Poesia in bilico. Il passaggio alla poesia contemporanea (III)

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La nuova Poesia contemporanea in generale e poi “digitale” è il “nuovo” in tutti i sensi nell’ambito della Poesia di sempre, soprattutto nei riguardi della Poesia dell’ultima metà ‘900 e soprattutto del nuovo millennio. Quindi della “cultura” globalmente compresa. Pregressa e nuova. E della quale è solo un aspetto. Non certamente tecnologico, o solo apparentemente di supporto. È, invece, il principale segnale sintomatico rispetto agli altri eventi della trasformazione contemporanea globalmente intesa.

Ogni nuova civiltà in ingresso si appoggia necessariamente ad un nuovo substrato “culturale”, più o meno in continuità con il precedente. Ovvero in rottura con lo stesso.
Dentro di sé esiste sempre un contenuto di progresso tecnico-tecnologico, che ne costituisce la sostanza e la  garanzia ante e post, al tempo stesso, e il suo trampolino di lancio.
L’incertezza che caratterizza in modo vistoso questa nuova “era contemporanea“, e che accompagna parallelamente tutte le sue manifestazioni artistiche – prima fra tutte la Poesia, come immediata esplicitazione verbale e non solo -, è da taluni vista come il primo segnale della entrata in crisi di tutti i valori precedenti, ma anche il destino implacabile della cultura di ciascuna epoca, che si trasforma, si evolve e/o sostituisce in modo più o meno travolgente il precedente.

Il “contemporaneo” sconcerta per il suo caos indecifrabile, prova inevitabile di cambiamento e di scontato disagio del trapasso. Tra una civiltà che passa e la successiva che arriva, auto-definendosi in un nuovo scenario. Dovendo comunque dare tempo al tempo. Anche se, nel caso del “nuovo contemporaneo“, è proprio il “tempo” la variabile più incerta e relativa. Esso stesso rappresenta uno degli aspetti più emblematici del nuovo nocciolo culturale complessivo.
Il “tempo contemporaneo“, succeduto alla precedente prevalenza culturale del parametro “spazio”, si impone come primario elemento di nuova strutturazione culturale generale e particolare, facilitata dalla evoluzione scientifica-tecnologica.
Il “tempo contemporaneo” è oggi il tutto, o niente, che governa comunque un nuovo modo di “scorrere”. Attraverso il digitale. Quindi ovunque, senza più il disagio degli spostamenti reali. Più veloce e più lento al tempo stesso. Perché trasla incessantemente la condizione e il significato della “continuità” classica. Con una nuova “discontinuità digitale“.
Di uno stare in modo instabile. Ovvero dalla bilocazione fino alla multi locazione.

Il “tempo” travisa, trascinandolo appresso, il nuovo senso artistico contemporaneo. In primo luogo, la Poesia, togliendo la percezione di “attualità” perenne del precedente stato.
Questo è ancor più visibile nella nuova Poesia contemporanea. Anche se la grande Poesia classica, per la verità,  prendeva essa stessa le distanza dal “tempo”, pur, comunque, riconoscendolo. Oggi la nuova Poesia contemporanea ci fa viaggiare senza limiti, attraverso le nuove tecnologie digitali di ricontestualizzazione e ipertestualizzazione, “in tempo reale”. Ci sembra che il tempo classico sia addirittura scomparso.
Illusione o solo travisamento. Uno spostamento a-temporale di nuova portata, anche rispetto alle stesse emozioni impalpabili di sempre, dei suoi scenari, delle sue ambientazioni. Oltre gli acquisiti concetti di generico “tempo astratto“, entro cui comunque restava il concetto temporale omologo.
La “Poesia contemporanea”, in questo nuovo mondo di trasposizione concettuale, pur non essendone un fattore costitutivo del processo, è comunque un “sensore rilevatore” non indifferente. Come sempre è la Poesia la “superficie visibile” dell’anima. Che scoperchia e spiega ogni sensazione, di gioia, di dolore, di antico e di nuovo. Di tutto. Come già accade con la Poesia contemporanea.

