Qatar 2022, i mondiali di calcio dei diritti negati

stadio calcio
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Il Qatar e il Comitato organizzatore dei mondiali 2022 sono tornati agli onori della cronaca con le dichiarazioni di Nasser Al Khater, direttore esecutivo dell’organizzazione dei mondiali, rilasciate ad un giornalista della CNN riguardo i diritti civili, quando in risposta alle preoccupazioni su possibili limitazioni della libertà personale nei confronti dei giocatori gay – in Qatar l’omosessualità è vietata e punibile fino a tre anni di reclusione – espresse dall’atleta australiano Josh Cavallo, che aveva dichiarato apertamente la sua omosessualità la settimana scorsa, non ha trovato di meglio che rispondere in questo modo: «Josh Cavallo sarebbe il benvenuto qui in Qatar. Nessuno qui si sente minacciato. Il Qatar è come qualsiasi società di questo mondo. Tutti sono benvenuti. Ma le dimostrazioni pubbliche di affetto sono disapprovate, questo vale su tutta la linea» [1]. Insomma come a dire, siate pure quello che volete essere ma dovete tenerlo per voi.

Accanto ai giustificati timori del calciatore australiano, si sono aggiunti i commenti più risoluti dell’unico giocatore italiano ad essersi pubblicamente dichiarato omosessuale già nel 2014, Rosario Coco, tesserato con la squadra Roma Ostia Antica e Segretario di Gaynet, il quale ha affermato: «I Mondiali di calcio in Qatar? Volevo andarci con mio marito e il tricolore, ora ho cambiato idea. La Fifa prenda posizione» [2]. Non si può più mettere la testa sotto la sabbia ed ignorare che il problema delle libertà personali esista eccome nel piccolo Paese del Golfo Persico.

Con una superficie di poco superiore a quella della Basilicata, 11.571 kmq, interamente ricoperto da un deserto tra i più aridi al mondo, sboccia come dal nulla la sua impareggiabile capitale, Doha, piena zeppa di grattacieli avveniristici. Il Qatar, con i suoi 2 milioni e 800 mila abitanti, è tutto qui. Questa perla bagnata dalle acque del Golfo Persico, vanta però anche altri primati. Ha un PIL pro capite annuo vicino ai 60.000 dollari, un tasso occupazionale vicino all’80% della forza lavoro e una aspettativa di vita di poco superiore agli 80 anni. Sembrerebbe quasi un paradiso terrestre, peccato però che con la sua produzione di 30 tonnellate pro capite di anidride carbonica, si posizioni al primo posto nel mondo su 100 Paesi presi a campione. L’Italia, per fare un esempio, è al 61 posto con 5,38 tonnellate pro capite [3].

Come noto nel 2010 la FIFA ha deciso che i mondiali di calcio del 2022 si sarebbero svolti in quella striscia di deserto, modificando – per evidenti problemi climatici – anche il periodo della competizione, sempre svolta in estate sin dal primo mondiale in Uruguay nel 1930, fissandola dal 21 novembre al 18 dicembre del prossimo anno.
Un bel colpo per gli intraprendenti rappresentati sportivi del Qatar che, bisogna ricordare  hanno fatto di questa manifestazione non solo una questione di prestigio e ovviamente di soldi, ma anche di sopravvivenza, in quel contesto geopoliticì a loro totalmente ostile.
Già nel 2017 i potenti Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e il Bahrein, avevano messo in atto nei suoi confronti un embargo, causandone l’isolamento politico ed economico [4]. Questa ostilità trova le sue radici nelle mai nascoste mire espansionistiche dell’Arabia Saudita che ha sempre preteso la sottomissione del piccolo stato qatariota, pretese che sono aumentate con la creazione del canale satellitare al Jazeera, emittente con più di 25 milioni di utenti. Sullo sfondo di questa palpabile tensione, gioca un ruolo importante il credo religioso perché non è un mistero che sia l’Arabia Saudita che il Qatar si contendono da anni l’egemonia sul mondo musulmano sunnita.
Come ha acutamente osservato Gilles Kepel, politologo e arabista francese, «la strategia del Qatar e dell’Arabia Saudita è quella della tigre e dell’elefante. La tigre, se resta immobile, sarà calpestata dall’elefante. Se si muove continuamente l’elefante non potrà fare niente e allora sarà la tigre a saltargli addosso… alla fine l’elefante cadrà e la tigre se lo mangerà. È la stessa tattica usata da Ho Chi Minh contro l’esercito francese in Indocina» [5].
Queste frizioni, tra l’altro, hanno suggerito agli organi decisionali della FIFA di rivedere il progetto di far svolgere le competizioni calcistiche in stadi dislocati anche negli Emirati, in Kuwait e in Arabia Saudita già in possesso di strutture con la capienza minima richiesta per queste manifestazioni, cioè 40.000 spettatori, ma come detto – forse anche per una forte pressione dei rappresentanti qatarioti – la FIFA ha annullato la previsione e ora nessuno stadio sarà costruito fuori dei confini nazionali. Riusciti in questa missione, non rimaneva che iniziare a costruire dal nulla tutte le strutture necessarie per lo svolgimento della manifestazione.

