Pietà. L’uomo e la sua umanità ostaggi del denaro

Pietà di kim Ki-duk
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Più che trionfatore, Pietà è stato vincitore piuttosto discusso dell’ultimo Festival del cinema di Venezia. La giuria sembra infatti che avesse deciso di premiare The Master, di Paul Thomas Anderson (ed addirittura che avesse già comunicato alla produzione del film la sua decisione). Ma, potendo per regolamento far vincere solo due dei premi più importanti ad una stessa pellicola, avrebbe poi cambiato idea, decidendo di dare la coppa Volpi per il miglior attore ai due protagonisti maschili proprio di The Master (che è stato infatti definito “un film di attori”) ed il Leone d’Argento per la miglior regia appunto ad Anderson, e conferendo così il Leone d’Oro a Pietà.

Se il film è stato però piuttosto discusso al Lido, e mi si perdoni l’incipit di questo scritto con un venale riferimento a basse questioni di burocrazia festivaliera, indiscutibili appaiono invece la sua bellezza e la sua poesia; la potenza evocativa e la drammaticità di alcune delle sue inquadrature più belle; la capacità di giocare con i colori (dal cupo dei toni verdi, al raggelante blu, al rosso intenso del sangue) e creare atmosfere che vanno dal pulp, al lirico, al disperante.
Ma, a proposito dei rossi intensi e del sangue (e quindi della violenza, di cui si è tanto parlato nei commenti che hanno preceduto l’uscita del film) Pietà, è vero, coniuga con prodigalità il paradigma della violenza; lo fa però rinunciando ad effetti sensazionalistici, in una dinamica di sostanziale sottrazione, ed inscrivendo nella mappa genetica di uno spietato killer al soldo di un usuraio senza scrupoli quel rigurgito di furia distruttiva, quell’apatica e cinica determinazione a storpiare, deturpare, distruggere, quella foga nichilistica che il protagonista non può evitare di far esplodere. Insomma, violento sì, ma di una violenza non compiaciuta, bensì coessenziale al racconto ed inevitabile nella sua cruda e sobria rappresentazione.
Veniamo però più da vicino ai contenuti. Il film sarebbe, a detta del regista, un’invettiva contro il danaro, l’uso che se ne fa nella società  contemporanea e le conseguenze che ne scaturiscono. In un’intervista rilasciata a Lorenzo di Las Plassas (inviato a Venezia di Rai News), scaricabile dal sito della all news, si parla di Pietà come di un film che “descrive la tragedia del capitalismo moderno” e che in particolare racconta “come il denaro può far crollare quella che è l’umanità insita in ciascuno di noi e come ci può rovinare le relazioni interpersonali”. Ovviamente, tutto vero! I personaggi sono infatti rovinati (storpiati) proprio a causa del denaro. Ed allora l’abbrutimento esteriore – l’essere gettati da un balcone diventando zoppi o il vedersi una mano inghiottita da un tornio – diventa rappresentazione icastica dell’abbrutimento interiore, già avvenuto a monte all’atto della corruzione da parte del denaro (così come accade per lo svilimento degli storpi una volta divenuti tali, anch’esso conseguenza di quella corruzione originaria): più volte, nel corso della storia, l’aguzzino viene descritto come un diavolo che tenta le sue vittime offrendogli del denaro.

