Postdemocrazia. Lobbies e conflitto sociale

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L’Aspen Istitute è un’istituzione culturale internazionale a sfondo economico ma non solo. La sezione italiana è molto prestigiosa e riunisce il meglio dell’industria italiana, delle banche e delle assicurazioni e anche della politica Nel comitato esecutivo dell’Aspen Institute Italia: Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Gianni Letta, Romano Prodi, Franco Frattini, Fedele Confalonieri e Giulio Tremonti ne è presidente. Un elenco bipartisan con tre presidenti del consiglio, molti ministri  e altri che hanno avuto o hanno ancora un peso sulle scelte del nostro paese. Molti hanno tentato analisi audaci e sussurrato di alleanze e complotti.

Ma senza scomodare strane dietrologie è casuale o c’è un nesso tra scelte politiche, economia  e classe dirigente?  L’analisi di  Colin Crouch comunque la si pensi,  sembra particolarmente adatta a descrivere la situazione nella quale si dibatte il nostro paese. Col termine post-democrazia suggerisce  che i regimi democratici  dei sistemi  occidentali di governo  sono stati svuotati. Per cui più che vivere in un sistema democratico ne  viviamo nell’illusione.  Si continua ad utilizzare tutte le istituzioni della democrazia, che sono diventate, sempre più, solo un guscio formale.
L’evoluzione della democrazia: una parabola arrivata all’apogeo  nella seconda metà del secolo XX, con la massima affermazione delle politiche egualitarie e di adozione del welfare, ma  dopo la fase favorevole della seconda metà del secolo scorso, oggi dopo vari successivi slittamenti, ci troviamo di fronte a poteri esterni e lobby che tendono a determinare  le scelte delle nazioni. Questo non significa che già ci troviamo in una società post-democratica, ma che ci stiamo avvicinando a  tale condizione. Il fattore centrale di crisi della democrazia all’alba del XXI secolo” è la stratificazione di una nuova classe dominante di dirigenti delle multinazionali e grandi imprenditori,  i cui componenti hanno potere e ricchezza politica ed economica,  perché  i governi sono dipendenti dalle loro competenze e dai pareri e i partiti dai loro finanziamenti. Questa tendenza è in aumento via via che le società diventano sempre più diseguali.

Altro sintomo è rappresentato dalla  “sparizione delle classi” . La manipolazione postdemocratica ha facilitato il declino della classe operaia , ormai  soggetto di politiche di retroguardia  e  l’inconsistenza delle altre classi, deboli e poco autonome,  mentre nessuno ha trovato la formula per rappresentare gli interessi dei lavoratori subordinati postindustriali.  Inoltre La politica dei nuovi riformisti propone  un modello di partito adeguato per la post-democrazia, un ‘partito per tutti‘ che rinuncia alla sua base tradizionale.  La politica dei nuovi riformisti vorrebbe  un modello di partito adeguato (per la postdemocrazia), un partito per tutti che abbandoni la sua base tradizionale. “Ma per un partito non avere una base definita significa esistere nel vuoto”.  “un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta” si assiste all’affermazione di partiti nazionalisti, xenofobi o razzisti, che nel vuoto politico propongono identità nette senza compromessi.
Il modello tradizionale struttura  i partiti di massa a  livelli concentrici (dirigenti, parlamentari, militanti e amministratori locali, via via fino ai tesserati, sostenitori e ai semplici elettori) viene demolito e si afferma  un legame diretto fra i dirigenti centrali ( o il leader)e gli elettori. «Se ci basiamo sulle tendenze recenti, il classico partito del XXI secolo sarà formato da una élite interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base nel movimento di massa, ma ben inserita in mezzo a un certo numero di grandi aziende, che in cambio finanzieranno l’appalto di sondaggi d’opinione, consulenze esterne e raccolta di voti, a patto di essere ben viste dal partito quando questo sarà al governo».

