Popolizio, genio satanasso in Furore

Furore Massimo Popolizio
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L’espressione genio satanasso l’ho rubata alla brava attrice Federica Fracassi. Gliel’ho rubata perché descrive bene la personalità sulfurea di Massimo Popolizio, in scena ieri sera allo Strehler per la prima di Furore. Popolizio è stato assolutamente impeccabile. A un certo punto ho pensato anche che avrei potuto telefonargli per ringraziarlo, poi sono venuto a più miti consigli. Mi sarebbe sembrato di fare dello stalking.

Popolizio sul palco è stato potente e versatile, in grado di restituire con la voce la molteplicità dei caratteri e dei personaggi che affollano le vicende raccontate da Steinbeck. Il suo non è stato un semplice lavoro da doppiatore come ha affermato il mio accompagnatore. Nella voce, nelle movenze, negli accenni, nelle pause di Popolizio c’era la verve di un attore consumato.
Nel portare in scena Furore c’era il rischio che la potenza attoriale di Popolizio potesse sopravanzare e soffocare il testo. Così non è stato. I materiali di Steinbeck da cui prende le mosse lo spettacolo sono altrettanto potenti e stratificati, quanto l’interpretazione dell’attore romano. Inoltre, l’adattamento effettuato da Emanuele Trevi riesce a restituire senza sbavature la complessità dell’intreccio proposto nell’opera di Steinbeck. Non poteva che essere così. Ci voleva uno scrittore abituato a esplorare, a scavare nelle idee, nell’anima delle persone, per giocare da pari a pari con un testo così complesso come quello dell’autore americano.

Si badi bene il punto di partenza non è Furore. Si parte piuttosto dagli articoli scritti da Steinbeck nel 1936 su richiesta del San Francisco News sui fenomeni di migrazione interna che stavano portando verso la California masse di diseredati, scacciati dalle terre degli Stati dell’America centrale in preda alla siccità.
Ho spiato lo spettacolo con l’intenzione di scoprire se e quanto fosse vero quello che Popolizio mi aveva raccontato nella recente intervista. Volevo capire se mi era stata raccontata semplicemente un’intenzione, o se questa intenzione veniva poi rispettata all’interno dello spettacolo.
Devo riconoscere che l’attore romano nel suo raccontarsi è stato sincero. Il suo Furore è un tradimento del testo originario, ma un tradimento necessario per rimanere aderenti allo spirito di scrittura che racconta l’epica di un popolo. A buon diritto Popolizio può qualificarsi come attore epico. Nello spettacolo non troviamo soltanto le avventure di un popolo che si muove lungo la Route 66 e percorre miglia e miglia su furgoni scassati. Troviamo la storia di tutti i popoli che si mettono in viaggio alla ricerca di un futuro migliore. E se sulla Route 66 erano miglia terrestri, oggi per le genti che attraversano il Mediterraneo sono miglia marine.

Alle spalle di Massimo Popolizio venivano proiettate fotografie, spezzoni cinematografici scelti con cura, che facevano da contrappunto alla efficace interpretazione dell’attore. I volti che scorrevano sullo schermo raccontavano il dolore, la sofferenza, la dignità, di gente privata di ogni cosa che si mette alla ricerca di tutto.
L’attore non ha cercato il facile effetto emotivo. È riuscito a restituire le storie individuali e la storia collettiva di un popolo, insieme alla critica sociale che i testi originari di Steinbeck contenevano.

C’è da chiedersi cosa avrebbero fatto allo scrittore americano se fosse vissuto oggi, e avesse detto le stesse cose. Frasi pesanti, frasi vere come “La migrazione non è la causa del male ma è l’effetto”. “A chi si può sparare se alle banche non si può sparare?”. Cosa gli avrebbero fatto oggi se avesse denunciato che i campi erano rigogliosi e colmi di frutti ma che i proprietari terrieri facevano spargere kerosene per evitare che la gente potesse raccogliere senza pagare? Che cosa avrebbero fatto a Steinbeck se avesse scritto e detto oggi che i granai erano pieni ma la gente moriva di fame?

