Pini: alberi simbolo in scomparsa dal nostro paesaggio

Roma, Mercati di Traiano e Altare della Patri
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Gli alberi nell’immaginario umano di sempre, dalla preistoria ad oggi, hanno rappresentato idee e simboli della vita, ed anche di vita oltre la vita, nei vari miti e credenze.
Gli alberi sono simboli, anzi, originali simboli viventi. Che parlano, ci osservano, ci salvano.
I pini sono un esempio formidabile. E stanno nel mio cuore più di altri Alberi importanti, che ovviamente rispetto. Ma i pini sono il mio amore.
Come tutte le conifere i pini sono sempre verdi, e, simboleggiano l’immortalità, anche per la loro grandiosità per dimensione e fronda maestosa, che aspira a confrontarsi con le nuvole. Anzi si confondono con esse nelle giornate di sole ed anche in quelle grigie. Con il vento muovono la nostra anima.
I pini giocano anche con il vento. Danzano con questo strano evento. Quando devo uscire guardo sempre se c’è vento: guardo alla finestra i pini, si muovono con armonia. E sono quelli che sembrano cantare, dando voce al vento. Peccato che qualche volta fa perdere loro l’equilibrio e cadono!

Nella mitologia greca i pini erano associati ad un rarefatto “tempo metafisico”, quello del cielo e della sfera divina, che stazionava, quest’ultima, sul monte Olimpo, la più alta montagna della Grecia, con i suoi 2.917 metri e con le pendici piene di pini, quasi a nascondere la casa degli Dei.
L’Olimpo accompagnava il limite insuperabile della credenza sull’unica vita umana greca. Non esisteva per i Greci una vita oltre la vita, come noto. Anche se, in realtà, nel pensiero greco immortalità ed eternità erano comunque celebrati come visione impossibile.
Il contrario della religione cristiana, che aperto ad una vita eterna, dopo la prima vita terrena.

Ma il Cristianesimo, che di vita oltre la vita era ed è maestro, stranamente è stato sempre più disattento nei confronti degli alberi, non credendo nei loro simboli semi-divini, di immortalità od altro, trattandoli come esseri viventi secondari, assoggettati all’uso dell’Uomo, essere superiore.

La fantasia magica, invece, dei nostri Antenati, vedevano negli alberi gli analoghi dei mostri Avatar (?) attuali, soprattutto nei riguardi dei pini imponenti.
Vedevano in loro, per esempio, auspici di fertilità e felicità coniugale, per via degli aghi uniti a coppia e innestati su corti rametti denominati brachiblasti (loro congiunzione di vita).

Ancora. Ancora riferendoci alla fantasia greca, i pini erano consacrati a Rea, Dea del tutto, perché legata alla terra in tutte le sue forme, che racchiudeva in se’ anche gli opposti. Si presentava, quindi, come un’entità androgina dalla quale nasceva la creazione originale, che poi si arricchiva di tutte le forme possibili. (una eguaglianza di genere e non solo?).
Nelle leggende greche, come in quelle orientali, i pini erano anche associati al simbolo sacrificale, ovvero del supplizio iniziatico. Il sacrificio, in quei tempi, era un evento nobile (e violento al tempo stesso) una mediazione fisica e metafisica con le Divinità.
Gli alberi in un certo senso erano allora vittime, come oggi. Ma con un alto valore simbolico. Mentre oggi gli alberi sono vittime per scopi solo utilitaristi, per far posto alle nostre case, addirittura divenendone materiale primario (case in legno), per ardere e darci calore, per fare i nostri mobili, per scongiurare pericoli. E per tanto altro, come sappiamo.
Alla fine tagliandoli miseramente perché i pini chiedono di sviluppare la loro fronda sotto terra (radici).

roma, parco degli acquesdotti
Roma, Parco degli Acquedotti. Foto Claudio Testa

I pini erano alberi sacri primari nel mito di Dioniso e di Attis, Divinità alle quali era attribuito il simbolo incastrato della esuberanza folle e della rinascita (rigenerazione attuale?), perché i pini prosperavano soprattutto in presenza di terreni caldi, gli stessi che permettevano alla vite una crescita lussureggiante generando un vino rosso fuoco di Dioniso. La resina dei pini serviva anche alla conservazione e al miglioramento del vino, per preservarlo e maturare la rinascita alla vita.

La civiltà ellenica della Magna Grecia ha rafforzato queste credenza. La presenza dei pini nell’Italia Centro-meridionale, forse più rigogliosa che altrove, regalando imponenza favorevole, ed esaltando il territorio del sole e del mare.
Si è così imposta l’immagine del Paesaggio italiano in generale, come sfondo alla grande scala della bellezza italica.
Forse la stessa cultura della Magna Grecia ha facilitato l’immagine del pino come simbolo della potenza e splendore della Roma antica.

I pini sono gli alberi che amano il sole pieno, la luce di contrasto e il clima dolce della Roma di tutti i tempi della storia infinita (eterna).
Erano il paesaggio ideale per i litorali laziali (romani), dove si sviluppava l’Architettura grandiosa delle ville romane e dei più belli Parchi Verdi alberati della Roma antica ed attuale, disseminata di pini quasi come abitanti alternativi. Qui i Pini crescevano più facilmente nella sabbia, arrivando anche a 250 anni di vita.