Uno dei primi fenomeni caratteristici della stessa “Poesia contemporanea” è il recupero simultaneo spinto dei cinque sensi fisici, quelli tradizionali, pur da sempre utilizzati in una certa associazione, ma con effetti in sequenza.
I nuovi sistemi digitali operano una maggiore, o totale, sintesi, aggiungendo altre nuove sensazioni, che abbiamo deciso di chiamare “virtuali”. Come se poco avessero a fare con la loro realtà materiale e sensoriale. Pura fantasia, o altri “sensi” aggiuntivi, che si aggiungono ai cinque di sempre? Forse. Nuovi strumenti virtuali che ci riportano, sempre ed ancora, alla realtà effettiva o immaginata, come realtà duale. Ritorniamo comunque ai cinque “sensi” classici, travisati, con la sensazione di manovrarli più facilmente, con velocità maggiore. Tanto da esclamare che “sembra tutto vero”. Subito. Con facilitato impegno della selezione.
Questo fenomeno traspositivo è, ovviamente, più facile proprio con la Poesia. Per la verità di qualunque tipo. La parola viene prima di tutto, anche se in modo più complesso. L’Arte segue.
La “Poesia contemporanea” aggiunge, così, alcune peculiarità speciali, aggiuntive (per modo di dire). Riconosce più facilmente il “momentaneo“, il “sensazionale“, il “parossistico“. Si autobrucia subito. In attesa di nuove e subitanee emozioni, espresse in modo più o meno aulico. Sempre piuttosto graffiante e pungente, forse per sottolineare comunque un nuovo disagio di fondo.
Impregnata di riferimenti “autobiografici” temporalizzati. Idolo illusorio, comunque, di un nuovo isolamento individuale. Che riconosce solo la propria storia presente concettualmente traslata.

Oggi siamo più “singoli” prima che individui, invece che “individui” prima di singoli, come una volta di tanto “individualismo storico”. Rimangono solo gli attimi sublimati o decantati. Il presente stesso sparisce.
Nella Poesia contemporanea il “tempo” diventa, allora, un parametro spostato, modificato, con conseguente equivoco psicologico.
È in peggiori condizioni il parametro “spazio”. Anzi sembra che questo sia più propenso a sparire nella totale immagine di se stesso (realtà virtuale).
Esisteva appena ieri l’avanzamento culturale cosiddetto “spazio-temporale”, uno stimolante processo di iniziale accelerazione parametrica, culturalmente più integrata, e che oggi si trasforma, invece, in una vera e propria preminenza del “tempo” sullo “spazio”. Un “tempo” diverso, se non sfumato, mobile, traslato, come detto. Possediamo più facilmente lo “spazio”, ovunque sia, con  visioni di un “tempo” che fa avanti ed indietro, con piccoli click.
Fra non molto potremo vedere su schermi smaterializzati (pareti e soffitto delle nostre stanze più riservate) scene di qualsiasi spazio o luoghi lontani in tempo reale, vissuto sul momento. Il “turismo digitale“. Quindi lo “spazio” come una conseguenza del “tempo”. Non più viceversa.
Tutto questo starà più visibilmente nella “Poesia digitale“, con essa più congeniale, toccando più a fondo gli stati delle emozioni più profonde. In essa è sempre stato più facile eliminare, sovrapporre, o invertire gli ordini logici del tempo e dello spazio, o di qualsiasi altra sensazione.