I volti dei bambini e delle donne che sfilavano alle spalle di Popolizio sono i volti degli uomini e delle donne spinti alla disperazione. Giustamente Steinbeck sottolinea che il confine tra rabbia e fame è estremamente sottile, basta un nulla per sorpassarlo. I volti di quegli operai, di quei contadini, che abbandonavano le terre li rivedo nei volti delle madri, dei bambini, delle spose, delle donne che attraversano il Mediterraneo, stuprate prima di arrivare sui barconi.
Aveva ragione Popolizio nel dire durante l’intervista che Furore è un testo epico, e che in un testo epico puoi trovare qualunque cosa, se la cerchi. La questione è che con Steinbeck non si deve neanche grattare troppo a fondo per trovare riferimenti ai tempi attuali.
Mi piace credere che nella scelta effettuata da Popolizio ci sia stato il desiderio di parlare dei nostri tempi.
Non sono d’accordo con chi ha definito lo spettacolo di ieri sera un one man show. Ieri sul palco non c’era soltanto Massimo Popolizio. C’era anche Giovanni Lo Cascio con la sua musica dal vivo. Quella musica non è un sottofondo gratuito. Le percussioni di Lo Cascio hanno giocato da protagonista, hanno dialogato a fondo e in ogni passaggio cruciale con uno degli attori più sofisticati e preparati che oggi calcano le scene italiane.
Grande tecnica quella di Massimo Popolizio, che ne è consapevole. Ma che durante le interviste si propone sempre con estremo garbo, senza istrionismi da prima donna, spiegando, raccontando, criticando con acume e spesso con sorniona ironia.
Grande tecnica quella di Massimo Popolizio che riesce a dar voce agli anziani, ai bambini, agli affamati, ai banchieri, e per ognuno di questi personaggi riesce a trovare il registro espressivo opportuno. Fino a sfiancarci e straziarci nella scena finale in cui Rose…
Di solito non è mia abitudine fare spoiler, ma mentre scrivo mi è necessario. Perché Rose mi è rimasta attaccata alle viscere. Si tratta di un personaggio femminile potente, evocato da una Popolizio in stato di grazia, che ha fatto vivere sulla scena una donna che partorisce un feto morto. Già questo basterebbe a graffiarci gli occhi di pianto. Ma la scena continua. Rose alla fine si avvicinerà a un padre, lo accoglierà in grembo come una madonna in una pietà del 300, e lo avvicinerà al seno per sfamarlo, per allattarlo al posto del figlio nato morto.
Quella scena non era semplicemente letta, non era semplicemente raccontata. Sulla scena non c’era più Popolizio c’era Rose in quell’atto mistico e religioso, in quell’atto religioso e sacro, che soltanto gli uomini, le donne nella loro stupenda e meravigliosa comprensione dell’umano, possono realizzare.

Ricordo che durante una precedente intervista dissi a Popolizio che a teatro amo molto le maschere. Sono loro le vere conoscitrici dell’arte dell’attore. Loro gli autentici critici teatrali, che cerco e ascolto con estremo piacere. Loro conoscono intimamente il teatro.
Anche ieri sera mi sono confrontato con una delle maschere. Una giovane donna di nome Matilda, che mi aveva colpito per l’acutezza delle sue osservazioni. Sollecitata dalle mie domande mi ha detto che sì, lo spettacolo le era piaciuto, ma le mancava l’azione scenica del vero teatro. Si fosse trattato di un altro testo le avrei dato ragione. Nei mesi passati troppo spesso abbiamo assistito a letture e monologhi che ci privavano della vera passione, della vera fisicità del teatro. Non ieri sera.
Ieri sera è stata proprio una serata di Furore.

Gianfranco Falcone

P.s. Grazie Massimo Popolizio.

 

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