Pino Daniele. Il ricordo di un “tuppo”

Pino Daniele album
history 4 minuti di lettura

A me Pino Daniele era antipatico. Ogni volta che lo vedevo apparire in televisione o sentivo una sua intervista, mi sembrava sempre più misantropo: un uomo dall’enorme ed immeritato talento.
È un giudizio personale, di pancia, senza alcun fondamento connesso ad una personale conoscenza. Penso che avrebbe dovuto e potuto fare qualcosa in più per Napoli; anche De Filippo aveva smesso da anni di vivere a Napoli però aveva aperto una scuola di teatro per i ragazzi di Nisida. Non ricordo nulla del genere da parte di Pino Daniele, forse mi sbaglio. È necessario citare la mia personale antipatia per non inficiare quanto sto per scrivere.

Era un musicista meraviglioso, ossessionato dalla musica che studiava senza soste da trent’anni. Mi sembrava avere la stessa sacra ossessione di Senna per i motori; ho ascoltato una intervista di qualche anno fa nella quale gli veniva chiesto come mai studiasse ancora la chitarra in maniera costante e disciplinata, quotidiana. Pino Daniele rispondeva a questa banale domanda, con naturalezza, ricordando che suonare era il suo lavoro e che lo studio dello strumento era la cosa più ovvia che potesse fare. Credo che questa ossessione gli abbia risolto l’esistenza fornendogli uno sbocco di felicità. Le collaborazioni con alcuni tra i più grandi musicisti testimoniano la sua meravigliosa capacità tecnica.

In realtà di musica non capisco nulla; non suonando la vivo solo attraverso le emozioni che mi restituisce.

Perché è stato così grande ed importante Pino Daniele?
Secondo me per due motivi.

Il primo motivo è stato individuato Federico Vacalebre, in un articolo apparso sul Mattino il giorno successivo alla notizia della scomparsa: Pino Daniele ha portato la musica napoletana nella modernità. La musica napoletana, la canzone napoletana, non è una cosa qualsiasi: è un pezzo fondamentale della cultura e dell’immaginario collettivo dell’intera nazione. Quando Tazio Nuvolari vince, inopinatamente, un gran premio in Germania negli anni trenta ed i tedeschi si accorgono di non avere a disposizione l’inno nazionale italiano suonano, semplicemente e naturalmente, O’ sole mio. Oggi è scontato che tutto ciò sia declinabile anche in chiave moderna, è scontato che Napoli e la sua cultura non sono soltanto un immagine di una cartolina di inizio secolo, che la sua poesia abbia trovato note più consone ai tempi, moderne ed adesso anche post-moderne. Questo è il vero merito di Pino Daniele: aver trasferito le energie poetiche e musicali, che hanno da sempre caratterizzato Napoli, nell’era della modernità, recuperando sonorità tradizionali in fusione con la musica proveniente dagli States.
Questo credo valga per la musica, vale soprattutto, e di questo ne sono certo, per la poetica. La declinazione di Napoli in chiave moderna non era per niente scontata quando Pino Daniele incomincia ad incidere la sua musica, verso la fine degli anni settanta. Ha contribuito in maniera fondamentale a riaffermare il nome di Nea polis, di questa città, fucina di energie artistiche assolutamente unica, destinate a sprigionarsi in tutto il mondo. Aggiungerei che, oltre la musica, ha portato la cultura napoletana nella modernità. Vi sembra poco? Quanto avrebbe perso l’umanità se questa città fosse stata relegata ad un immagine di cartolina del passato?

Il secondo motivo è che ha scritto dei versi meravigliosi. La canzone che in assoluto mi piace di più è “Donna Cuncetta”. Credo che sia la canzone più vicina alla tradizione della sezione della musica napoletana (e non) definita come popolare, che ha la sua massima espressione, infatti, nella Nuova Compagnia di Canto Popolare. Sia la sonorità che il testo mi richiamano alla mente alcune opere della NCCP.
Inizia con i seguenti versi:
Donna Cunce parlate
Onna Cunce dicite
o tiempo d’e cerase e gia fernuto
D’int a stu tuppo niro
Ce stanno tutte e paure
E nu popolo ca cammina sott’o muro.

Anche il personaggio di Donna Cuncetta richiama la tradizione: si tratta di una donna anziana e stanca che in un passaggio della canzone richiama le sue profonde energie giovanili, adesso trasformatesi in saggezza e cultura popolare. Almeno questo intravvedo io nella canzone. Ma ciò che mi piace di più in questa poesia è  l’immagine del tuppo nero: la traduzione di tuppo è acconciatura da donna con capelli raccolti tipo chignon. La vedo davanti agli occhi questa signora anziana con la sua crocchia di capelli neri, la immagino vestita completamente di nero, con uno sguardo profondo e furbo. Nel suo tuppo ci sono tutte le paure di un popolo che cammina rasente i muri. Che immagine crudele e meravigliosa del popolo napoletano, popolo fregato da sempre da tutti: fregato da Masaniello, dagli spagnoli, da Championnet, da Murat, dai Borbone, da Garibaldi, dai Savoia, da Mussolini, dai democristiani, dai socialisti, da Lauro, da Bassolino, da Berlusconi, da De Magistris e forse anche da de Laurentiis. Popolo ingenuo e furbo allo stesso tempo, che quindi decide, come si dice volgarmente, di camminare sotto il muro per evitare altre fregature. Un popolo che cammina radente i muri, come fanno le zoccole, animale schifoso ma furbissimo, perfetta configurazione dell’istinto primordiale di sopravvivenza. Sembra di vedere davanti agli occhi una moltitudine di poveracci che percorre i vicoli senza luce che intersecano il centro della città, in cerca di cibo e sopravvivenza, tutti in marcia radendo le mura della città. Una descrizione crudele e profonda, di pancia ma apparentemente meditata. La definizione più moderna mai proposta del popolo napoletano.
Addio talento immeritato, ciascuno di noi serba dei ricordi in cui è presente la tua meravigliosa poetica.
Vittorio Fresa

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article