L’incapacità politica di affrontare le emergenze, da quella climatica a quella demografica.

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Ogni epoca segue un paradigma economico e tecnologico che ritiene essere il migliore, anzi l'unica strada per produrre e progresso. Pensiamo all'enorme progresso sostenuto dall'incredibile sviluppo tecnologico degli ultimi duecento anni. Convintamente ne misuriamo i risultati attraverso il valore economico dei beni prodotti e consumati e delle attività finanziarie, tutti inseriti in una unica sommatoria di elementi indistinti, che chiamiamo Prodotto Interno Lordo (PIL), dove inseriamo pane e armi, biciclette e carri armati, medicine e veleni… ed escludiamo, il lavoro domestico, le cure parentali, il volontariato, i servizi ecosistemici, ecc.

In pratica l'economia mondiale è orientata da una asettica annotazione di numeri relativi al capitale economico, che esclude il capitale umano ed il capitale ecologico, e ciò è alla base dell'attuale crisi sistemica che, come una tempesta perfetta, ci sta presentando un conto inaspettato che non pensavamo di dover pagare. A tal proposito è illuminante la definizione di Genuine Progress Indicator (GPI) [1] ideato dagli economisti Herman Daly e John Cobb, che seleziona tutte le attività che contribuiscono al benessere, aggiungendo il valore degli apporti e delle perdite del capitale umano e del capitale naturale che oggi non entrano nella contabilità delle nazioni.

Al calcolo del benessere devono essere sottratti tutti i costi relativi all'inquinamento dell'aria e dell'acqua, agli incidenti automobilistici, la perdita di foreste e di aree umide, l'utilizzo (e quindi la diminuzione) di risorse energetiche non rinnovabili, le emissioni di CO2 e degli altri gas serra, i danni causati dai cambiamenti climatici, ecc. Il risultato è stato che nei paesi più ricchi la riparazione dei danni prevale sulla produzione di benessere e ciò ci autorizza a dire che l'economia attuale è una “economia del danno”, cioè che produce più danni che benessere.

Sommare le varie voci economiche che entrano nella formazione del Prodotto Lordo di una nazione senza tener conto del complesso sistema di relazioni che lega ciascun settore economico a tutti gli altri, alle dinamiche ambientali e sociali, significa oggi banalizzare ciascuna questione ed aggravare la crisi globale che l‘umanità sta affrontando. Lo dimostrano i 27 anni di Conferenze sul Clima (COP) durante i quali i governi mondiali hanno cercato di conciliare il modello energetico basato sulle energie fossili con la necessità di un rapido azzeramento delle emissioni di gas serra; il risultato è stato il raggiungimento di concentrazioni di gas serra che hanno il precedente più prossimo addirittura a 2 milioni di anni fa e che spingono l'umanità verso i peggiori scenari che mettono a rischio la stessa sopravvivenza della civiltà, formatasi negli ultimi 12.000 anni di relativa stabilità climatica.

Questo modo di banalizzare il benessere in un risultato monetario ha portato la politica a muoversi su orizzonti di breve termine: mensile, trimestrale, semestrale, annuale, che rende impossibile muoversi entro scenari complessivi di pianificazione orientata al futuro; lo fanno solo alcuni paesi come il Giappone, la Cina, la Germania, gli USA. Non lo ha fatto in passato e non lo fa oggi l'Italia.

L'attuale governo ci ha già abituati alla frammentazione di problemi reali affrontandoli sempre in un'ottica di emergenza, che raccoglie facili consensi propagandistici ed offre soluzioni parziali, difficilmente praticabili e soprattutto inefficaci.

L', una emergenza vera dichiarata dalla scienza, resa tale dalla inazione di una politica che tende a conservare il modello piuttosto che cambiarlo, viene subordinata al business as usual spacciato come “interesse nazionale”, come se quest'ultimo possa coesistere con il mondo devastato dai cambiamenti climatici senza precedenti disegnati dai diversi scenari elaborati dall'IPCC. Gli effetti già attuali dei cambiamenti climatici, come l'alternanza sempre più frequente di alluvioni e siccità, diventano, in maniera grottesca e paradossale, “emergenza alluvione” ed “emergenza siccità”, prefigurando fiumi di denaro per interventi di riparazione del danno e di adattamento che saranno sempre insufficienti se non ci si impegna in modo proattivo per la stabilizzazione del clima realizzando con l'urgenza necessaria la transizione verso le energie rinnovabili.

