Politica ebraica di Hannah Arendt. Intervista a Clemens-Carl Häerle e Antonella Moscati

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“Politica ebraica” raccoglie saggi e interventi, tutti inediti in Italia, tranne uno, che Hannah Arendt ha prodotto nel periodo dell’esilio parigino e nei primi anni del soggiorno in America.  La riflessione e l’analisi sul pensiero della Arendt si arricchiscono di molti spunti e, ancora più chiara e netta, è la forza della sua riflessione sull’essere ebreo, sulla genesi dell’antisemitismo e sulla condizione di esule.
Su questi temi, abbiamo intervistato il professor Clemens-Carl Häerle dell’Università di Siena e Antonella Moscati, autori della postfazione al volume.

Una raccolta di scritti come “Politica ebraica” aiuta a ripensare nel complesso le analisi di una pensatrice radicale e lucida come Hannah Arendt, un’ebrea a tratti ingombrante.
Quali nuovi contributi e stimoli possono venire da questi testi, quasi del tutto inediti in Italia?

Ciò che in questi testi appare con evidenza è qualcosa di cui avevamo certo il sentore ma che forse finora non era venuto ancora completamente in luce: il fatto che l’esperienza del nazismo e della persecuzione degli ebrei è stata il laboratorio in cui si sono formati i presupposti e i concetti chiave della filosofia politica di Hannah Arendt.
Che fare quando l’avversario politico diventa un nemico che cerca di ucciderti? È questa la domanda che percorre come un filo rosso gli scritti degli anni ’30 e dei primi anni ’40 e alla quale una “politica ebraica” è chiamata a rispondere.
Nel confronto con i marxisti, che negavano l’esistenza di una specifica questione ebraica e con il sionismo, le cui proposte non la convincevano, Arendt cerca di delineare gli elementi di tale politica.
Un ebreo può conservare la propria dignità umana solo se può essere uomo in quanto ebreo”, è uno dei suoi assiomi principali.
Anche se dagli anni ’50 in poi, il suo pensiero politico maturo si formerà attraverso la lettura dei pensatori greci, filtrata da una certa eredità kantiana, l’esperienza della persecuzione, con le questioni e le domande che ha posto, resterà sempre sullo sfondo.

Rifacendomi alla postfazione alla raccolta, vorrei interrogarmi con Voi su due passaggi che mi appaiono utili, per una corretta interpretazione dell’evoluzione del pensiero della Arendt.
Vi chiederei di commentare questa semplice frase: “L’esilio trasforma, però, il senso del lavoro intellettuale”.

Per tanti intellettuali tedeschi, ebrei ma non solo, l’abbandono forzato della Germania nazista ha significato una cesura radicale e un cambiamento di rotta nel lavoro teorico.
Nell’estate del ’33 Benjamin comincia a scrivere il primo abbozzo di quella che sarebbe stata Infanzia berlinese; Brecht conosce un momento di forte crisi da cui si riprenderà definitivamente solo nel 1938 con la scrittura della Vita di Galilei; Arendt interrompe la stesura del libro su Rahel Varnhagen e comincia a occuparsi direttamente di politica, lavorando per un’organizzazione ebraica che aveva il compito di promuovere l’emigrazione in Palestina di giovani ebrei esiliati.
Da quel momento in poi, tutto il suo interesse sarà rivolto alla comprensione delle origini e del significato profondo dell’antisemitismo. Il lungo testo inedito su questo tema contenuto nella raccolta Politica ebraica testimonia il forte nesso fra la ricerca teorica e il dibattito politico contemporaneo sul destino dell’ebraismo.

Berlino Memoriale Olocausto
Germania. Berlino, monumento in memoria dell’Olocausto. 2008. Foto Pasquale Esposito
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Il secondo punto che Vi propongo, sempre dalla postfazione, è il seguente: “Lo sterminio, la cui portata le era sconosciuta, secondo la sua stessa ammissione, almeno fino al 1943, cambia però profondamente i termini della questione”.
In che modo evolve la riflessione della Arendt con il diffondersi della consapevolezza della portata della Shoah?

Fino a quella data, le poche notizie che circolavano in America e in Europa sui campi di sterminio permettevano ancora di pensare la persecuzione degli ebrei come un fatto politico e interno allo scontro politico.
C’era la coscienza che tale scontro fosse assolutamente impari, ma si trattava pur sempre di uno scontro politico.
Le notizie, via via sempre meno confuse e sempre più sconvolgenti, che cominciarono ad arrivare a partire dalla primavera del 1942, fanno della deportazione un fenomeno assolutamente inaudito che non può più essere pensato all’interno di categorie esclusivamente politiche.
Per alcuni anni Hannah Arendt, riprendendo un’espressione kantiana, definirà questo terreno che oltrepassa la politica come “male radicale”.

Per una pensatrice così rigorosa come Hannah Arendt, il successo di formule note anche a un pubblico più vasto – penso alla “banalità del male”, alle “origini del totalitarismo” e anche, almeno in parte, alle sue vicende private – non ha fatto correre il rischio di precludere un’analisi più complessiva del suo pensiero?

Il titolo originale del libro del 1963 è Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil (Eichmann a Gerusalemme. Un rapporto sulla banalità del male). Il titolo tedesco del libro del 1952, che Arendt scrisse dopo l’edizione inglese e che è molto più ampio e preciso, è Elemente und Ursprünge totaler Herrschaft (Elementi e origini del potere totalitario).
Nel corso della traduzione/edizione italiana è intervenuta, ovviamente, una certa semplificazione. L’espressione “banalità del male” va presa però molto sul serio. Non si tratta in alcun modo di minimizzare il male, ma piuttosto di “prosciugarlo”, togliendogli ogni profondità teologica per mettere in luce la disposizione soggettiva che caratterizzava molti degli autori dei massacri nazisti: la “thoughtlesness”, un blocco quasi patologico della facoltà di pensare e d’immaginare.
L’indagine sulle origini di questo blocco o di questa paralisi del pensiero sarà al centro della riflessione degli ultimi anni: in Vita della mente e in una serie di saggi pubblicati in Italia sotto il titolo di Responsabilità e giudizio.
Antonio Fresa

Hanah Arendt
Politica Ebraica
Cronopio – Napoli  2013
pp. 306 – € 26,00
Traduzioni di Renato Benvenuto, Fiorenza Conte e Antonella Moscati

Brevi cenni
Hannah Arendt, (Hannover 1906 – New York 1975) con la forza e la chiarezza del suo pensiero, ha contribuito in maniera a tratti irrinunciabile a riflettere sulle pagine più oscure del cosiddetto “secolo breve”.
La sua analisi sulle origini del totalitarismo ha costituito e costituisce ancora un punto di riferimento per comprendere il determinarsi di un fenomeno politico con caratteristiche difficilmente riportabili ad altri momenti della storia.
La “banalità del male”, espressione usata dalla Arendt in relazione al processo Eichmann a Gerusalemme, ha obbligato ad una rilettura della storia dell’antisemitismo e ad una più precisa analisi del male stesso.

Alcune opere
Le origini del totalitarismo (Einaudi)
La banalita’ del male. Eichmann a Gerusalemme (Feltrinelli)
La vita della mente (Il Mulino)
Vita activa (Bompiani)

Film: Hannah Arendt, di Margaret von Trotta, 2012

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