Povertà, disuguaglianze, lavoro mancato e precario

roam san lorenzo povertà
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Il quadro della condizione socio-economica in Italia è drammatico per il livello delle disuguaglianze, della povertà e del lavoro che continua a mancare. Condizione che la pandemia ha aggravato ma che le misure messe in atto, anche con il PNRR, non sembrano avvertire l’urgenza e la priorità. E questo perché le cause vengono da lontano e sono dentro ad un sistema che nessuna misura tende a scardinare e, quindi, le misure  adottate sembrano utili solo a non far esplodere definitivamente il sistema. E non servono nemmeno gli esempi provenienti dall’altro lato dell’Atlantico dove con Joe Biden si è iniziato a parlare di aumento delle tasse anche per finanziare il gigantesco piano di crescita degli USA.

Venivamo dalle informazioni preliminari anticipate dall’ISTAT sulla povertà nel 2020 che ci mostravano come 335mila famiglie in più si sono ritrovate, in confronto al 2019, in povertà assoluta superando la quota totale di 2 milioni di nuclei. Questi numeri, in termini di individui, significano che più di un milione ha superato la soglia della povertà assoluto e così siamo passati dal 7,7% del 2019 al 9,4% sul totale. È evidente che le varie misure adottate per contrastare la crisi economica dovuta alla pandemia (come l’estensione universale della CIG e i bonus per lavoratori atipici e autonomi, l’introduzione del cosiddetto Reddito di Emergenza (REM), …) non sono state sufficienti.
Va ulteriormente aggiunto che sono tantissime le famiglie che non hanno una disponibilità finanziaria, un ammontare di risparmio che consentano loro di poter vivere senza reddito oltre qualche mese.

Sempre l’ISTAt qualche giorno fa ci dava un quadro aggiornato sull’occupazione: circa 900 mila gli occupati in meno da febbraio 2020 a marzo 2021. Senza qui aprire il capitolo di cosa significhi, oramai da molti anni a questa parte, occupato tra instabilità del lavoro e perdita di diritti e dignità. Quelli che sono in queste condizioni di scarsi diritti o assenza totale sono i più colpiti, come certifica la stessa ISTAT: «L’occupazione è diminuita per tutti i gruppi di popolazione, ma il calo risulta più marcato tra i dipendenti a termine (-9,4%), gli autonomi (-6,6%) e i lavoratori più giovani (-6,5% tra gli under 35)».

Nel mentre arriva l’ulteriore conferma che in Italia, in questi decenni, si è combattuta una lotta di classe al contrario che ha visto prevalere i ricchi. Le diseguaglianze regnano sovrane e non c’è un dibattito pubblico serio che affronti la questione, né per individuare misure dirette ad attenuarla (imposte fortemente progressive, ad esempio) né tantomeno intervenire sul sistema stesso, produttore di iniquità. Basti pensare all’assenza dall’informazione dell’Iniziativa di cittadini europei (ICE) in corso per la raccolta di un milione di firme in favore del Reddito di Base Incondizionato affinché la proposta la si possa inviare alla Commissione ed al Parlamento europei e discuterne l’opportunità di introdurla. Una misura che strutturalmente abbatterebbe povertà e disuguaglianze perché si stratta di un reddito erogato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare.

Gli economisti Paolo Acciari, Facundo Alvarado e Salvatore Morelli hanno pubblicato lo scorso 24 Aprile sul portale Vox-Cepr Policy uno studio significativo dell’andamento delle disuguaglianze. Le principali evidenze delle loro stime sono che: «la quota di ricchezza del primo 1% (mezzo milione di individui) è aumentata dal 16% nel 1995 al 22% nel 2016; la quota dello 0,01% (i 5.000 individui più ricchi) è quasi triplicata, con un aumento dall’1,8% al 5%. […] Per contro, il 50% più povero controllava l’11,7% della ricchezza totale nel 1995 e il 3,5% negli ultimi tempi; ciò corrisponde a un calo dell’80% della loro ricchezza netta media (da €27.000 a €7.000 ai prezzi del 2016). Nel 1995, la quota del 40% medio era molto simile a quella del 10% più alto, ma è diminuita nel tempo di quasi 5 punti percentuali» [1].
Secondo gli autori il quadro italiano non è molto diverso da quello di altri grandi paesi occidentali perché Francia, Germania e Spagna che presentano dati simili ma «la sua evoluzione temporale è più vicina a quella che si trova negli Stati Uniti» e cioè di un’accelerazione negli anni del divario.

Il futuro, o il destino come amano ripetere da giorni, dei diseredati dei precari dei poveri mi sembra sempre drammaticamente uguale al presente. Mi sembrano appropriate le conclusioni di Roberto Ciccarelli: «Nel 2026 il “Recovery” prospetta “nuovi” 750 mila posti di lavoro. Solo nel 2020 ne sono stati persi però 950 mila. Se una crescita dunque arriverà, sarà selettiva e, in più, avverrà con le regole del Jobs Act. Sarà cioè funestata da un precariato più feroce» [2].
Pasquale Esposito

[1] Paolo Acciari, Facundo Alvaredo, Salvatore Morelli, “The growing concentration of wealth in Italy: Evidence from a new source of data”, 24 Aprile 2021
[2] Roberto Ciccarelli, “Sempre più poveri nel paese dei ricchi e dei «resilienti»”,  4 maggio 2021

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