Ma quello che a me francamente pare emergere con più forza dalla vicenda narrata è invece una storia di solitudine e di abbandono. Il killer spietato (Kang-do) non è animato infatti dal miraggio dell’accumulo di denaro; è anestetizzato se mai (la sua freddezza quando mutila orribilmente le sue vittime è tale che egli sembra in trance) da una disperazione sorda che ha origini ataviche. Ed uno dei passaggi migliori del film è proprio quello che vede Kang-do cedere (quasi frettolosamente) alle affermazioni di una donna sconosciuta che dice di essere sua madre, quella stessa madre che lo ha abbandonato al suo destino subito dopo il parto. Alla richiesta di fornire una prova di quanto sostenuto, la donna misteriosa non è in grado di dare alcuna risposta e glissa; ma, ciononostante, viene creduta. Viene creduta perché il giovane (e disperato) scagnozzo dello strozzino ha bisogno di crederle, ha bisogno di disinnescare quella bomba a tempo che sta per esplodergli dentro, quel cancro che lo divora, che lo rende apatico e impassibile e che è dato dalla mancanza, appunto, della madre, dall’assenza di genitori, dalla carenza di una qualsiasi forma di affettività. E viene creduta anche perché lei stessa è talmente disperata (per ragioni che verranno chiarite nella parte finale del film) da fare qualsiasi cosa pur di essere creduta. Questa doppia disperazione, però, quella di Kang-do e quella della donna, non sono necessariamente legate al denaro (la prima discendendo da un abbandono, l’altra da una perdita – sebbene, quest’ultima, a sua volta imputabile ai soldi).
Tornando invece all’ossessione per il denaro e riprendendo qui la traccia suggerita dallo stesso Kim Ki-duk, altro passaggio felice è quello in cui il protagonista ridiventa capace-di-soffrire e, con ciò, riacquista (o forse guadagna per la prima volta) la sua umanità. È qui che per lui cominciano i guai! Kang-do, infatti, nel momento in cui ritrova la madre, comincia anche, si è detto, a soffrire per lei e diventa improvvisamente debole, ricattabile: cioè umano (vivo, potremmo dire!). E, non appena ciò accade, viene letteralmente scacciato dal suo ambiente (il padrone lo allontana picchiandolo), rinnegato da un sistema nel quale si producono soltanto soldi. Se si serve il denaro, sembra volerci dire il cineasta coreano, non si può anche essere umani; non si possono provare sentimenti, non si possono avere relazioni affettive, non si può amare: bisogna essere disposti a vivere come se si fosse morti.
E proprio sulla debolezza ritrovata di cui si diceva sopra, peraltro, si costruirà la vendetta finale, l’atroce, fredda e spietata rivalsa (ancora una volta ci troviamo di fronte personaggi privi di pietà, disperati, svuotati di umanità) che pare un altro degli elementi essenziali del film (l’ultimo stadio della depravazione cui conduce il denaro): una vendetta che ha il sapore amaro e desta il senso d’ineluttabilità evocato dalla tragedia greca (non a caso, nel corso della narrazione c’è un costante riferimento all’incesto e, per traslato, al dramma edipico – a proposito, nella citata intervista si fa un accostamento esplicito tra il film e la tragedia greca; ma Kim Ki-duk nega che questa e le sue atmosfere abbiano rappresentato per lui fonte di ispirazione nella realizzazione del suo ultimo lavoro).

Didascalico in alcuni momenti (Kang-do vuole, certo, convincersi di aver realmente incontrato la madre che lo ha abbandonato trent’anni prima, ma pare troppo spaventato dalle telefonate ricevute dal presunto rapitore di questa per essere comunque un professionista senza scrupoli), forse un po’ debole in altri (la vicenda in sé è piuttosto esile, ma Kim Ki-duk ci aveva già altrove abituati a script minimalisti ed essenziali e, comunque, ciò che non si accetta in termini di prosa è spesso apprezzato in termini di poesia), il film convince però per la bellezza e la forza di alcune immagini, per i momenti di genuina drammaticità che comunica (arricchiti oltretutto da una recitazione impeccabile da parte dei due protagonisti), per le atmosfere che riesce ad evocare. E riserva, inoltre, da ultimo ma di non minore importanza, un finale grandioso. Insomma, al di là della vicenda festivaliera (che pure lo ha visto vincitore del Leone d’Oro), Pietà merita senz’altro di essere visto.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Pieta – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Corea del Sud – 2012 – Regia:  Kim Ki-duk – Sceneggiatura: Kim Ki-duk – Interpreti: Jung-Jin Lee, Choi Min-Soo – Montaggio: Kim Ki-duk – Fotografia: Jo Yeong-jik – Scenografia: Jean Sung-ho – Costumi: Ji Ji-yeon – Musiche: Park In-young

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