Povertà, crisi e sperequazione dei redditi

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Il 17 luglio scorso l’ISTAT ha impietosamente messo a nudo, per l’anno 2012, la condizione economica e sociale dell’Italia o meglio di quella vasta area di popolazione che è in miseria. Sarebbe meglio dire che è stata messa in miseria. Se ci soffermeremo a riflettere sui redditi che indicano la povertà potremo capire la sofferenza che attraversa la penisola.
E non può essere diversamente se pensiamo ai minori. Il Centro di Ricerca IRC dell’UNICEF nell’ambito del rapporto “Report Card 11 – Il benessere dei bambini nei paesi ricchi. Un quadro comparativo” (pubblicato ad aprile 2013) pone l’Italia al 22° posto (su 29 Stati) nella graduatoria complessiva del benessere dell’infanzia nei Paesi ricchi. Se si analizzano i parametri che compongono la condizione di benessere troviamo il Bel Paese al 23° posto per il benessere materiale, al 17° per la salute e la sicurezza, al 25° posto per l’istruzione, al 21° posto per le condizioni abitative e ambientali  e al 10° posto per i comportamenti e rischi. Il 17% dei bambini italiani vivono sotto la soglia di povertà.
Un dato che mostra la vastità delle condizioni di marginalità e che oscura il futuro della generazione è il tasso “NEET” (Not in Education, Employment or Training) per cui in Italia l’11% dei giovani tra 15 e 19 anni non sono iscritti a scuola, non lavorano e non frequentano corsi di formazione [1].

Ma torniamo all’ISTAT. Chi sono i poveri secondo l’Istituto? Innanzitutto la povertà relativa è riferita al tenore di vita medio, mentre quella assoluta attiene all’impossibilità di acquistare un paniere di beni essenziali e cioè quando non ci si riesce ad alimentare a sufficienza e si è impossibilitati a fronteggiare le spese per la casa.
Ad esempio una famiglia di due persone  è relativamente povera quando percepisce un reddito di 990,88 euro mensili (meno 20 euro circa se confrontato al 2011), mentre ci si trova in condizioni di povertà assoluta quando, per residenti in un grande centro del Nord,  la capacità di spesa per i consumi è uguale o minore a 806,78 euro mensili o di 537,29 se risiedono in piccolo centro nel Sud.
Tutti i dati sui poveri sono i peggiori dal 2005 quando questa rilevazione è iniziata e sono peggiori del 2011.
In povertà assoluta troviamo il 17,1% delle famiglie con tre o più figli minori e il 10% di quelle con due. In caso di povertà relativa per le due tipologie di famiglie siamo al 28,5% e al 20,1%.
Nel 2012 erano 4,814 milioni i poveri assoluti e 9,5 milioni di persone in povertà relativa, entrambe in aumento rispetto all’anno prima.

Quattordicimilionietrecentomila individui.

Quasi la metà di questi individui risiedono nel Sud con una crescita di circa cinquecentomila individui da un anno all’altro.
La povertà assoluta cresce ancora dal 7,5% al 9,4% tra le famiglie di operai, tra i nuclei di impiegati  e dirigenti passa dall’1,3% al 2,6% e tra quelli dei lavoratori in proprio o autonomi dal 4,2% al 6%.

Si tratta di una crisi sociale di proporzioni gigantesche. Chiara Saraceno spiega che in Italia mancano due strumenti che «in altri si sono rivelati piuttosto efficaci nel contrastare gli effetti più negativi della povertà. Il primo è l’assegno per i figli, che aiuti chi ha figli a sostenerne il costo, perciò impedendo che la scelta individuale di investire sul futuro si traduca in povertà per sé e per i propri figli. Il secondo è un reddito di garanzia per chi si trova, appunto, in povertà, integrato da misure di inclusione e attivazione» [2]. Ma appunto servono ad alleviare ferite profonde e che avranno effetti altrettanto profondi per il futuro. La questione vera è che bisogna recidere la causa principale della crisi iniziata a sprofondare nel 2007 ma che ha radici lontane e che si chiama sperequazione dei redditi.
Giovanni La Torre con molta chiarezza lo mette in vevisenza: «Secondo uno studio commissionato dal Fondo monetario internazionale, nel periodo 1980-2004, quindi dalla svolta reaganiana-thacheriana fino quasi alla vigilia della crisi, nei soli paesi avanzati i redditi da lavoro sono passati dal costituire il 68% del Pil a essere il 61% […]. Nella sola Europa il calo è stato di ben 10 punti […]. Dappertutto si è registrato un passaggio di una notevole quota di redditi da categorie con un’alta propensione al consumo a categorie con un’alta propensione al  risparmio.
La situazione creatasi è stata molto simile alla crisi del ’29. Infatti è stato calcolato che la quota di reddito che andava al 10% più ricco della popolazione americana nel 1917 era pari al 40%, nel 1929 era pari al 50%. Alla fine degli anni Settanta era pari al 34%, nel 2007 era il 50%» [3].

La risoluzione del dramma ha una direzione chiara: ridurre il ruolo del capitale sia finanziario che economico.

Pasquale Esposito

[1] “Benessere dei bambini nei paesi ricchi – I dati sull’Italia”, www.unicef.it. Il rapporto presenta anche qualche dato positivo come quello dell’elevato tasso di iscrizione prescolare della scuola per l’infanzia o il basso tasso di mortalità infantile o quello delle gravidanze delle adolescenti.
[2] Chiara Saraceno, “Un argine alla povertà”, www.repubblica.it, 18 luglio 2013
[3] Giovanni La Torre, “Un’equa distribuzione dei redditi. Come presupposto dello sviluppo”, Alfabeta2, maggio 2013 pag. 25

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