A tutt’oggi, dal 2010, sono stati spesi circa 150 miliardi di dollari per ridisegnare il Paese e prepararlo al più grande avvenimento della sua storia; sono state tirate su dal nulla autostrade, metropolitane e stadi dove far brillare le stelle del calcio mondiale. Ma la nostra meraviglia non dovrebbe generarsi per la cifra, al momento provvisoria, ma dal fatto che quel cemento, quei mattoni ed ogni altro manufatto sono cosati la vita a ben 6.750 operai morti da quando sono stati assegnati i mondiali [6].
Visto che parliamo di cifre, seppur riferite purtroppo ad esseri umani, quell’ecatombe di cadaveri significa che ha avuto una cadenza di 613 decessi all’anno, cioè 51 morti al mese, vale a dire poco meno di 2 morti al giorno. Questi dati, forzatamente parziali, non possono essere sconosciuti ai dirigenti del calcio mondiale il cui silenzio si sta trasformando in una chiamata di correità in quello che definire disastro è un eufemismo.

Dal 2010 il Qatar ha risucchiato come una potente turbina, manodopera a basso costo proveniente specialmente dal Nepal, Pakistan, India, Bangladesh, e da quel grande inesauribile serbatoio che è sempre stata l’Africa. Tutti questi uomini anzi, lavoratori forzati, sono stati gettati nell’enorme frullatore dei cantieri in costruzione, con settimane lavorative di 70 ore e paghe da 50 centesimi a 2 € l’ora. Come non chiamarla schiavitù?

A fronte di questo massacro alla luce del giorno, l’organizzazione non governativa francese Sherpa ha deciso di depositare una denuncia formale contro il colosso transalpino delle costruzioni Vinci, impegnato in Qatar, visto che la prima denuncia effettuata nel 2014 era stata archiviata.
Come riportato dal quotidiano Novethic, specializzato nella finanza sostenibile, l’organizzazione non governativa è riuscita per la prima volta a raccogliere le testimonianze di alcuni di quegli operai: «Ho firmato un contratto in una lingua che non conoscevo. E quando sono arrivato sul cantiere, mi hanno sottratto il passaporto. A quel punto avevo capito che non avrei avuto più scelta» [7].
Questa massa di operai è impiegata, come abbiamo visto, nell’edificazione di quello che potremmo definire un immenso quartiere dello sport dove a spiccare saranno, insieme agli edifici per ospitare gli atleti, i tifosi, e i giornalisti, gli otto stadi che ospiteranno tutte le gare. Si va dall’avveniristico stadio “Ras Abu Aboud”, gioiello dell’ingegneria totalmente smontabile e trasportabile perché costruito su di una struttura fatta con i container, ecologico al 100%, all’ “Arena Kalifa”, che genera più dubbi che certezze sulla eco sostenibilità della sua climatizzazione, obbligatoria per il comfort degli spettatori. Tutto deve essere tirato a lucido, e non importa se Amnesty International abbia scoperto che i lavoratori migranti impegnati nella costruzione dello stadio “al Bayt” (del valore di 770 milioni di euro) non ricevevano il salario da sette mesi [8], perché la posta in gioco in termini di prestigio è enorme; così come ci si attende siano le ricadute economiche, tenendo presente che il solo potenziale mercato televisivo si stima sia intorno ai 3,2 miliardi di telespettatori e la presenza di visitatori e/o tifosi potrebbe aggirarsi su 1,5 milioni di presenze.