L’intera trasformazione e trasposizione è regolata, quindi, dal nuovo “Imperatore digitale”. Quello buono, ma anche quello cattivo. Quest’ultimo da molti interpretato come una specie di “Digitale patologico“, autistico. Tutti curvi sul proprio Tablet o sul minuscolo Smartphone. In solitudine totale  equivoca. Il nuovo individualismo autobiografico sembra solo una reazione inconscia, in contrapposizione al crescente “global”. Non più individualismo intellettuale, come nel passato, ma una nuova solitudine personale (non intellettuale). Nonostante l’ampliamento smisurato dei nuovi rapporti e relazioni possibili attraverso i nuovi canali digitali. Sempre più essenzialmente virtuali.
Questa nuova condizione non solo è determinata dal rapporto in esclusivo con il proprio computer, tablet, o smartphone, ma anche dalle paure del nuovo. Come se volessimo evitare di guardare fuori, anche oltre i nostri stessi strumenti tecnologici digitali.
Tanta “Poesia contemporanea”, quella degli ultimi giorni, esprime proprio questa paura, che diventa sempre più globale, ed anche sempre più introversa. La Poesia, qualunque sia, manifesta, infatti, subito gli umori del momento, buoni e cattivi. Come simil “manifesto”, incollato sui muri della nostra fronte, per dire quello che c’è dietro.
Tante paure individuali convergono in un superiore “panico globale“, trasferito all’immagine di un intero pianeta in crisi. Anche per colpa nostra. Ma non solo. Sullo sfondo sono gli avvenimenti ciclici, incommensurabili, delle inevitabili modificazioni planetarie, più forti di noi.
Ci ammorbidiscono il colpo con il “glocal“, una specie di ritorno e di gioco di va e vieni tra il “locale” e il “globale” (globale+locale =glocal). Dal globale non riusciamo più a liberarci. Ci ha incastrato una volta per tutte? Sarà il “Glocal” a salvarci? Anche questa potrebbe essere un’ulteriore illusione contemporanea, che dobbiamo chiarire il più presto possibile. Guardare il “locale” senza pensare al “globale”, e/o viceversa. Forse tutto sta davvero in una nuova proiezione indefinita, reciproca, spostata, alternata, che la nuova cultura “contemporanea” ci propone o ci impone.
Il difficile è guardare lontano e oltre, con gli apparati-occhi di sempre, che sanno vedere solo vicino. Attenti! Ogni introspezione ristretta, dicono, ci induce a perdere i vantaggi della sinergia totale. A meno che queste nuove formidabili capacità iper-umane, digitali, non siano rimesse alla Poesia di sempre, e contemporanea, che tutto può di fisico, di concettuale, di magico.
A meno che guardare vicino e lontano insieme, non determini un inaspettato uso iperuranico dei cinque e più sensi. Un po’ come la favola dell’Alieno, dotato di cento e più sensi, che venendo sulla terra non riusciva a comunicare con i terrestri dei cinque sensi e uno per volta.
È proprio questa la nuova solitudine e dramma globale che oggi leggiamo come “infelicità globale“. Non siamo più sicuri di quello che succede fuori, soprattutto alla scala smisurata che non possiamo più misurare. Se non all’interno dei cento e più sensi simultanei del “digitale”, che in questo ha già superato la nostra umana capacità di sempre. Andiamo avanti pur restando sempre al punto della nostra fisicità pregressa. Con pericoli incombenti di farci prendere la mano. Superati dallo stesso digitale. A meno che non diventiamo bionici e sul serio, perlomeno controllando dall’interno. Il “Local” ristretto di una volta rappresentava il nostro intero mondo dell’informazione tramandata fisicamente da uomo a uomo. Ora tutto è dominato dalla informazione automaticamente acquisita. Che viene da lontano, stando al di fuori di noi stessi.
Fintantoché il digitale ci lascerà in bilico tra il dentro e il fuori, il vicino e il lontano, tra tempo reale finito da una parte e/o “streaming” incessante senza tempo dall’altra, non potremo conoscere la nuova “felicità del futuro”. E non entrando davvero nella nuova era contemporanea, che non è detto che sarà inquietante. Magari ristabilendo omologhi rapporti interpersonali, sia pure oltre i confini dello spazio e del tempo e nonostante i nuovi strumenti digitali.
La fisica quantistica, dicono, ci porterà dove vogliamo, in tempo reale e spostarci in mondi paralleli del passato o del futuro. O portarci in un nuovo luogo fantastico dove riconquistare tutto e altro.
Ma questo la Poesia di tutti i tempi già lo ha sempre fatto.
Solo la Poesia ci salverà. Qualunque sia.
Eustacchio Franco Antonucci

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