Presunzione d’innocenza, approvato il decreto dal CdM

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Lo scorso 4 novembre il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che recepisce la Direttiva UE 343/2016 sulla presunzione d’innocenza.

Nel merito, vanno fatte alcune precisazioni circa la Direttiva del 9/3/2016 che, in sostanza, si presenta come un documento tendente a rafforzare alcuni aspetti della presunzione d’innocenza tali da favorire un riavvicinamento delle legislazioni europee in materia, per approdare ad una uniforme cooperazione giudiziaria in ambito civile e penale all’interno dell’Unione.
Infatti l’esperienza ha dimostrato che sebbene gli Stati membri siano firmatari della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo  (CEDU), si è spesso palesata una diffidenza o sfiducia nei sistemi penali di alcuni Stati (probabile riferimento a compagini illiberali dell’Est Europa) impedendo, di fatto, il riconoscimento reciproco delle decisioni in materia penale.
In breve, il contenuto della Direttiva mirando a rafforzare il diritto al “processo equo”, invita gli Stati membri ad assumere norme sulla protezione dei diritti procedurali di indagati e imputati. L’Italia, quindi, recependo tale normativa dopo cinque anni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Europea, ha potuto usufruire della stesura completa del documento.
Lo schema del decreto, presentato già lo scorso agosto in omaggio alla legge delega europea, è stato approvato sia dalla Commissione Giustizia di Camera e Senato che dal CSM, con uniche voci dissenzienti da parte dei giudici Ardita e Di Matteo che definisce il decreto come “un bavaglio alla possibilità che all’informazione contribuisca anche l’autorità pubblica” [1].
Nella sostanza l’intera impalcatura della nuova legge mira a ridimensionare le modalità e i contenuti dell’informazione giudiziaria, garantendo quindi alla ministra Cartabia la chiusura del cerchio sulla riforma del processo penale, per il quale sono disponibili 2,3 miliardi di euro del PNRR.
Ricordo che la nostra Costituzione aveva già molto chiara l’importanza del principio della presunzione d’innocenza tanto da scriverlo con termini inequivocabili all’articolo 27, secondo comma, della Carta:”L’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva”; senza dimenticare che l’Italia può essere annoverata fra i Paesi più garantisti forse al mondo, prevedendo ben tre gradi di giudizio, oltre riconoscere il diritto agli imputati di non rispondere e/o addirittura mentire, e il sostegno all’intero pacchetto di garanzie sostenuto dall’istituto della prescrizione, ora in fase di una trasformazione dagli esiti imprevedibili attraverso l’iter dell’ ”improcedibilità”.
Ma evidentemente tutto ciò non è apparso sufficiente se nella nuova legge vengono stabilite disposizioni rigide per le pubbliche autorità, in special modo per le Procure.
Perché come recita l’articolo 1 del decreto “è fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta ad indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”.
In termini pratici, significa che al Procuratore – unico soggetto autorizzato a parlare pubblicamente solo in determinati casi ancora non specificati – verrà tolta la possibilità dell’incontro con la stampa e, di rimbalzo, verrà a mancare all’opinione pubblica quella sacrosanta informazione che, come previsto per legge, potrà avvenire solo dopo una sentenza passata in giudicato.
Sorge il dubbio che dietro l’enunciazione di principi comunque cristallini, possa celarsi la voglia di controllare l’operato della Magistratura, dettandone tempi e modalità di intervento, e che questo impulso, al momento solo apparente, si manifesti impedendo addirittura di assegnare ai procedimenti pendenti nomi o denominazioni lesive della presunzione di innocenza.
Ma c’è di più; l’articolo 4 del decreto impone ai magistrati di adoperare termini consoni – cioè di pesare le parole – anche nello scrivere gli atti giudiziari.
La non osservanza di questo percorso obbligato, vero fardello lessicale che appesantirà la già gravosa stesura degli atti processuali, darà corpo a sanzioni penali e disciplinari, obbligando inoltre il magistrato alla rettifica della dichiarazione resa entro 48 ore dalla sua pronuncia su richiesta dell’interessato.
Questa strisciante manovra di accerchiamento sembra narcotizzare e vincolare non solo la magistratura ma anche la stampa la quale, potendo ricevere informazioni dai procuratori solo in pochissimi casi di comprovata utilità sociale, sarà costretta a cercare altri canali – forse non sempre trasparenti e disinteressati – per poter svolgere il suo lavoro.
E questo non è un problema da poco.
A tutt’oggi, però, nessun organo di rappresentanza dei giornalisti ha rilasciato comunicati circa il contenuto del decreto adducendo, a dire il vero, giustificazioni e motivazioni di modesto spessore come quelle espresse da Raffaele Lorusso segretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana):”Siamo pieni di vertenze, non abbiamo avuto modo di approfondire il tema. Avremmo anche degli altri impegni, non è che siamo lì ad aspettare le convocazioni della commissione” [2]. Risposte che francamente autorizzano a sospettare un indecoroso appiattimento del sistema informazione alle scelte del governo.
Se così fosse, si assisterebbe alla classica azione di avvelenamento dei pozzi, e cioè ad una forma non tanto mascherata di accerchiamento del Potere Giudiziario attraverso la paralisi indotta delle sue propaggini operative e cioè le Procure. Insomma, l’inconfessabile desiderio del Potere Esecutivo di controllare quello Giudiziario, sempre espulso dalla porta principale, ora sarebbe in grado di rientrare dalla finestra.
È forse, questa, l’opera conclusiva dell’intero disegno della riforma Cartabia, attuata con l’immancabile supporto mantrico del “ce lo chiede l’Europa” – un motto non dissimile dal “Dio lo vuole” utilizzato dai Crociati per la conquista della Terra Santa – che spiana la strada contro possibili intralci e contestazioni che la Magistratura potrebbe porre ora che si vedono all’orizzonte i 230 miliardi di euro stanziati dal PNRR.

Stefano Ferrarese

[1] Liana Milella – “la Repubblica” – 5/11/2021
[2] Giustizia e Impunità – “Il Fatto Quotidiano” – 7/11/2021

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