Pubblico impiego, giustizia, sciopero. Risponde Marco Sozzi CISL Funzione Pubblica

giustizia statua davanti alla Corte di Cassazione
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Viviamo un tempo, che ci auguriamo breve, nel quale molti dei problemi del nostro Paese si sono improvvisamente ingigantiti a causa di una pandemia che sta interessando l’intero nostro pianeta.
A partire dai primi mesi di quest’anno l’economia ha subito un blocco totale prima e parziale poi; un blocco che si sta pesantemente scaricando sulla vita quotidiana di tutti gli italiani.

Il lavoro già carente, il salario già insufficiente, il futuro delle vecchie generazioni già impercettibile, quello delle nuove generazioni ancor più labile e vago, hanno subito una negativa accelerazione che ha reso fosco il futuro di milioni di lavoratori e ancor più quello di migliaia di famiglie e di giovani in ricerca di un futuro che soprattutto il lavoro può rendere certo.

In questo quadro sarebbe utile e dirimente un’azione di Governo che innanzitutto accorci le grandi differenze di patrimoni e redditi tra strati sociali sulla soglia della povertà e le classi ricche. E questo con bilanciamenti che non aggravino il debito pubblico ma nemmeno salari, stipendi e pensioni come qualcuno pensa di fare nel frattempo.

Nel mezzo di questo difficile puzzle si inserisce lo sciopero, indetto dalle Organizzazioni Sindacali di categoria, a difesa del rinnovo del contratto nazionale dei lavoratori pubblici per il 9 dicembre prossimo.

Ne parliamo con Marco Sozzi, Coordinatore di Roma e del Lazio CISL Funzione Pubblica.

L’ultimo contratto collettivo del Pubblico Impiego, sottoscritto nel febbraio del 2018, è scaduto il 31 dicembre dello stesso anno. Era stato rinnovato, con valenza triennale 2016/2018, dopo un lunghissimo blocco contrattuale. Quali i motivi di questa inspiegabile “vacanza contrattuale”.
Il lunghissimo blocco dei contratti collettivi dei lavoratori della pubblica amministrazione ha inizio nell’anno 2010. L’allora governo in carica impose per legge il congelamento degli stipendi di tutto il pubblico impiego. Prima di allora l’ultimo rinnovo contrattuale – parte economica, risale addirittura all’anno 2007. Di anno in anno tutti i governi che si sono succeduti hanno continuato ad imporre quel blocco fino ad arrivare al 31 dicembre 2015. In quegli anni si è maturato un gap salariale che non ha eguali nella storia recente del lavoro pubblico e che con il rinnovo avvenuto nel febbraio 2018 non è stato affatto sanato.

In una nota a tua firma, comparsa su Facebook da pochi giorni, scrivi che questo contratto era stato rinnovato per “pochi euro”. Potresti essere più preciso nei termini economici di quel rinnovo? Potresti dirci inoltre, come quei “pochi euro” si legano alle proposte economiche che reclamate e per le quali, fra l’altro, chiamate i lavoratori allo sciopero?
Rispondo con piacere a questa domanda poiché quel contratto, quello sottoscritto nel febbraio 2018 dopo dieci anni di mancati rinnovi, ha consegnato ai lavoratori pubblici un aumento medio di 85 euro lordi il che significa che al netto della tassazione sono stati attribuiti a ciascun lavoratore dopo dieci anni poco più 50 euro netti in busta paga. Le risorse stanziate dal governo per l’attuale rinnovo contrattuale, triennio 2019 – 2021, sono inferiori a quelle stanziate nel 2018 per tale motivo il sindacato respinge la proposta del governo e chiama i lavoratori allo sciopero.

Tra le doglianze che hanno portato alla proclamazione dello sciopero, le OO.SS. legano le politiche di innovazione, ristrutturazione, e rilancio del lavoro pubblico che, a vostro avviso, impongono l’immediato azzeramento dei vuoti di organico. Potresti a riguardo essere più circostanziato?
Certamente poiché la protesta sindacale che ha spinto CISL insieme a CGIL e UIL a proclamare lo sciopero riguarda il tema della sicurezza sul lavoro, le assunzioni e il rinnovo dei contratti. Questi tre punti sono fondamentali per rendere migliore la pubblica amministrazione e per offrire servizi migliori ai cittadini e alle imprese. La questione degli organici deve essere risolta una volta per tutte. Non bastano gli annunci per colmare i vuoti d’organico delle amministrazioni, c’è bisogno di concretezza e di risposte immediate. Abbiamo situazioni emergenziali che, a partire dalla Sanità per arrivare alle centralizzate e poi anche agli enti locali, necessitano di assunzioni davvero urgenti.

