Problemi e manovra elettorale nel Documento di Economia e Finanza

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Guai a lui se avesse osato quello che ha fatto il Governo Renzi: ignorare le indicazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e tirare diritto su una valutazione che sempre più appare strumentale e non condivisa da nessuno. Le proteste degli osservatori qualificati sono timide, mentre si possono immaginare per Silvio Berlusconi, le reazioni dei Soloni e i capelli strappati, le denunzie di poca serietà e realismo, di vilipendio del Parlamento ecc.

Beninteso i decimali di differenza non significano molto, ma indicano un animus che porta  a ignorare valutazioni (più) pessimistiche ma più motivate.
I problemi del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017 non finiscono lì. È collegato a  una manovra che cerca soprattutto il consenso (elettorale) in vista del referendum. Con un  sistema già provato con successo in occasione degli 80 euro e anche successivamente con risultati meno esaltanti .
E poi il documento è pure un’aperta sfida ai fulmini delle autorità europee.

Per il 2016 viene abbassata (per la terza volta) la crescita allo 0,8 %, rispetto all’1,2% della nota al DEF di aprile; per il 2017,  le stime di crescita sono state abbassate all’1% mentre il deficit fissato al 2%. È proprio il deficit uno dei punti focali. Infatti sul 2% verrà chiesta elasticità con una tolleranza fino al 0,4%. I margini richiesti sono molto robusti e inusuali e sono  giustificati con i disastri naturali e l’emergenza emigrati.
Il DEF  verrà inviato alla Commissione Europea sperando in  un’approvazione nonostante gli attriti che ultimamente hanno diviso Renzi dagli altri membri dell’Unione europea su spesa economica e questione migranti. Ma l’approvazione non è scontata nonostante alcune dichiarazioni incoraggianti. E il paese continua ad aumentare il deficit!

C’è grande attesa per la manovra, per i gravi problemi che l’Esecutivo dovrà affrontare, cioè le pensioni, il rinnovo del contratto statali e il rilancio dell’economia. Dopo che la spesa per job act e riduzione delle tasse (ottanta euro e Imu)  hanno già assorbito quasi una ventina di miliardi senza portare gli effetti economici sperati e senza un grande impatto su occupazione e ripresa.
La manovra complessiva è di quasi 25 miliardi con 22 miliardi di manovra definita espansiva. Lo sforzo per la cosiddetta “sterilizzazione” dell’Iva è di oltre 15 miliardi per evitare l’ulteriore aumento di un punto dal 23% al 24%. Poi c’è lo “sviluppo” capitolo particolarmente vasto che comprende temi molto diversi dalla messa in sicurezza delle scuole, agli intervento per il terremoto: 3,8 miliardi. Mentre per il sociale troviamo: pensioni, bonus famiglia, rinnovo contratti per un totale di 3,1 miliardi. A “industria 4.0” per quest’anno solo 350 milioni.

È previsto che ogni elemento della manovra contribuisca a una quota dell’aumento del Pil compresa la sterilizzazione dell’Iva, che dovrebbe da sola portare a un incremento dello 0,3%. Perché magicamente dovrebbe far incrementare i consumi? Sarebbe logico prevedere che il mancato aumento non provochi diminuzioni, ma perché dovrebbero addirittura accrescerli?

Le altre misure che contribuirebbero al  Pil sono: il rilancio degli investimenti in infrastrutture, edilizia scolastica e interventi antisismici (+0,2%) e la competitività delle imprese attraverso il pacchetto Industria 4.0 (+0,1%). Oltre alle misure su welfare, previdenza e statali.

Preoccupano l’extra-deficit che potrà arrivare fino a quota 13,3 miliardi, e soprattutto la natura propagandistica di alcune misure che sembrano orientate ad acquisire un consenso elettoralistico prima ancora che contribuire ad aiutare i meno abbienti o a contribuire alla ripresa dell’economia, come i vari bonus o le quattordicesime sulle pensioni. Preoccupano molto le valutazioni del Governo sull’incremento dei consumi visto che Calenda (e Padoan) prevede nel 2017 crollo del commercio mondiale. E preoccupa soprattutto l’atteggiamento e le inefficienze del sistema Italia. È notizia recentissima che l’Italia rischia di perdere fino a 31 miliardi di  fondi Ue proprio per lo sviluppo, per ritardi governo-regioni.
Francesco de Majo

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