Allo stesso modo si lancia una “emergenza ” ignorando che fra guerre per le risorse, e regimi violenti, c'è anche una immigrazione per motivi climatici che entro il 2050 interesserà fra i 150 e i 300 milioni di persone che fuggiranno per sopravvivere. Inoltre, entro la fine del secolo saranno circa 2 miliardi le persone che, a causa dei cambiamenti climatici, non avranno accesso ad acque potabili sicure. Tutto ciò, sempre per evitare di affrontare la radice del problema che comporterebbe la revisione delle politiche di sfruttamento delle miniere di rame, cobalto, contram, bauxite, ecc. esistenti nei paesi poveri dell'Africa e del Sud America ed ancora una volta la transizione energetica per stabilizzare i cambiamenti climatici. Tutto si riduce ad una ignobile quanto inutile organizzazione di un meccanismo burocratico di selezione di chi è utile accogliere come forza lavoro e chi va semplicemente respinto. In prospettiva è come mettere una toppa nella breccia di una diga, per fermare la minaccia dell'acqua che si accumula a monte.

Terzo esempio è la “emergenza demografica”. Nell'anno in cui sono nato, il 1952, la popolazione mondiale era pari a 2,5 miliardi; oggi che ho 70 anni è pari a 8 miliardi. È questo l'intervallo di tempo (una generazione) in cui ha senso parlare di demografia. Poi bisogna chiedersi se l'aumento portentoso che ho vissuto sia un bene o un male, ed allora bisogna chiedersi come vivono oggi gli attuali 8 miliardi di persone e che prospettive hanno per il futuro: migliorare o peggiorare la loro situazione? La pressione esercitata sulle risorse planetarie e le modalità di sfruttamento e distribuzione delle ricchezze, fanno prevedere un futuro nefasto per l'umanità e per l'intero pianeta. Gli studi al riguardo prevedono entro questo secolo i seguenti esiti: crollo della biodiversità, crollo della produttività dei suoli, crisi climatica, crescita della mortalità infantile e della fame, diffusione di pandemie dovute alle precarie condizioni in cui vivrà circa la metà della popolazione mondiale che nel frattempo avrà raggiunto i 10 miliardi. Probabilmente tutto ciò determinerà una inversione della crescita demografica ed un arretramento di tutte le conquiste raggiunte fino a tornare ad una situazione simile a quella di inizio ‘900 [2]. Per evitare questo esito drammatico, dovremmo accettare il concetto di oscillazione intorno ad un valore determinato dallo stato di salute del pianeta, mantenendo inalterata la sua capacità di rigenerazione: la cosiddetta “biocapacità” che compensi la “impronta ecologica”.

La demografia non è un fenomeno statistico che può essere contrastato cercando di raddrizzare confusamente i numeri, come sento in questi giorni dire durante gli “Stati Generali della Natalità”.

Parlare di crisi con aggettivi drammatici solo perché negli ultimi anni ci sono stati 1,9% nati in meno è come parlare di cambiamenti climatici analizzando il bollettino meteorologico. Cinque o dieci anni, in campo demografico, non sono nulla. Più utile sarebbe affrontare i motivi socio-economici, le crisi ecologiche, il modello consumista che propone solo pulsioni e desideri effimeri, e quant'altro – nella nostra società competitiva e poco inclusiva – crei nei giovani una tale incertezza riguardo al futuro da indurli a investire solo nel presente. Gridare al declino delle nostre tradizioni culturali di fronte ad una popolazione mondiale in crescita che preme sui confini dell'Italia, mi fa preoccupare del livello culturale di chi pronuncia simili sciocchezze. Come se la cultura di un paese fosse una questione genetica. Se è questa la preoccupazione, ci si occupi piuttosto di aumentare il livello di istruzione del nostro paese per chiunque vi risieda da qualunque parte del mondo provenga, perché la nostra ricchissima cultura non si perda in Italia ma anzi si diffonda nel mondo.

Da tutte queste emergenze “surreali” l'unica cosa che davvero “emerge” è l'incapacità culturale della politica ad affrontare i problemi complessi che affliggono l'intera umanità e quindi anche quelli del nostro Paese. La politica naviga a vista senza una visione generazionale del futuro.

Andrea Masullo

[1] Talberth j., Cobb C., Slattery N., The Genuine Progress Indicator 2006, Redefining progress, Oakland, CA
[2] Limits and Beyond edited by Ugo Bardi and Carlos Alvarez Pereira, Exapt Press, ISBN 9781914549038 (2022).

 

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