Primo maggio. Il lavoro, un’urgenza per la dignità umana

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Troppo spesso, come per la festa della donna, a proposito del Primo maggio si sente dire: «ancora? Non è una festa un po’ datata? Ha senso oggi una festa del lavoro?». E poi altre considerazioni, per spiegare agli ingenui la società di oggi, quella “vera” e non quella dei libri: «i giovani, al massimo, possono essere interessati al concertone di piazza S. Giovanni, che neppure sanno da chi è organizzato. Neanche sanno cosa sono CGIL, CISL e UIL, i più non hanno alcuna idea di cosa sia un sindacato». Si potrebbe aggiungere che, in tempi di pandemia, lo stesso concertone di Roma (un appuntamento fisso dal 1990) abbia perso gran parte del suo significato e che, di conseguenza, quel filo sempre più sottile che collegava attraverso la musica generazioni molto lontane tra di loro si sia definitivamente spezzato. Ma è proprio così? I giovani non sono in grado di comprendere la condizione dei precari? Davvero non ne sanno nulla? Non capiscono le difficoltà dei loro genitori? Non si pongono domande sul loro stesso inserimento nel mondo del lavoro, di cui si parla ogni giorno con toni allarmati e allarmanti? E gli studenti-lavoratori, si sono estinti?

Forse le cose non sono esattamente come sembrano, anche se la disattenzione per la storia porta con sé la marginalità che oggi ha assunto, nel discorso pubblico, una festa in realtà tutt’altro che “datata”. Pur essendo finita da qualche decennio l’era della grande fabbrica fordista, in cui il Primo maggio era divenuto un appuntamento denso di significati e profondamente connesso con lo sviluppo industriale, la condizione del lavoro (che pure ha cambiato forma) rimane centrale. Lo è (e lo sarà) per ogni società in ogni continente, riguarda i giovani e i meno giovani: tutti accomunati da un crescente senso di precarietà direttamente connesso con un affievolimento dei diritti nei vari settori professionali, vecchi e nuovi. In un’epoca, quella della globalizzazione, in cui lo schiavismo (per diversi decenni collocato nel passato remoto e, secondo i più, superato per sempre) costituisce una pratica abituale in molte parti del mondo, anche in Europa.

La festa del Primo maggio nacque dalla richiesta che la giornata di lavoro fosse di otto ore e che, attraverso questa riforma epocale, si ponesse un argine allo sfruttamento dei proletari (il termine è in disuso, non la condizione). Sebbene possa sembrare strano, la prima grande manifestazione a favore delle otto ore di lavoro giornaliero si svolse negli Stati Uniti, più precisamente a Chicago dove, il Primo maggio del 1886, fu indetto uno sciopero generale culminato in violenti scontri tra operai e polizia, che nei giorni successivi provocarono undici morti. Dunque le origini della festa non portano all’Europa dove il movimento operaio, inteso come soggetto politico organizzato e per lo più sostenitore di un modello alternativo al capitalismo (diversamente declinato da riformisti e massimalisti), durante il Novecento avrebbe assunto un ruolo di maggior peso rispetto a quello ricoperto negli Stati Uniti, dove la costruzione del socialismo non è mai stata realmente all’ordine del giorno. La Seconda Internazionale (o Internazionale Socialista), nata a Parigi nel 1889, dal 1890 fece delle otto ore un elemento centrale delle celebrazioni del Primo maggio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914, l’internazionalismo socialista entrò in una crisi profonda perché i principali partiti socialisti europei (SPD, laburisti, SFIO) votarono i crediti di guerra e dimostrarono che le sirene della patria, per lo più nella declinazione nazionalista, erano molto più forti del pacifismo transnazionale sostenuto dal PSI («né aderire, né sabotare» lo slogan coniato nel 1915 dal suo segretario Costantino Lazzari) e da altri partiti socialisti o socialdemocratici allora minori, a cominciare dai bolscevichi di Lenin.

Da allora il Primo maggio, pur rimanendo patrimonio di tutti i lavoratori, risentì delle forti lacerazioni interne al movimento operaio internazionale e in Italia, dopo essere stato sostituito dal 21 aprile (il Natale di Roma) durante il fascismo, rinacque dopo la Seconda guerra mondiale. Le forti divisioni tra comunisti e socialisti, durante la Guerra fredda e soprattutto dopo il 1956 (XX Congresso del PCUS, inizio della destalinizzazione da parte di Krusciov e invasione dell’Ungheria), non impedirono che le piazze si riempissero ogni anno e che si avvertisse la necessità, non per forza accompagnata da ragionamenti complessi, di unire le diverse individualità (e specificità) per migliorare la condizione della collettività. In troppi non ricordano, o fanno finta di non ricordare, i numerosi articoli della nostra Costituzione che parlano del lavoro. Tra questi, la prima parte dell’articolo 1 («L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro») e il nucleo dell’articolo 36 («Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa»). Certo sono parole, che spesso si sono ridotte a nobili dichiarazioni d’intenti. Bisogna però capire che il lavoro rimane un’urgenza per tutti e che ha a che fare con le fondamenta della dignità umana. Ricordarlo con una festa non significa fare della retorica e, se i più giovani sono attratti dal concerto (molto più che da chi lo organizza), non vuol dire certo che non possano capire cosa c’è dietro alla musica. Il concertone rappresenta anche un’occasione di riflessione, persino su cosa è (o è stato) un sindacato, su come possono cambiare le forme della rappresentanza e sul perché la partecipazione e l’aggregazione sono sani, o per meglio dire indispensabili, al fine di rafforzare la democrazia e respirare la libertà.

L’Italia, guardando al mondo del lavoro, nel secondo dopoguerra non ha partorito soltanto lotte operaie e contadine ma anche qualche imprenditore illuminato che, senza puntare alla rivoluzione di classe, sapeva valorizzare il lavoro proprio perché, partendo dalla coscienza della fatica e volendo contribuire allo sviluppo senza misurarlo soltanto con l’aumento del PIL, era convinto di poterlo e di doverlo fare salvaguardando la dignità dei lavoratori. Uno di questi imprenditori si chiamava Adriano Olivetti (1901-1960), per il quale «il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo». Una semplice frase che ci ricorda come festeggiare il lavoro non possa essere fuori moda ma, al contrario, indichi quanto sia fondamentale, anche nell’epoca del trionfo della globalizzazione economico-finanziaria, ritrovare la nostra dimensione di persone, di esseri umani e non di pedine, insieme inanimate e sofferenti, di un gioco incontrollabile. Lottare oggi per una maggiore giustizia sociale non è un peccato, ma è un dovere e un investimento per il futuro.
Buon Primo maggio a tutte e a tutti.

Andrea Ricciardi

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