Dalle amministrative a Draghi: la politica ingessata

Quirinale Italia
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C’è da essere preoccupati oltre che sconfortati. C’è da immaginarsi nuove strade, nuovi orizzonti “eco-civici” per rivoluzionare un panorama politico italiano ingessato e polveroso. Alla vigilia delle prossime elezioni amministrative, in differita tra il 15 settembre e il 15 ottobre, che determinerà le sorti politiche di 1.300 Comuni e di città importanti e popolose come Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, si avverte solo un rumore di fondo sterile, su nomine candidati, primarie, nuovi soggetti politici etc. e nessuna visione di futuro concreto e realizzabile. Non ci sono nemmeno gli slogan di una volta, che almeno, sia pur superficialmente, alludevano ad identità politiche e culturali diverse e a possibili “cambiamenti” che potessero avere un qualche esito sull’orizzonte esistenziale di ciascuno di noi.

Del monito di paura esercitato su tutti dalla pandemia, il grido ambientalista legato allo “spillover” di David Quammen e cioè la possibilità del “salto di specie” da parte di batteri e virus che viene favorito dalle politiche sviluppiste globali, nessuna traccia. A livello centrale, il Governo Draghi preme sull’acceleratore dello sviluppo e del PIL, massimizzando gli effetti della montagna di fondi che sta arrivando col “Recovery Fund” e giungendo a riproporre misure accantonate, come le grandi opere in luoghi “insostenibili” (vedi ponte sullo Stretto) o le trivelle nell’Adriatico, entrambe ad alto impatto ambientale. Il tutto bilanciandolo con il Ministero della Transizione Ecologica, che a questo punto pare più una foglia di fico che un reale avamposto sulla sostenibilità delle scelte politiche.

Ma è sui territori, che diventano la cartina di tornasole delle politiche centrali, che si assiste all’afasia di una fase storica che stenta a trovare una classe dirigente degna di questo nome. Capace cioè di indirizzare e sintonizzare le scelte politiche ai sempre mutevoli fabbisogni della popolazione. Ancora, secondo una logica militaresca, le nomine vengono ancora individuate a tavolino dai cerchi magici dei partiti nazionali che, in accordo con i referenti locali, individuano le proprie casematte sui territori.

Dal 2001 i Social Forum Mondiali (WSF), sin dal primo tenutosi a Porto Alegre, hanno contrapposto alla vision dei Forum Economici Mondiali uno sforzo consapevole per un futuro alternativo attraverso la difesa della globalizzazione contro egemonica. Uno spazio aperto, plurale, diversificato, non governativo e apartitico, che ha stimolato il dibattito decentralizzato, la riflessione, la costruzione di proposte, lo scambio di esperienze e le alleanze tra movimenti (non gli azzuffi settari delle nostre Primarie) e organizzazioni impegnate in azioni concrete verso la solidarietà, un mondo più equo, uno spazio e un processo dove costruire alternative al neoliberismo. Nei quasi venti anni di Social Forum, personaggi come Vandana Shiva e persino le istanze dell’Enciclica di Papa Francesco “Laudato sì” hanno trovato spazi di approfondimento e programmi di applicazione concreta. Di questo lascito, di cui tanti si riempiono la bocca, è rimasto poco o niente.

Le deliberazioni, cioè le scelte dei WSF, avvenivano attraverso il metodo del consenso, affrontando cioè i problemi con un approccio collettivo convergente per individuare le idee e le persone più adatte a rappresentarle insieme. Addirittura negli Stati Uniti almeno ci sono i Caucus, momenti di confronto informali dove ci si riunisce per votare i candidati che espongono i loro programmi. Da noi, nonostante la Covid-19, tutto è rimasto come prima, le riunioni, in presenza o a distanza online, sono al massimo per ratificare scelte di persone e programmi fatte altrove. E il vero dibattito, solo virtuale e “plastificato”, avviene sui Social Media e in TV o in piattaforme gestite da associazioni private.
O individuiamo altre strade, con creatività e coraggio, o il futuro appare assai fosco.

Leonardo Ragozzino

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