Portishead. Una voce che squarcia composizioni contro il mondo

portishead third
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Third terza prova in studio del gruppo di Bristol. Undici anni di attesa dal secondo album, nel mezzo qualche timido tentativo per un nuovo lavoro, ma solo tre anni fa  il primo materiale sonoro da cui ripartire.
Un abbandono delle scene provocato dalla stanchezza per i concerti, i tour e il conseguente deteriorarsi delle relazioni personali dentro e fuori dal gruppo. Ma senza mai pensare seriamente di scioglierlo.
<<Non sembra così diverso dagli altri due, vero? Ce lo stanno continuando a dire tutti. Ma è proprio questo il bello di Third: apparentemente è uguale agli altri due, ma in realtà non lo è>> e <<farlo è stato come guardare Lost alla televisione: un viaggio infinito con molte domande e poche risposte>> [1]. Nemmeno il processo creativo è cambiato da allora e ancora una volta le parole sono uno faro illuminante per comporre il quadro d’insieme, in particolare sul ruolo della voce che viene dopo che il lavoro sulla musica è stato fatto senza tenerne conto: <<Beth dice che lei spesso si sente come se dovesse combattere “contro” la musica, come se dovesse scavare per trovare uno spazio nel quale stare>> [2].
Il disco si presenta sotto le influenze, dichiarate da Geff Barrow e Adrian Utley, di musica che non ha avuto successi commerciali. I riferimenti sono per il kraut ed in particolare dei Can, Neu. Poi la lista si allunga con Carpenter, primi Human League, Joe Meek…e anche folk tradizionale. Il sonoro è cupo e esprime un senso di frustrazione rispetto ad una realtà di caos totale <<un misto di impotenza e violenza assassina. Cammini con la tua pizza lungo la strada in mezzo a gente che muore e non te ne curi>> [3]. A leggere Bercella, in Third molte persone – compresi i discografici – potrebbero non ritrovare i cardini per l’ascolto. E’ un disco difficile e complesso, duro da spiegare. Ma va fatto per una band che ha lasciato il segno.

L’identità rispetto al passato è assicurata dalla ricercatezza nella composizione e dalle <<linee vocali>> di Beth Gibbons. Gli elementi di differenziazione sono il ruolo più evidente della chitarra come in Silence <<quando si getta all’inseguimento di un rullante che viaggia a velocità doppia rispetto a quanto si era abituati, oppure quando delinea gli scenari d’angoscia della spiazzante Threads che chiude l’album>>. Altro elemento di rottura è rappresentato dei cambi di marcia anche all’interno dello stesso brano come accade in The Rip e Small. Senza dimenticare altri segnali come il folk di Deep Water, <<l’elemento percussivo>> è la vera e costante novità del nuovo percorso musicale.
E’ Machine Gun la composizione che va oltre con <<il suo puro industrial addosso a una voce indifesa e (con) il gioco di contrapposizione diventa la vetta creativa del disco>> [4].

Di questo lavoro sarebbe bastata la sola Machine Gun per entrare nella storia della musica. Così chiude la generosa recensione Targhetta esprimendo l’imprescindibilità dei Portishead. Un disco complesso <<asfittico, duro, ossessivo>> che non dà tregua, dove è difficile intravedere momenti melodici, segnato dall’assenza del piano, dove la direzione non è mai lineare. << Quasi tutti i pezzi hanno un inizio paranoico, con i suoni sostituiti dai rumori, le note da sommovimenti sporchi, le armonie da incrinature e disturbi>>. Di umano resta la voce di Gibbons che si insinua sul sonoro e che potrebbe intendersi come una via d’uscita. E ritornando a Machine Gun lei <<trascina un disperato canto di sopravvivenza sopra una scarica di proiettili e riverberi di bassi profondissimi, suggerendo come sia devastante far resistere una sensibilità fragile e sovresposta nel magma di acciaio che è il mondo>> [5].

E Third lascia senza fiato anche Chamey che censisce tutti i brani motivandone brevemente il valore. E se non sembra emergere un brano in cima alla lista sicuramente le maggiori citazioni vanno a Beth Gibbons della quale dice a proposito di Silence che <<soffre di una bellezza disarmante, pone in soggezione l’essere umano>> [6].

Il disco è di grande valore anche per Zingales e nemmeno lui si risparmia l’analisi sugli undici pezzi. Il motivo di fondo che li attraversa tutti è il rigetto del mondo così come è ora e per esempio la ballata Hunter esemplifica bene questo sentire. Un sentire spesso intriso di tristezza, di distacchi o di dolore. <<L’elica di un elicottero squarcia Plastic, la ritmica piena di vuoti a dare un senso di precarietà, implosioni sinfoniche, Beth persa nel suo Blues>> [7]. Non vi curate di noi ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: trip hop
Portishead
Third
etichetta: Universal
data di pubblicazione: 28 aprile 2008
brani: 11
durata: 49:32
cd: singolo

[1] Sono le parole di Adrian Utley prima e di Geoff Barrow poi riportate in Fabio De Luca, “Ricomincio da tre”, Rolling Stone aprile 2008, pag. 65
[2] Fabio De Luca, idem, pag. 66
[3] Cristian Zingales, “La terza onda”, BLOW UP. Aprile 2008, pagg. 33-34
[4] Marco Becella, www.ondarock.it 1 aprile 2008
[5] Francesco Targhetta, www.storiadella musica.it, aprile 2008
[6] Matteo Chamey, Rockerilla 15 aprile/15 maggio 2008, pag. 53
[7] Cristian Zingales, BLOW UP. Aprile 2008, pag. 86

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