Manca praticamente un anno all’inizio dei mondiali di calcio e nel silenzio quasi totale della FIFA su quanto accaduto e va accadendo, cresce l’indignazione contro l’Emirato e lo svolgimento stesso della manifestazione per protesta contro gli abusi subiti dai lavoratori migranti.
In pratica, soltanto i Paesi scandinavi guidano questa contestazione. dopo la Svezia e la Norvegia, che hanno inviato una protesta ufficiale al presidente Infantino, anche la Danimarca si è esposta in maniera netta indirizzando una denuncia alla FIFA nella quale hanno chiesto ufficialmente «una piena attuazione della riforma del diritto del lavoro che in realtà è già stata approvata in Qatar, ma non ha portato i miglioramenti attesi. È necessario garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani, anche dopo la fase finale dei mondiali, e questo vale non solo per coloro che lavorano negli stadi e nelle infrastrutture, ma anche per gli hotel, il settore dei servizi, ecc.» [9].
La risposta dell’Organo di governo del calcio mondiale non si è comunque fatta attendere, minacciando l’esclusione delle squadre nazionali dalle successive qualificazioni ai mondiali in caso di boicottaggio di quelli del 2022. Ma non solo le Federazioni calcistiche scandinave stanno criticando la gestione della manifestazione, perché da un recente sondaggio della stampa norvegese, ad esempio, risulta che un cittadino su due sarebbe favorevole a che la sua Nazionale non partecipasse alla Coppa del Mondo.
Ancora più marcata e pressante è stata la protesta di una delle tifoserie più calde e passionali d’Europa, quella del Bayern Monaco, storicamente conosciuta per la sua impronta progressista e operaia, che dall’assegnazione del Mondiale al Qatar ha esposto striscioni di disapprovazione contro la sponsorizzazione della Qatar Airways, contratto in scadenza nel giugno 2022 che i tifosi non vogliono venga rinnovato per le prossime annualità.

Stando così le cose, c’è da chiedersi cosa si potrà salvare del “gioco calcio”, quello cioè che per 90 minuti fa appassionare milioni di tifosi? Ora che questo gioco è in mano a padroni spesso espressione di una finanza senza scrupoli, gestito da fiancheggiatori di ogni forma di potere per spremerne sempre più denaro, avrà ancora senso mettersi davanti uno schermo televisivo a soffrire o gioire per le performance dei nostri idoli, ignari forse che ogni passo, ogni scatto, ogni fantastica corsa che faranno avverranno su campi di calcio costruiti con il dolore e il sangue di migliaia di persone?

Stefano Ferrarese

[1] Calcio: comitato Mondiale Qatar, gay benvenuti ma no gesti d’affetto in pubblico, 1 dicembre 2021
[2] Rosario Coco: “I mondiali di calcio in Qatar? Volevo andarci con mio marito e il tricolore, ora ho cambiato idea. La Fifa prenda posizione”, 2 dicembre 2021
[3] Report “World Bank” 2021
[4] Jean-Pierre Perrin, Le fragilità del Qatar messe a nudo dai Mondiali di calcio, Mediapart, Francia, 26 luglio 2019
[5] Jean-Pierre Perrin, ibidem
[6] Pete Pattisson, Niamh McIntyre, Imran Mukhtar in Islamabad, Nikhil Eapen in Bangalore, Imran Mukhtar in Islamabad, Md Owasim Uddin Bhuyan in Dhaka, Udwab Bhattarai in Kathmandu and Aanya Piyari in Colombo, Revealed: 6,500 migrant workers have died in Qatar since World Cup awarded, 2021
[7] Andrea Barrolini, Lavori forzati per i Mondiali, 16 gennaio 2019
[8] Qatar: “Lavoratori migranti non pagati per mesi”, 11 Giugno 2020
[9] La FIFA ha minacciato la Norvergia di squalificarla per il Mondiae 2026 se boicotterà Qatar 2022, 17 giugno 2021

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