Poesia, balsamo e fuoco rovente. A colloquio con Mariangela Gualtieri

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Abitualmente scrivo qualche riga per introdurre la persona con cui sto dialogando. Con Mariangela Gualtieri mi limiterò all’essenziale. Desidero che siano le domande e le risposte a interagire tra loro, a fornire atmosfere e significati.
Mi limiterò a qualche scarna osservazione.
Quella di Mariangela Gualtieri è poesia. Leggerla è un balsamo, anche quando tocca temi roventi. È un balsamo perché porta con sé la possibilità di accostarsi a quel fuoco.
La Gualtieri non usa parole dotte come accade con Mario Luzi, altro poeta che amo. Lei usa le parole che di giorno e di notte usiamo quando siamo a colloquio con noi stessi, quando ascoltiamo i bambini. Ecco di quelle parole avevo bisogno. Quelle parole hanno la capacità di risuonare dentro di noi. Commuovono ed emozionano.

Mariangela Gualtieri ©Melina Mulas

Le parole di Mariangela Gualtieri sono parole da custodire.

Come ha vissuto la quarantena e questa lenta ripresa delle relazioni?
È stato un tempo intensissimo, colmo di dolore e di gioia. Il dolore riguardava soprattutto le vite degli altri, la sofferenza degli altri nel mondo intero, lo sgomento di quanto veniva e viene messo in evidenza dal virus, e cioè che si è rotta l’alleanza fra noi e l’armonia ritmica del pianeta. Questo mi atterrisce. La gioia derivava dal fatto che vivo in campagna e questa è stata una delle primavere più belle, luminose, profumate, silenziose della mia vita.

Da bambina voleva fare la poetessa? Come è arrivata alla poesia?
Ho cominciato a scrivere versi molto presto, alle elementari. Poi un’amica di mia sorella, più grande di me e che mi sembrava molto in gamba, mi ha derisa e io ho smesso di scrivere, per tornare poi a farlo a quarant’anni. Credo di essere stata in esilio fino ad allora. Mi sono mancate le parole fino a quando non ho cominciato a scrivere. Come è accaduto non credo sia importante, certo è accaduto e mi ha salvata, mi ha messa del tutto al mondo, come se prima fossi nata solo per metà.

Parole semplici, modeste, vere.
Questa è la sensazione che ricavo in prima battuta dalle letture dei suoi testi fatta da Maddalena Crippa.
Seguo la lezione di Dante, prendo su di me le sue ambizioni: scrivere le cose più alte con la lingua più bassa, scrivere il Paradiso con la lingua delle muliercule, la locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant. È davvero una grande lezione, non solo per l’idea che la poesia debba e possa arrivare a tutti, debba e possa essere patrimonio di molti, ma soprattutto perché c’è la convinzione che in quella lingua bassa ci sia una radice vitalissima, più vicina al nome segreto delle cose, più dentro la vita e la sua voce segreta.

È un balsamo per l’anima ascoltare le sue parole. Non usa assonanze strane, parole dotte. Usa parole semplici. Usa le parole che userebbe mia madre mentre pettina il cane, accarezza un bimbo, sorride a qualcuno. Questo la fa grande. Esprime la nostra voce più profonda con parole comuni. Sono parole che diventano ardite quando si accostano con pudore ai temi che, se sfiorati, procurano dolore e gioia a tutti noi.
Perché ha scelto questo tipo di linguaggio? Per indole o per necessità? O è stata scelta da questo linguaggio?
Il linguaggio si sedimenta in noi e accoglie ciò che abbiamo vissuto, incontrato, studiato, amato, e registra anche il contrario, anche gli appuntamenti mancati, le lacune che portiamo in noi. Fa parte del nostro sentimento ritmico, della musica che portiamo in noi. La mia lingua rimescola l’italiano forbito di mia madre e il dialetto romagnolo e ancor più l’italiano di chi abitualmente parlava dialetto. Mi riferisco alla lingua delle mie nonne, due vecchie con le quali ho trascorso buona parte della mia infanzia e che parlavano una lingua favolistica e favolosa, in obbedienza a mia madre che aveva imposto loro di parlare italiano coi bambini di casa. Loro ci provavano, con molta fierezza, con molta convinzione che quella loro bizzarra traduzione dal dialetto fosse l’italiano. Io credo fosse in realtà una lingua molto più viva, piena di invenzioni linguistiche felici.

