Poesia e ribellione per uno spartito. A colloquio con Militant A

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Sabato 28 settembre gli Assalti Frontali si esibiranno in una serata unica alla cascina Torkiera di Milano. Sarà una serata non solo di musica, ma di dibattiti, cena vegana e giocoleria. Ma se non volete perdere gli Assalti Frontali trovatevi alle 23 in cascina, e tenete a mente l’indirizzo esatto: Piazzale Cimitero Maggiore 18. È quell’edificio colorato in un angolo della piazza.
Gli Assalti Frontali hanno aderito all’appello di Abbatti le Barriere. Saranno in cascina per dare il loro supporto ai progetti di un gruppo di amici in carrozzina e non.
Saranno insieme con Abbatti le barriere, per non abbattersi, e abbattere le barriere.
Quale occasione migliore allora per un’intervista a Militant A, nome d’arte di Luca Mascini, che insieme a Pol G e Bonnot costituiscono la storica formazione?
La prima domanda è semplice. Non altrettanto scontata la risposta.

Da dove deriva il tuo nome d’arte: Militant A?

È un nome che appartiene alla mia storia. A quando ho iniziato a fare musica circa trent’anni fa, adesso ne ho cinquantatré. Quel nome per me rappresentava l’idea che avevo della musica, dell’arte, della scrittura. Volevo scrivere e partecipare alla vita pubblica, raccontando le cose come le vedevo, in modo diretto, chiaro. L’idea del militante è l’idea di chi trasforma il pensiero in azione e l’azione in pensiero. Rappresenta il mio cercare di raccontare quello che faccio e fare quello che racconto.
Questa è l’idea che avevo, e che mi ha accompagnato in questi trent’anni sia rispetto al nome di Militant A sia rispetto al nome di Assalti Frontali.
La A sta per Avana, come la città. Perché evoca un luogo rivoluzionario, dove era avvenuta veramente una rivoluzione. Dove erano avvenute delle cose concrete.

Le risposte di Luca sono semplici, lineari, chiare, senza fronzoli. Usa le parole di tutti i giorni. Non sono altrettanto semplici i contenuti che passa. Si avverte subito che sono il frutto di un’anima inquieta, alla ricerca del suo personale Santo Graal.
Continuo con le domande.

Ci sono due delle tue canzoni che amo particolarmente: Sono cool questi Rom e Cattivi maestri. Vuoi parlarne?

Sono cool questi rom l’ho scritta in un periodo bellissimo vissuto dentro la scuola di Simonetta Salacone [1] a Roma, alla periferia sud-est, al Casilino, Centocelle. C’è stata una bellissima esperienza di inclusione di un gruppo di Rom che vivevano in un campo spontaneo, che è stato sgomberato. La scuola aveva partecipato a tutte le vicende cercando delle soluzioni per i bambini. I genitori e tutta la comunità era uscita dalle classi, dalle mura della scuola per andare a trovarli. Erano diventati veramente amici. Loro mi avevano commosso, perché nonostante vivessero una situazione difficile erano sempre col sorriso. Per questo i versi:
Sembra in difficoltà ma poi è lei che ci consola.
Volevo proprio raccontarli, ma non in modo triste, pietistico. No, no. Doveva essere una canzone allegra, bella, a cominciare dai loro nomi. Così ho scritto:
Ecco che arriva Magdalina, Mariana, e Cristina, Florina e Florentina, sempre col sorriso allegro di mattina e poi Lucica e Sandicca, Helena e Nicoletta.
Sono nomi che sembrano rigogliosi, rimandano alla natura, alla vegetazione. Sanno di una vita sotto le stelle.
Certo è un aspetto, ma era quello su cui volevo premere. Ed è un aspetto che ha premiato. La canzone funziona.
Eccome se funziona. Mentre Luca parla ci porta con sé, sotto le stelle. Ci trascina con la sua capacità affabulatoria da antico cantastorie, da aedo che racconta la vita che scorre, e ce ne fa partecipi.
Luca continua a raccontarsi, a raccontare i suoi testi con la sua voce pastosa, dall’inconfondibile cadenza romanesca.
Cattivi maestri è il segno dell’evoluzione che ho avuto in questi trent’anni.
Da ragazzo vedevo la scuola come una prigione da cui scappare. La vedevo come la vedono in fin dei conti un po’ tutti ragazzi. Invece, nel corso degli anni, facendo il giro del tempo, ritrovandosi con i figli in braccio, conoscendo delle persone meravigliose a scuola, delle maestre fantastiche, questa visione si è ribaltata.
Anche perché la scuola è il prodotto di 200 anni di lotte, portate avanti perché tutti ragazzi avessero pari opportunità, avessero accesso al sapere come base dell’emancipazione. Quindi ho cercato di trasmettere tutto questo attraverso molte delle mie canzoni. Ho cercato di trasmettere l’amore per la conoscenza, per la voglia di sapere. Ecco perché i versi:
andate nelle scuole, formate i collettivi
andate nelle scuole, andate nelle scuole
ne ammazzano più dieci penne che dieci pistole.
Ecco la scuola è qualcosa da rivalutare, da sentire come propria, non come un luogo da cui scappare, come una prigione.