Una  tesi  molto vicina è sostenuta anche da Bernard  Manin: costituzionalista francese, che  definisce la  “democrazia del pubblico”, dove i cittadini vengono trasformati in spettatori. E agli spettatori è riservato soltanto l’applauso o l’insulto. Anche se per lui i partiti  rimangono un centro di aggregazione e di diffusione di idee.
Come si è arrivati a tutto questo? I partiti politici, dalla cui contrapposizione dipende il governo di un paese sono stati nel secolo XX abituati a un confronto in ambito nazionale. Anche dopo l’affievolimento  delle differenze ideologiche,  la competizione politica tra i partiti è rimasto un fatto nazionale. Ma la politica è ormai diventato un fatto sovranazionale come l’economia per le  istituzioni economiche e le imprese sovranazionali.  Le grandi imprese sono transnazionali, ci sono tra di esse alcune che hanno la sede direzionale in un paese con succursali in altri, ma anche  molte altre che hanno una gestione e politiche  interne che non hanno neppure un riferimento nazionale.
Con la  globalizzazione, hanno acquisito una supremazia sui governi, sui partiti e sulla politica. E l’azienda  è diventata  il modello istituzionale anche per il settore pubblico. Anzi si è avviata  la ristrutturazione di enti e istituzioni pubbliche per renderli   più attraenti ai finanziamenti privati, e l’estensione del concetto di sussidiarietà ha creato relazioni sempre più strette  fra potere economico e organi pubblici con un significativo aumento del potere politico delle lobby.
Le imprese hanno conquistato una supremazia sulla politica, ma l’intera gestione del la crisi (che è principalmente un’operazione di salvataggio per le banche a scapito del resto della popolazione) è la prova della deriva verso la post-democrazia, secondo Crounch:  i  banchieri  da tempo si muovevano per ottenere  misure per soddisfare le loro imprese e il modello finanziario ( anglo americano) che ha prodotto la crisi, è stato progettato da una élite politico-economico. Ma l’espressione più esplicita degli aspetti postdemocratiche di gestione della crisi è stato il pacchetto di austerità greco, progettato da autorità internazionali, in stretta collaborazione con l’associazione di banche e banchieri, i costi del  loro salvataggio dal loro comportamento irresponsabile non avrebbe dovuto essere a carico dello Stato e della politica sociale del welfare.

Nel 1936 George Dangerfield in “The Strange Death of Liberal England” aveva cercato di  spiegare come mai le idee politiche e il partito dominante in Inghilterra fino all’inizio del Novecento, pochi anni dopo fossero già crollati. Oggi Dangerfield dovrebbe spiegare non i motivi per cui il neoliberismo, ormai fenomeno globale, stia risorgendo dalle sue ceneri col collasso finanziario. La crisi finanziaria ha riguardato le banche e i loro comportamenti  e la soluzione viene individuata in un definitivo ridimensionamento del welfare state e della spesa pubblica. Una serie di servizi che costituivano dei diritti garantiti dallo status di cittadini vengono messi sul mercato e gestiti con logica commerciale, anche a prescindere dalla proprietà, pubblica o privata, delle imprese che li erogano.
Per contrastare la  fase post-democratica, Crouch  fa riferimento al potenziamento della democrazia a livello locale, che deve favorire  una cittadinanza attiva e consapevole . È possibile trovare un compromesso tra  democrazia e interessi delle aziende multinazionali così come in passato con industrie nazionali, e ancor prima con il potere militare e con le Chiese. Questo  avverrà solo se i cittadini eserciteranno una pressione attraverso i partiti ma sui partiti: “occorrerà rovesciare la tendenza dei partiti a incoraggiare il massimo livello di minima partecipazione“. La politica democratica dunque ha bisogno di un ambito dove i vari gruppi e movimenti partecipino in modo energico, caotico e chiassoso: per divenire “il vivaio della futura vitalità democratica“. In altri termini, ben venga il conflitto sociale!
Francesco de Majo

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