Qualcosa là fuori. Dialogo sul Mondo con Bruno Arpaia

romanzo scrivere
history 7 minuti di lettura

Bruno Arpaia, (Ottaviano, 1957) è uno scrittore con il quale è possibile dialogare a 360 gradi sul Mondo intero, attraverso lo scorrere dei suoi libri, che poi sono come una linea temporale continua che percorre la Storia e le storie. Un’umanità varia di personaggi, reali e non, tutti di enorme intensità, ma soprattutto dal grande coraggio.

Bruno Arpaia

Bruno ci ha voluto concedere l’onore di un’intervista in cui proviamo insieme a lui a comprendere meglio la società in cui stiamo vivendo.

Cominciamo dalla fine. O quasi. In Qualcosa, là fuori narri una storia di emigrazione ambientata in un futuro sfigurato dai mutamenti climatici, ma in fondo purtroppo non così lontano dalla realtà di oggi. Migrazione e mutamenti climatici sono al centro del dibattito politico globale, tuttavia i nostri rappresentanti politici stanno dimostrando la loro inadeguatezza ad affrontarli. Cosa può fare invece la società civile? Quanta complicità c’è negli stessi potenti del Mondo nel voler mantenere una situazione di stallo emergenziale e continua?

Le nostre classi dirigenti sono caratterizzate dalla mediocrità e dalla vista corta. In tutto il mondo. Temo che dipenda da una crisi radicale delle nostre democrazie o post-democrazie, come le chiama qualche politologo: per dare l’impressione che l’ingranaggio funzioni hanno bisogno di uomini e donne mediocri, con lo sguardo che arriva al massimo alle prossime elezioni comunali a Borgo di Sotto. Invece questa è un’epoca in cui avremmo disperatamente bisogno di statisti visionari. Purtroppo, non è che veda una grande differenza nella cosiddetta società civile: ogni popolo, del resto, ha i governanti che si merita. Tuttavia, esistono tanti singoli, gruppi, movimenti sociali che fanno pressione, che mettono in evidenza il problema, che combattono giorno per giorno, nel loro piccolo, i mutamenti climatici. Ma è necessario che trovino una voce, una sintesi politica. In Italia, in Europa e nel mondo.

L’Europa di oggi sembra sempre più assomigliare a quella percorsa tanti anni fa da Laureano Mahojo e Walter Benjamin, due personaggi straordinari (uno di fantasia, l’altro reale) che conosci bene… Intolleranza, fanatismo nazionalista, razzismo, sovranismo… Quanto siamo vicini secondo te al passo successivo, ovvero al baratro di un conflitto globale?

Non sono un futurologo. Vedo certe tendenze in atto e, in Qualcosa, là fuori, ho cercato di svilupparle, di seguire quelle linee, unendo i puntini come nei disegni della Settimana enigmistica. Se devo dire la verità, non sono ottimista. Forse il futuro che ci attende non è quello di un conflitto globale, ma di certo non sarà piacevole: intere fette della popolazione ritenute inutili, a fronte di ristretti gruppi in possesso di potere, conoscenza, scienza. A volte mi chiedo se non abbiamo già superato una qualche soglia da cui, almeno per un lungo periodo, non sarà possibile tonare indietro. Altre volte mi ripeto, con Holderlin, che «dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva». Spero vivamente che abbia ragione.

La tua grande passione è l’America Latina, su cui hai scritto e tradotto saggi e romanzi. Dopo un periodo, a dire il vero neanche troppo breve, di grande ripresa sociale (Chavez, Correa, Khirchner, Mujica, Evo Morales ecc) pare si stia tristemente tornando a un desolante panorama liberista, golpista e addirittura fascista, come nel caso del Brasile di Bolsonaro. Pensi che questo continente potrà tornare a darci la speranza di una definitiva emancipazione?

Alcuni segnali in controtendenza ci sono: López Obrador in Messico, le forti resistenze al macrismo in Argentina, un Brasile che non si dà per vinto… Però noi europei dobbiamo smetterla di pensare all’America latina come al luogo in cui dovrebbero o potrebbero inverarsi le utopie che qui da noi non riusciamo a realizzare. È un subcontinente complesso, enorme, variegato, inserito a pieno titolo nella geopolitica mondiale. Magari avrà un futuro anche migliore di quest’Europa in pieno declino.

Arriviamo all’Italia. Oggi sembra un Paese molto distante da quello ad esempio da te raccontato ne Il passato davanti a noi. Siamo diventati più incolti ed egoisti. Abbiamo perso molti dei valori che orgogliosamente ostentavamo. Secondo il tuo punto di vista, dove sono da rintracciare le responsabilità di questa che appare una profonda involuzione sociale e morale?

