto, più pacifico, più equilibrato di tutti paradossalmente è Elisa, la bambina, sa quello che vuole, non scende a compromessi e va dritta per la sua strada. Ha resistito alla scomparsa della madre per un anno e mezzo. Tutti gli altri personaggi sono imperfetti, ciò non significa che non possono raggiungere un proprio equilibrio psicologico ed emozionale. La caratteristica della forza delle donne forse la possiamo definire con quel brutto aggettivo, molto in voga in questo periodo, che è resilienza cioè la capacità di resistere agli urti degli altri oggetti, dell’agente esterno, plasmarsi a seconda degli urti, quindi trovare comunque una propria identità, una propria forma.
C’è qualcosa di autobiografico in questo libro?
C’è a Cagliari il cinema Greenwich che è esattamente come l’ho descritto nel romanzo, un luogo dove proiettano pellicole particolari spesso in bianco e nero, che non trovi nelle multisale. È un luogo dove cerco sempre di andare, perché quando guardi questi film vecchi hai sempre la sensazione che il modo sia sempre con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, anche a livello cromatico riesci a distinguerli dai volti, dai colori. Andare al cinema per me è un modo per lasciar andare tutte le ansie, mi concentro soltanto sulla pellicola ed entro in un’altra dimensione. Proprio in un’altra dimensione psicologica e questo mi aiuta molto, soprattutto quando ho problemi con la trama perché se ci penso troppo entro in panne. Se non ci penso, magari vado a correre o vado al cinema, mi capita che quando esco dal cinema dopo un po’ mi arriva la soluzione. Se devo trovare qualcosa di autobiografico sicuramente il mio rapporto con cinema è lo stesso che ha Giulia.
Dove trovi tutto il tempo per leggere, scrivere, presentare i libri? La tua giornata non dura ventiquattro ore, sicuramente molte di più.
Prima avevo molta più energia, ora sta diventando sempre più complesso anche se cerco di fare sempre tutto. In realtà, per chiunque faccia un lavoro artistico che sia un musicista, un pittore, un poeta, una scrittrice o uno scrittore, la commistione con altre arti, impregnarsi di altre forme di intrattenimento è molto importante, perché inevitabilmente amplia la tua sensibilità. Ultimamente mi capita spesso che guardando dei libri fotografici è come se vedessi che contengono già delle storie e questo mi influenza molto. La contaminazione con la musica, con il cinema, con la fotografia, con la pittura, con i fumetti per me deve essere pane quotidiano. È una necessità professionale perché solo attraverso questa contaminazione riesco a dare più sfumature di significato e di colori ai libri che vado a scrivere; farlo soltanto scrivendo di mio, quello che mi viene in testa, disconnettendomi da tutto, dalle altre arti, dagli altri autori o da altre autrici, sarebbe un grandissimo atto di presunzione. Invece, l’atto creativo, per quanto mi riguarda, presuppone un’immersione totale in tutto quello su cui posso mettere mano.
Anche questo libro lo definiresti una serie di scatti fotografici?
Si, alcune scene ricordo di averle viste proprio come se fossero delle foto.
Scrivi di donne dove trai ispirazione e per quanto questi personaggi rimangono dentro di te?
Parto dall’ultima domanda e poi torno alla prima. Dipende molto dai personaggi e da quanto tu riesci a entrare in profondità nel personaggio. Per esempio, un mio vecchio personaggio dei miei primi romanzi che si chiamava Biagio Mazzeo mi era entrato molto dentro cioè c’era una connessione molto forte con lui e doverlo lasciare andare era sempre molto difficoltoso. Ultimamente, devo dire di non avere questo problema, credo sia un problema a volte legato all’inesperienza, cioè più hai esperienza più sei smaliziato. Come un attore, appunto, riesca a recitare più parti e a farlo in maniera molto naturale – è una cosa che devi imparare a fare perché c’è tutto un vestirsi psicologicamente di altri panni. Devi capire come si fa a mettere bene questi panni ma anche a smetterli. Non è sempre facilissimo perché entrare e uscire dalla dimensione della scrittura per alcuni può essere complicato di questo sono certo perché l’ho vissuto anch’io sulla mia pelle, è proprio un esercizio psicologico. Sicuramente, l’esperienza e la maturità aiutano ad affinare questa capacità di poterlo gestire, più vai avanti più impari a gestire queste multi identità che uno si crea. Relativamente all’ispirazione, anche qui è complesso rispondere perché ogni storia fa un caso a sé, perché non vado a cercare l’ispirazione sempre negli stessi posti per scrivere le mie storie. Molto spesso accade che io m’imbatta in qualche articolo di giornale in qualche caso di cronaca che mi fa pensare “questa è una storia interessante forse dovrei documentarmi e scrivere di questo”, a volte capita che siano i lettori a dirmi “perché non provi a scrivere una storia come questa o una storia che sta avvenendo nel mio territorio” allora io vado a documentarmi e poi inizio a scrivere. Per esempio, quando sono venuto in Puglia tantissime persone mi hanno chiesto di scrivere qualcosa ambientata sul Gargano o che abbia una matrice garganica, mi sto documentando e sto studiando e poi chissà che tra un po’ non la scriva. A volte le idee nascono anche così su suggestione di altre persone, altre volte sono immagini che tu vedi in un album di fotografie o t’imbatti nella tua quotidianità vedi una scena e dici quella è una storia e da lì inizi a farti un film mentale. Quindi non so darti una sola risposta, perché a volte sono più cose assieme che fanno contatto. Quando ho scritto Un colpo al cuore volevo scrivere un romanzo sulla giustizia italiana o meglio sulla mala giustizia italiana, però non riuscivo a scriverlo. Poi ho letto un tweet di un politico italiano che è molto abile a utilizzare i social network in maniera però perversa, mi sono detto “ecco, devi unire le due cose social network e giustizia” ed è nata l’idea del dentista, dei processi virtuali e così via. A volte, sono cose sulle quali non hai nemmeno controllo perché le idee sono così quando ti arrivano le devi vagliare perché non è detto che tutte le idee siano vincenti, tutte possano essere trasposte in film o in romanzi, devi però essere molto aperto non devi avere pregiudizi.

Alla fine di questo tempo di parole centellinate, il gruppo di lettura è riuscito a strappargli la promessa che in primavera verrà a tenere un corso di scrittura.
Che arrivi presto questa primavera, sarà molto fiorita.

Nicla Pirro
Gruppo di Lettura “Le parole raccontano

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