Il pino (romano nel gergo ancora oggi in uso) era il Pinus Pinea caratteristico della atmosfera tipica e caratteristica dei Romani esuberanti.
In tutti i territori conquistati e le nuove città fondate, i Romani si rappresentavano con scenari analoghi, dove il Pino romano occupava una posizione primaria, come quinte maestose, ancora oggi insita nel nostro immaginario collettivo della romanità di tutti i tempi.

I pini erano diffusi lungo i litorali romani anche in prossimità degli arsenali marittimi, perché utilizzati nella costruzione delle navi, da trasporto delle merci e della navi da guerra, per le quali i Romani erano diventati maestri, contribuendo alla realizzazione della più potente flotta navale del tempo e del mondo conosciuto.

Il pino, poi, come detto, è diventato un albero tipico, che, anche oggi, esprime meglio “l’italianità” del Paesaggio totale del nostro Paese. Contribuendo anche alla nostra Arte globale. I pini sono, in effetti, anche loro Arte. Arte naturale che non è minore. E che noi Italiani abbiamo saputo integrare e valorizzare molto bene.
Come non ricordare il Pino napoletano che faceva da personaggio in primo piano sullo scenario di fondo del Vesuvio?

I pini, nelle “Città di nuova fondazione”, sono ed erano la base “fondativa” essenziale, quando sottolineavano la grandiosità dei primi viali di accesso urbano, intesi come direttrici di grande visibilità iniziale (Porte urbane).
E, poi, dei parchi alberati urbani, fino alle attuali e cosiddette “Ville comunali”, come elementi di massa arborea centrale. Disegno generatore necessario, al tempo stesso di “sospensione” della vita convulsa. Al tempo stesso dando origine forma romantica alla Città e al suo Paesaggio.

E invece, a fronte di tutto questo, i pini sono oggi sistematicamente abbattuti, per motivi vari e nella maggior parte dei casi non sempre giustificati. La verità è che non c’è più il mito antico, o nuovo, degli alberi.
Il problema ufficiale, quasi un alibi, è quello riguardante gli apparati radicali dei pini, affioranti dal terreno e, purtroppo, sotto l’asfalto delle strade, con espansione talvolta abnorme.
Ovviamente scatta la condanna a morte è la sostituzione con alberelli timidi. Che, pur meritando rispetto in quanto alberi, non sono più l’Arte dello scenario urbano.
Ancora una volta le automobili vincono, e i pini, a margine strada soccombono.
Anche i pini che hanno contribuito alla storia di Roma ed ancora portano vantaggio al turismo romano, stanno subendo la stessa sorte nefasta di taglio, senza ritegno.

Pescara
Pescara, panorama. Foto Mentinfuga

L’esempio che ho nella mia nuova Città, Pescara, mi è sembrato la prova di un disinteresse irrazionale al valore degli alberi. Vari decenni fa Pescara era caratterizzata da una grande – lunga e larga -, di un pineta bellissima lungo la infinita costa adriatica, da Francavilla Silvi e oltre, da una parte e dall’altra.
La crescita pescarese frenetica degli ultimi decenni (una Città che ha il record di crescita) ha invece spinto ad eliminare velocemente la sua grande Pineta, per realizzare Edifici su edifici, fino quasi al mare, che in effetti si è ridotto sempre più. Con Edifici-frontemare molto diversi tra loro, quindi senza conformità omologa, oltre alla particellizzazione densa, cioè in lotti molto stretti, serie continua.
Non c’è più la sequenza delle ville romantiche nell’interno verde; quindi le “dune”; quindi la spiaggia, a confondersi con il mare senza scogli artificiali.
Le sempre più rare Ville stile Liberty amiche strette dei pini della ex-Pineta pescarese, anche loro hanno breve speranza di vita.
Della originaria pineta pescarese sono rimasti alcuni francobolli stretti e modestamente lunghi e con Aree alberate sempre più rade.

La retrostante e parallela “Strada Parco”, che poteva rigenerare una continuità urbana di verde alberato alternativo, come idea di linea verde di raccordo dei vari francobolli verdi interni, realizzata sulla dismessa linea ferroviaria, sta per ora essere regalata ad una sbiadita linea di filobus, nel tentativo di correggere la mancata lungimiranza della politica locale, protratta per decenni.

Forse l’impianto dei pini dalle radici impertinenti non è stato, all’origine, molto accorto. La letteratura tecnica di impianto di queste diffuse conifere dice di giocare sulla profondità dell’impianto e sulla realizzazione di substrati artificiali, dando loro sufficiente spazio libero circostante, e non in vicinanza immediata di reti, infrastrutture, cordoli, o d’altro. Di chi è allora la colpa? E perché non adottare sistemi di giuste ri-localizzazioni, evitando di metterli al bando?

I nostri paesaggi arborei, soprattutto urbani, si stanno impoverendo. Il calore e il vento penetrano meglio.

Poiché è possibile, in modo più attento, si potrebbe applicare la famosa regola: per ogni pino tagliato, un nuovo Pino da piantare con nuove tecniche.
Non sono uno specialista, assumiamo, quindi, almeno la filosofia del discorso.

Eustacchio Franco Antonucci

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