Prima di essere un dirigente sindacale, sei un lavoratore pubblico della Giustizia; per molti un settore importantissimo e decisivo nella vita pubblica del nostro Paese. Per questo ti chiedo quale è la situazione dei lavoratori in questo settore e quali ripercussioni positive potrebbe avere il rinnovo del contratto anche in questo comparto.
La Giustizia può essere considerata senza dubbio uno degli emblemi di questa pubblica amministrazione allo sbando dove le scoperture d’organico in taluni uffici rasentano il 50% delle piante organiche, vedi ad esempio il Tribunale di Roma. Le politiche di assunzione messe in campo tardivamente negli ultimi tre anni non riescono nemmeno a colmare i pensionamenti più recenti. Si lavora a ritmi serrati negli uffici giudiziari, negli istituti penitenziari, nei servizi minorili e perfino negli archivi notarili, altro settore della Giustizia meno noto ma non per importanza. Mancano cancellieri, assistenti sociali, educatori, conservatori, manca il personale amministrativo, tecnico e contabile. Le risorse destinate alla produttività in taluni casi non raggiungono i 50 euro pro capite l’anno. Nessun tipo di riconoscimento in termini di carriera è stato attribuito a questo personale che nonostante tutto continua ad assicurare funzionalità alla macchina della giustizia in questo paese. L’infrastruttura tecnologica non è adeguata e non a caso non permette ai dipendenti della giustizia di poter lavorare da remoto. Ci sono stati alcuni sviluppi solo negli ultimi mesi che hanno consentito, in taluni uffici di poter svolgere il lavoro agile solo per qualche giorno al mese ma non a tutti i lavoratori. Durante la pandemia, eccezion fatta per i mesi di marzo e aprile, la giustizia non si è mai fermata, i lavoratori hanno continuato a lavorare a pieno regime. Il rinnovo del Contratto in una situazione come questa rappresenta o dovrebbe rappresentare il minimo sindacale, quel minimo che ogni datore di lavoro pubblico e privato dovrebbe riconoscere ai propri dipendenti.

La pandemia da COVID-19 ha costretto molti dipendenti a lavorare da casa e spesso si è presentato il problema della reperibilità costante che ha abbattuto il confine tra vita lavorativa e vita personale. Come è regolamentato il lavoro agile nel pubblico e come il diritto alla disconnessione?
Allo stato il lavoro agile è regolamentato dalla legge 81/2017 e successivamente da tutta la normativa emergenziale emanata in via d’urgenza con decreti legge e Dpcm dall’inizio della pandemia ad oggi. Il Parlamento e da ultimo il Governo stanno di fatto sottraendo alla contrattazione collettiva una materia che ad avviso della CISL e delle altre sigle Confederali non può essere gestita unilateralmente dal datore di lavoro pubblico. C’è la questione del diritto alla disconnessione, della contattabilità del lavoratore, ci sono tutti gli altri diritti del lavoratore che non possono venir meno e che devono essere necessariamente armonizzati con la nuova modalità di svolgimento della prestazione lavorativa a distanza.
L’esperienza degli ultimi mesi ci dice che dove il lavoro agile è stato praticato fino in fondo, quel confine necessario per distinguere la vita lavorativa dalla vita personale e familiare è stato davvero abbattuto. Abbiamo potuto registrare, in diverse realtà, situazioni dove il lavoratore è stato di fatto impegnato ben oltre il normale orario di lavoro.

Pandemia, situazione economica, lavoro privato stabile e precario, futuro delle nuove generazioni sembrano essere le principali preoccupazioni degli italiani. In questo quadro pensi che la pubblica opinione possa capire le motivazioni dello sciopero del 9 dicembre?
Beh fino a quando in questo paese i media e la cosiddetta intellighenzia continueranno ad affrontare tematiche come queste a suon di slogan, di frasi fatte e di ritornelli detti e ridetti sui lavoratori pubblici, per i cittadini sarà sempre più difficile comprendere le ragioni di una protesta come quella che sta portando avanti il sindacato in questo momento.
Anziché affrontare il tema attraverso un’analisi seria e approfondita, anziché mettere in campo politiche di rilancio della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici per i cittadini e per le imprese si continuano ad utilizzare armi di distrazione di massa, si preferisce dividere il paese, si preferisce mettere gli uni contro gli altri.

Guido Peparaio

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