Quale rapporto ha con le parole? Ne va a caccia o vengono a trovarla?
A pagina 19 di “Quando non morivo” pubblicato, per Einaudi lei scrive:
Appostata. / Amazzone che aspetta le parole uccello / parole prede. Ma non le ucciderò. / Solo per poco le afferro – le adoro
C’è in me qualcosa continuamente in attesa di parole. Credo sia una nevrosi, la nevrosi di ogni poeta. Tutto in me è teso verso quell’ascolto, quell’arrivo, quell’accoglienza, e quando accade che le parole arrivino, è davvero una gioia piena, e allo stesso tempo vi è una incredulità, una profonda sorpresa, come se le parole emergessero da un punto sconosciuto e immenso. Poi c’è quasi una adorazione quotidiana delle parole: mi piace molto leggere il dizionario di italiano, non tanto per scoprire nuove parole, quanto per precisare quelle che usiamo. E quando arriva una parola più vicino delle altre, magari una parola ordinaria che esce per un attimo dal suo guscio e rivela un suo bagliore, allora provo la gioia di chi scopre un tesoro, ma anche il terrore di chi si trova davanti ad un abisso.

A pagina 10 di “Quando non morivo” pubblicato, per Einaudi lei scrive:
Si cade a volte / in un lutto senza cadavere.
Parla della depressione? Che rapporto ha con la depressione? Non pensa che la depressione sia la grande disabilità taciuta dei nostri tempi?
La depressione può diventare una risorsa?
Credo che tutto possa divenire una risorsa, o forse quasi tutto. Mi capitano, come a tutti credo, giorni di una tristezza profondissima e senza motivo, come se il dolore del mondo mi visitasse e chiedesse a me di essere sorretto per un certo tempo, smaltito da me, anche da me. Per fortuna quel tempo è breve. Dunque una depressione breve che si risolve abbastanza rapidamente. Io ne provo vergogna perché mi sembra di aggiungere un carico di dolore al carico già enorme del mondo. Ma so anche che quel dolore segnala una profonda vitalità, qualcosa che in me è sacrificato e chiede espressione. Ed è anche una consonanza col dolore degli altri.

Depressione rimanda a fragilità, fragilità indirizza alla morte.
Sempre dal titolo del volume “Quando non morivo” traspare l’idea della morte. Poi ne scrive in alcune poesie. Come a pagina 29, Varcherò la fessura del nero.
O a pagina 57, Benvenuto a te che fai del morire / un’epopea di colori.
Quale rapporto ha con la morte? Pensa che la poesia possa aiutarci a conciliarci con l’idea della morte?
Penso alla morte come una grande avventura, la più grande e sconosciuta. Ne sono curiosa. La penso come passaggio, come nascita ad un altro modo dell’essere. Tengo con me alcuni versi di Betocchi sull’idea che nell’universo “c’è solo vita, niente altro che vita”.

Nelle sue domande a Maria c’è l’afflato del credente e la rabbia di chi vede il femminile strumentalizzato, o entrambi?
La purezza, nel senso in cui comunemente la si intende, rispetto al corpo di una donna, nasce da idee che a me sembrano tutte pessime idee. La purezza è per me qualcosa che riguarda soprattutto il pensiero, riguarda la consonanza con l’armonia ritmica del mondo e quindi la sospensione del pensiero. Quando il pensiero riesce a sospendersi allora arriva l’angelo e annuncia un grande concepimento, un concepimento divino. Infatti, secondo Eckhart, gli angeli non sanno nulla del pensiero.

Gianfranco Falcone

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