La conversazione con Luca è fluita liberamente. Lui con la sua voglia di raccontare. Io con la mia di ascoltare. La sua è una storia da ribelle. Ma d’altronde anche i partigiani un tempo non erano chiamati ribelli? La storia musicale di Luca è in bilico tra poesia e rabbia, una rabbia mai gratuita, necessaria.
Abbiamo parlato di molte cose.
Mi ha racconta delle differenze tra il suo rap e la trap. Diversi i riferimenti culturali.
La trap enfatizza la corsa al denaro, al successo, ostenta, i soldi, i rolex, le troie. Linguaggio proprio diverso dal rap, che chiama le donne sorelle.
La trap lontana dal rap, ma figlia legittima che nasce dalla stessa voglia di raccontare storie, di metterle in parole. Voglia che nasce dalle medesime radici, il ghetto urbano di New York, dal Bronx. Dove prima gli afro americani, poi gli altri, decidono di trasformare le proprie vite in opere d’arte. Erano gli anni Ottanta.

L’energia che c’era in quegli anni era pazzesca. – mi spiega Luca – ragazzi che facevano i graffiti, la break dance, cantavano, ballavano. Tant’è che tutti i produttori del mondo andavano a vedere che cosa succedeva là. Sembrava una rivoluzione, che portava valori forti all’interno della comunità. Valori come pace, unità amore e divertimento.
Erano queste le parole d’ordine: Peace, Unity, Love, Fun.
È riprendendo queste ultime parole che mi preparo alla domanda successiva.

Peace, Unity, Love, Fun, ma anche tanta rabbia. Che cosa ti sostiene nel continuare a ad avere questo approccio di rottura nei confronti del sociale? Nel prendere una parola così così netta, così chiara, in un’epoca così ambigua?
Mi piace la risata di Luca quando una domanda in qualche modo lo colpisce. È una risata fresca, ingenua e ironica insieme, che lascia trasparire le emozioni. Ride anche questa volta prima di rispondere.
Me lo chiedo anch’io. A volte sento questa rabbia tremenda… Che poi io sono anche una persona molto mite. Però sento questa rabbia grandissima per alcune situazioni. Per fortuna tanti anni fa ho avuto modo di capire che potevo trasformarla in arte. E trasformandola, mi sentivo meglio. Diciamo che è una strada per cominciare a stare meglio io. E poi per comunicare carica e affettività agli altri.

Ma Luca non è soltanto il cantante che scrive la maggior parte dei testi di Assalti Frontali. Luca è anche un autore di libri. Recentemente è uscito il suo quarto testo, dal titolo Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo. Qui parla della malattia che l’ha tenuto lontano per molti mesi del mondo della musica. Luca ha sofferto e soffre di acufene. Malattia da non sottovalutare per niente e che affligge molti musicisti. Una piccola cicatrice si forma sulla coclea, il centro dell’udito. E da lì ogni suono diventa una tragedia del corpo e della mente. Per fortuna Luca è riuscita ad andare al di là della malattia, e a creare ancora tantissima bella musica.
Una delle canzoni a cui è più affezionato è Il lago che combatte. È una sorta di ballata contro palazzinari, contro chi attenta al verde pubblico. È un forte inno pacifista in difesa della cosa pubblica, del verde che vuole riappropriarsi della città. È la storia di un lago che sorge a Roma, in pieno centro, vicino a Porta Maggiore. È una canzone ancora una volta di lotta, e anche d’amore per la sua città, Roma. La canzone canta una comunità che difende un polmone di verde, un lago naturale, sorto improvvisamente dopo scavi abusivi effettuati per un centro commerciale. È un lago che vuole vivere, con i suoi pesci, i suoi alberi, la voglia della gente di incontrarsi.
Ma ascoltiamo i suoi versi.

 

Palazzinaro amaro
Sei un palazzinaro baro
Per tutto il male fatto a Roma
Adesso paghi caro
Al funerale del tuo centro commerciale
È bellissimo vedere
Il nostro lago naturale.
Tante gli argomenti affrontati con Luca, si va dal suo stile di scrittura che cerca la semplicità, al rapporto con i figli, e tante tanto altro. Ma per oggi ci fermiamo qui.
Chiudiamo con i suoi versi.
È stato bello? Avoija! È stato bello? Avoija!
E lo rifamo? Avoija! Avoija!

Gianfranco Falcone, http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it

[1] Storica dirigente scolastica romana che si è sempre battuta per una scuola inclusiva assumendo ferme posizioni anche pubbliche.

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