Forse è lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, in un mondo sempre più frammentato e individualizzato dalla globalizzazione, dove le differenze tra le persone aumentano sempre di più e dove domina il sentimento della paura. Se ci limitiamo all’Italia, è ovvio che vedo responsabilità che vengono da lontano, da quando, più o meno all’inizio degli anni Sessanta del XX secolo, questo paese ha scelto un “modello di sviluppo senza conoscenza”: un modello che nessuno dei tanti governi, di destra, di sinistra o di centro, ha mai cercato di cambiare (investendo in ricerca, in formazione, in cultura), condannandoci forse irreversibilmente al declino. Ormai siamo un paese che irride chiunque abbia letto più di un libro nella vita, dove l’analfabetismo funzionale è ai livelli più alti del mondo e che è diventato, quindi, il territorio ideale in cui propalare fake news e post-verità.

Restiamo in Italia e parliamo brevemente del tuo Sud. Come immagini il futuro per questa terra? E’ ancora possibile oggi ribaltarne i destini e sperare così in un nuovo slancio, soprattutto per i giovani?
Onestamente, sono piuttosto pessimista. Più passa il tempo, più vedo due Italie lontane anni luce, quanto a sanità, scuola, senso civico, lavoro, senso dello Stato. Mi auguro che questo baratro possa essere colmato, grazie anche alle enormi risorse del Sud, ma per adesso, purtroppo, non ne vedo i segni.

Un breve salto nella politica. Oggi la Sinistra sembra irrimediabilmente sconfitta. La causa principale, individuata dalla maggior parte degli analisti, starebbe nel fatto che i suoi esponenti non sanno più parlare al loro popolo. E poi continua il fenomeno della atomizzazione che, in pratica, ha fatto sparire dal panorama partiti e movimenti. Ci sono oggi i margini per sperare in una ripresa? Oppure ci dobbiamo arrendere a un vuoto eterno?
Credo che scimmiottare la destra, adottare le sue parole d’ordine, sia pure con qualche sfumatura che le addolcisca, come ha spesso fatto la sinistra in questi decenni, porti solo e sempre vantaggi all’originale e non alla copia. Gravissima mi sembra oggi l’incapacità della sinistra di essere radicale (nel senso di “andare alla radice dei problemi”) e di sviluppare delle idee adeguate alla complessità della sfida, al vento che ci soffia contro. Oggi io mi sento galleggiare in quel vuoto. Rimane la speranza, ma, come diceva Totò, chi di speranza campa, disperato muore…

Veniamo alla tua splendida professione, o missione, o impegno. Come preferisci definirla… Lo scrittore oggi sembra quasi un oggetto non identificato, avulso dal contesto, astruso. Forse anche perché ce ne sono troppi e la maggior parte inopportuni. Praticamente a chiunque è consentito scrivere e pubblicare; ma chi è oggi lo scrittore? Insomma, che valore ha oggi L’avventura di scrivere romanzi?
Gli scrittori non sono mai troppi, se trovano un loro pubblico. Non ho preclusioni verso gli scrittori cosiddetti commerciali, né verso gli elitari che si rivolgono a una manciata di persone. La voce degli scrittori, e degli intellettuali (orrida parola) in genere, chi più chi meno, è la spina dorsale di una nazione. Il guaio è che, in questi tempi di deculturizzazione, il pubblico dei lettori si è ridotto a una nicchia ininfluente e osteggiata. Ma, proprio per questo, io continuo a credere nel valore e nell’utilità della letteratura. Le storie ci insegnano l’empatia, ci fanno vivere altre vite, ci rendono più capaci di vivere in società. Sono state e sono ancora fondamentali da un punto di vista evolutivo. Un popolo che non legge è un popolo che rinuncia ai suoi diritti di cittadino. La cultura è l’unica arma che abbiamo ancora a disposizione.

Incuriosisce sempre il rapporto tra scrittori. Personalmente il tuo con Luis Sepulveda… Stime, invidie, gelosie, affetti… Credi che oggi esistano i presupposti per far rinascere una “generazione perduta”, un gruppo di artisti e scrittori capace di prendere sulle proprie spalle responsabilità, anche politiche, per orientare coscienze e formare nuove “consapevolezze”?
Credo che siamo in molti a provarci, anche collettivamente, sentendosi, ognuno con le sue caratteristiche, dalla stessa parte della barricata. Purtroppo, valgono gli ostacoli che ho descritto prima. Molti di noi sono condannati all’irrilevanza. Soltanto se ci sarà un intervento pubblico a livello formativo e generale per ribaltare la situazione di ignoranza in cui ci troviamo, ci sarà qualche speranza. E purtroppo, anche qui, non vedo i segni. Anzi.

Cristiano Roccheggiani

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: