Porcupine Tree 2012. Il tempo vola

Octane twisted
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Time flies…il tempo vola. È il titolo della pietra d’angolo su cui era edificato l’ultimo album di studio dei Porcupine Tree, datato 2009,  The Incident…brano che si muoveva entro precise coordinate: «sono nato nel 67, l’anno di Sgt. Pepper e Are you experienced» per sfociare in un tributo ai Pink Floyd di Animals di grande devozione. Steven Wilson, lunghi capelli, piedi nudi su tappeti orientali, chitarra psichedelica, ha due ossessioni: perpetuare la tradizione dei grandi gruppi che hanno scritto la storia della musica rock e il tempo che fugge. Per la prima, ha fondato, alla fine degli anni ottanta, i Porcupine Tree, band inglese di culto, che, letteralmente mattone dopo mattone, si è edificata una invidiabile credibilità artistica al di fuori dei circuiti commerciali, incidendo dischi e suonando dal vivo. Per la seconda, ha intrapreso una frenetica attività che lo vede protagonista di dischi solisti, progetti collaterali con altri musicisti, produzioni per molteplici gruppi, remixes di dischi classici per i cataloghi di King Crimson, Jethro Tull e Emerson Lake & Palmer, senza un attimo di tregua e mantenendo uno standard qualitativo sempre molto alto.

Get all you deserve

Il 2012 ha visto l’uscita di due dischi live, uno solista Get all you deserve ed uno dei Porcupine Tree Octane Twisted. Un tempo, il doppio disco dal vivo, nella discografia di una band, rappresentava solitamente la celebrazione di un percorso creativo: i tempi si dilatavano, l’energia del pubblico si rifletteva nella musica e trasfigurava le canzoni (ce ne sono di memorabili, Made in Japan dei Deep Purple, The Song Remains The Same dei Led Zeppelin, New York di Frank Zappa, Stage di David Bowie i primi che mi vengono in mente). Potevano segnare uno spartiacque nella carriera, il riassunto di un periodo e la ripartenza per una nuova fase. Oppure erano la panacea in un momento di stasi creativa per tenere caldo il nome e andare sul sicuro con la benevolenza dei fans.
Octane Twisted sembra volere tirare le fila di un quinquennio di tre dischi (Deadwing, Fear of the blank planet e The Incident) in cui i Porcupine Tree hanno visto allargarsi la schiera dei propri sostenitori tanto quanto si sono induriti i riff di chitarra di Wilson. Tratto da due concerti del 2010 registrati al Riviera di Chicago e alla Royal Albert Hall di Londra, il primo disco è la riproposizione della suite che intitola l’ultimo album, mentre il secondo schiera una serie di brani formidabili del recente passato. La resa sonora è stupefacente, Wilson, Richard Barbieri alle tastiere (ex Japan e Dolphin Brothers), Colin Edwin al basso e il pirotecnico Gavin Harrison alla batteria sono un gruppo realmente progressivo, nel senso che progrediscono di disco in disco, di performance in performance nella creazione di una musica che ingloba molteplici influenze e le restituisce in forma nuova e lucente. Fra i solchi di questo disco potete trovare melodie ammalianti, vertiginose costruzioni strumentali, ipnotici assoli di chitarra, liquidi paesaggi sonori intessuti di tastiere ed una sezione ritmica veramente portentosa. Ascoltate, per esempio, la sequenza Russia On Ice/The Pills I Take con un crescendo mozzafiato che lascia storditi.
Il precedente live ufficiale della band, Coma Divine fu registrato nel 1997 a Roma, città che fra le prime ne riconobbe il valore e con cui il gruppo mantiene sempre un rapporto speciale. Ero a quel concerto e a tutti gli altri che si sono susseguiti nel tempo. Ho visto ingrandirsi i locali e aumentare il pubblico, ma sempre in maniera discreta, senza i tumulti e le isterie che accompagnano le rockstars. I quattro inglesi vivono nella loro musica e lasciano che sia soltanto lei a parlare.
Mario Barricella

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